Chi e cosa sei?

«Un bel casino, davvero.»

Le parole non venivano dalla stanza. Venivano da dentro la mia testa. La voce di Hill scivolò tra i miei pensieri come una lama nella seta: liscia, affilata, senza lasciare scampo. Per un terrificante istante, pensai che le ginocchia mi avrebbero ceduto. Ma mi costrinsi a fare viso di pietra. Se era nella mia testa, bene. Non mi avrebbe vista crollare. Alzai lo sguardo su di lui. Il suo volto era indecifrabile, l'espressione scolpita in una calma disinteressata, come se il mio panico interiore non meritasse neanche un sopracciglio alzato. Era bravo. Troppo bravo. Prima che potessi formulare un altro pensiero, la voce di Scorched ruppe il silenzio, bassa e autoritaria, riportando la mia attenzione su di sé.

«Hill» tuonò il drago, «voglio il suo nome. E voglio sapere che tipo di creatura magica è.»

Lo stomaco mi si attorcigliò. Rimasi inchiodata al pavimento, la mascella serrata, gli occhi fissi sulla scrivania di fronte a me. Il cuore martellava contro le costole, ma all'esterno non lasciai trasparire nulla. Né paura, né obbedienza. Niente. Dentro, però, i miei pensieri erano tutt'altro che immobili. Se poteva leggermi, allora avrebbe saputo tutto: il nome che avevo tenuto nascosto, la fiammata di magia selvaggia che aveva bruciato la faccia di un tutore dell'ordine, la verità sulle mie origini. Peggio ancora, avrebbe saputo le cose che avevo pensato di lui nell'istante in cui era entrato nella stanza. Cose che nessuna ragazza sana di mente dovrebbe pensare di un insegnante, tanto meno di uno che poteva frugare nella sua mente come se sfogliasse le pagine di un libro. E se Scorched voleva delle risposte, Hill stava per dargliele. A meno che… non avessi trovato un modo per fermarlo.

La presenza di Hill premeva sulla mia mente come un peso di velluto. Liscia, decisa, sicura. Non si stava facendo strada a forza di artigli; non ne aveva bisogno. La sua abilità era affinata, raffinata, quel tipo di tocco che prometteva di poter scrostare i miei pensieri strato dopo strato senza il minimo sforzo. Solo che non aveva tenuto conto di una cosa. Di me. Lo sentii nell'istante in cui il suo potere sfiorò di nuovo il mio: un'apertura, un invito, volontario o meno. L'istinto mi attraversò impetuoso. Allungai la mano e attinsi. Il suo potere fluì in me come un fulmine in un cavo scoperto, sfrigolante, caldo e inebriante, e prima che potessi ripensarci, lo imitai. Costruii dei muri. Delle barriere. Non fisiche, ma fortezze mentali, sbattendo porte in ogni direzione. Ci provò di nuovo, spingendo più forte questa volta, ma la forza che gli avevo rubato lo respinse. Per la prima volta, la sua compostezza perfetta si incrinò. Aggrottò la fronte, la mascella contratta.

I suoi occhi grigio tempesta si incatenarono ai miei. Chi diavolo sei? La sua voce rimbombò nella mia testa, tagliente di frustrazione.

Lasciai che l'angolo della bocca mi si incurvasse in un sorrisetto. Il tuo peggior incubo, dissi nella sua stessa mente.

I suoi occhi si spalancarono e fece un passo indietro. Il silenzio che seguì fu pesante. Lo sguardo di brace di Scorched si spostò dall'uno all'altra, il calore nella stanza quasi insopportabile.

«Allora?» chiese infine il drago, una nota di irritazione che serpeggiava tra le sue parole.

Hill distolse lo sguardo dal mio, raddrizzando le spalle. La sua voce era controllata, ma ne colsi una sfumatura incrinata, come se ammetterlo gli costasse qualcosa. «Il suo nome è Allison Rivers» disse, «e non ho idea di cosa sia… Credo, posso solo supporre che abbia un dono simile al mio.»

Gli occhi di Scorched si strinsero. «Cosa vuol dire, crede? Non ha mai avuto questo problema prima, professore.»

