Benvenuto alla Thornhill Academy.

Allison

Gli imponenti cancelli di ferro della Thornhill Academy si ergevano di fronte a me, neri e aguzzi, contorti in forme che somigliavano più a filo spinato che a una decorazione. Si stagliavano così in alto che per vederne la cima dovevo piegare il collo all'indietro. Per un istante, pensai che le sbarre potessero piegarsi e avvolgersi attorno a me, come una trappola che si chiude.

L’esecutore alla mia sinistra strinse la presa sul mio braccio, come se potessi tentare di nuovo la fuga. Spoiler: l'avevo fatto. Due volte. La prima era stata una corsa disperata tra i cespugli, prima che mi placcasse facendomi finire nella polvere. La seconda si era conclusa con me che inciampavo nel suo stesso stivale, finendo a faccia a terra. L'orgoglio mi fa ancora più male delle costole.

L'esecutore alla mia destra… be', lui si teneva a debita distanza. Non potevo biasimarlo. Il giorno prima, quando mi avevano trovata, gli avevo sparato in faccia un incantesimo che non sapevo nemmeno di poter lanciare. Le sopracciglia non gli erano ancora ricresciute bene, il che era al tempo stesso una soddisfazione e un po' terrificante ogni volta che lo guardavo. Il modo in cui continuava a lanciarmi occhiate furtive, come se potessi dargli di nuovo fuoco, quasi mi fece sorridere. Quasi.

I cancelli si aprirono con un cigolio silenzioso, come se l'intero posto mi stesse aspettando. Prati di un verde perfetto si estendevano in quadrati ordinati, troppo impeccabili per essere naturali. Sentieri di marmo scintillavano sotto il sole del mattino, senza un granello di polvere o una crepa in vista. In lontananza si ergevano torri di pietra, le cui finestre catturavano la luce e lanciavano schegge d'oro sul terreno. La magia ronzava nell'aria, tangibile, premendo contro la mia pelle come l'elettricità statica prima di un temporale.

E poi c'erano gli studenti. Decine, forse centinaia, si riversavano nel cortile. Si muovevano in piccoli gruppi compatti, con le uniformi impeccabili e stirate: blazer scuri con ricami d'argento, cravatte annodate alla perfezione, scarpe lucidate al punto da riflettere la luce come specchi. Nessuno di loro sembrava aver mai arrancato tra i cespugli con la terra sotto le unghie e il fumo nei polmoni. Quando mi videro, si fermarono.

Fu come guardare un'increspatura espandersi su uno stagno: una testa si girò, poi un'altra, e un'altra ancora. La magia vacillò a mezz'aria e le conversazioni si interruppero. Ogni singolo sguardo in quel cortile immacolato si fissò su di me. E mi fissavano come se fossi una creatura selvatica sbucata fuori dalla foresta. Forse non avevano tutti i torti.

Strattonai il braccio, ma la presa dell'esecutore si fece solo più stretta. La sua mano era una morsa che mi affondava nella carne del bicipite. Raddrizzai le spalle e sostenni i loro sguardi a testa alta. Se volevano un animale rabbioso, bene. Gliel'avrei dato.

Mi resi conto di quanti magici ci fossero. Mutaforma con riflessi di pelliccia sotto la pelle. Fae con occhi venati d'argento. Streghe che lasciavano scie di scintille dalla punta delle dita. La risata di una sirena fu portata dalla brezza. Non ne avevo mai visti così tanti in un unico posto. Non l'avevo mai nemmeno sognato. Nelle lande desolate da cui venivo non c'era gente così, solo umani a pezzi e scampoli di libertà. E ora quella libertà era svanita, rimpicciolendosi alle mie spalle a ogni passo che facevo più a fondo in quella piccola prigione perfetta.

Gli esecutori non rallentarono. Attraversammo il cortile, salimmo ampi gradini di marmo che splendevano come ossa. Le porte davanti a noi erano massicce, incise con sigilli che pulsavano debolmente al mio avvicinarsi. Si aprirono da sole e fui spinta dentro, in un atrio che mi fece stringere il petto.