L'espressione accigliata di Hill si fece più cupa, un muscolo quasi impercettibile gli scattò sulla mascella. Mi guardò come se fossi qualcosa di pericoloso che non sapeva se sezionare o desiderare. «È potente. Questo è tutto ciò che so. Non riesco a penetrare la sua mente.»

Potente. Non spezzata. Non selvaggia. Non un niente. La parola mi vibrò nel petto, nuova e pericolosa.

Scorched si appoggiò allo schienale della sedia, con le dita unite a cuspide e gli occhi che brillavano un po' di più, come braci ravvivate dal vento. Un brontolio basso e pensieroso, carico di minaccia, gli risuonò nel torace.

«Beh,» disse alla fine, «se davvero possiede un potere come il tuo, allora siamo fortunati. Un dono così raro può rivelarsi piuttosto utile per il Consiglio.»

Il modo in cui lo disse mi fece contorcere lo stomaco. Utile. Non prezioso. Non importante. Solo uno strumento da affilare e brandire. Il suo sguardo indugiò su di me un istante di più, così pesante da farmi venire la pelle d'oca. Poi fece un gesto sbrigativo con la mano, come se non meritassi un altro secondo del suo tempo.

«Preparale un orario delle lezioni,» disse a Hill. «E portala al Dormitorio D. Stanza 304.»

Tutto qui. La mia vita, la mia libertà, il mio tutto, ridotto a una voce sulla sua lista di cose da fare.

Strinsi i pugni, reprimendo l'impulso di ringhiargli contro. Stanza 304. Una cella di prigione con muri più carini.

Hill chinò il capo, ma quando mi guardò di nuovo colsi un lampo nei suoi occhi. Curiosità. Confusione. Forse persino rispetto, anche se avrebbe preferito soffocare con dei vetri piuttosto che ammetterlo.

La voce di Scorched tagliò la stanza, secca. «Potete andare.»

E così, mi stavano già accompagnando fuori. Il mio destino era stato sigillato con un numero di stanza. Solo che stavolta, non era la paura a fremermi dentro. Era fuoco.

Se pensavano di potermi ingabbiare, se pensavano che sarei stata la loro piccola e "utile" rarità, non avevano idea dell'incubo che si erano trascinati dentro i cancelli.

La porta dell'ufficio di Scorched si chiuse alle nostre spalle con un tonfo sordo, il cui eco risuonò lungo il corridoio lucido. Hill camminava al mio fianco, a falcate lunghe che mi costringevano ad affrettare un po' il passo per stargli dietro, con le mani elegantemente giunte dietro la schiena. Superammo file di ampie finestre da cui filtrava la luce del mattino, che si rifletteva sui granelli di polvere facendoli brillare come frammenti di magia. Gli studenti si voltavano al nostro passaggio, i loro sussurri mi inseguivano come ombre. Indossavano tutti la stessa uniforme, avevano i capelli in ordine e i volti puliti dalla sporcizia e dal fumo. Ognuno di loro mi fissava come se fossi il mostro sotto il loro letto che all'improvviso strisciava fuori alla luce del giorno. Ricambiai con uno sguardo torvo. Che guardassero pure.

Alla fine Hill parlò, con voce bassa e misurata.

«Leggi davvero nel pensiero?»

Sbuffai. «Già.»

Non era una bugia, non proprio. Solo che non era tutta la verità.

I suoi occhi scattarono su di me, acuti, calcolatori. «Perché eri là fuori da sola?»

Nella mia mente balenarono le immagini della steppa: tramonti polverosi, terra spaccata, il sapore amaro di fumo e benzina, il latrare dei cani in lontananza. Casa.

Alzai una spalla. «Perché sì.»

La risposta non gli piacque. «Qualcuno ti ha mai insegnato a usarlo?»

Serrai le labbra. Questa, almeno, era facile. «No.»

La verità nella sua forma più semplice e schiacciante. Perché nessuno l'aveva fatto. Nessuno mi aveva mai insegnato niente su cosa fossi, su cosa potessi fare. Ogni scintilla di potere che avevo usato era grezza e sconsiderata, strappata all'aria e scagliata contro il mondo come un'arma.

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