L'interno di Thornhill era peggio dell'esterno. L'aria era densa di incenso e magia. Sopra la mia testa fluttuavano lampadari di cristallo, le cui schegge facevano colare una pioggia di stelle lungo le pareti. C'erano stendardi appesi, di un rosso cupo e argento, ricamati con lo stemma di Thornhill: una fenice fatta di fuoco e catene. I pavimenti luccicavano così a specchio che potevo vedervi riflessa la mia stessa espressione accigliata. Marciammo oltre gli studenti che affollavano il corridoio, bisbigliando dietro le mani. I loro occhi mi seguivano, le loro espressioni variavano dalla curiosità al disgusto. Colsi parole come selvaggia, senza marchio e illegale. Strinsi la mascella così forte che i denti mi fecero male.

«Muoviti,» borbottò l'agente, spingendomi verso un'ampia scalinata. I gradini sembravano non finire mai, salivano sempre più in alto, fiancheggiati da ritratti di maghi dai volti arcigni che mi fissavano dall'alto come se fossi già colpevole di qualcosa. In cima incombevano due pesanti portoni, con le maniglie d'ottone a forma di serpenti attorcigliati. L'agente bussò una volta e la porta si aprì con un gemito. Fui spinta dentro.

L'ufficio era tutto legno scuro e fumo. Alte scaffalature rivestivano le pareti, cariche di libri così vecchi che i dorsi sembravano sul punto di sbriciolarsi. Un fuoco scoppiava in un camino di pietra, e il suo calore mi strisciò sulla pelle. Dietro un'enorme scrivania sedeva un uomo che sembrava scolpito nella roccia e poi, per sicurezza, dato alle fiamme. Aveva i capelli color cenere e gli occhi come braci ardenti, che diventavano più incandescenti quanto più a lungo mi fissavano.

Fredrick Scorched. Preside dell'Accademia di Thornhill.

«Siediti,» disse, con una voce profonda che parve far vibrare il pavimento.

Io rimasi in piedi. Stabile sugli stivali, con le braccia conserte. Lui socchiuse gli occhi, ma non avevo nessuna intenzione di fare la randagia domata solo perché un mutaforma drago con una poltrona elegante me l'aveva ordinato.

Scorched fece un cenno con la mano verso gli agenti. «Lasciateci soli.»

Quello senza sopracciglia sembrò sul punto di protestare, ma l'altro lo spinse fuori dalla porta prima che potesse aprire bocca. Il chiavistello scattò e all'improvviso la stanza divenne troppo silenziosa. Solo io e il drago.

«Come ti chiami?» domandò.

Alzai il mento, ma non risposi.

«E che tipo di maga sei?» Le sue parole erano secche, precise.

Lo fissai a mia volta, senza battere ciglio. Il silenzio si tese fino a scricchiolare. Lui schioccò la lingua, scuotendo la testa come se fossi una bambina maleducata. Poi, con un dito, premette deliberatamente un pulsante d'ottone incastonato nell'angolo della scrivania.

«Faccia entrare il professor Hill,» disse all'interfono.

Sentii il polso accelerare. Lui si appoggiò di nuovo allo schienale, e quegli occhi di brace mi inchiodarono sul posto. «Non importa, le risposte te le tireremo fuori in un modo o nell'altro.»

Qualche istante dopo, la porta si aprì. Ed entrò un guaio.

Il professor Hill era di quel tipo di altezza che ti fa venire l'istinto di guardare in su e continuare a guardare. Aveva una corporatura snella ma forte, con le spalle che riempivano la giacca scura e sartoriale che indossava, come se fosse stata cucita solo per lui. La sua pelle aveva un caldo tono bronzeo, la mascella era così affilata da poter tagliare il vetro e i capelli scuri erano abbastanza lunghi da sfiorargli il colletto della camicia con onde morbide. I suoi occhi erano di una sorprendente sfumatura grigio tempesta, acuti e consapevoli, come se potessero già vedermi attraverso. E la sua bocca. Labbra piene, incurvate come se fosse a un passo dal sogghigno che precede la rovina. Deglutii a fatica, con la gola secca.

Scorched fece un gesto pigro verso di lui, sbuffando fumo dalle narici mentre parlava. «Il professor Hill, oltre a essere un maestro di pozioni e veleni, possiede anche un talento... più raro. Sa leggere nel pensiero.»

Mi si strinse lo stomaco. Leggere nel pensiero? La mia mente stava giusto riproducendo circa sei diversi scenari sconci che coinvolgevano occhi grigio tempesta e cosa quella bocca avrebbe potuto fare... Merda.

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