Stanza 304.

Hill si fermò davanti a un ufficio laterale, entrò e tornò con un unico foglio di pergamena che sembrava fin troppo ordinario per quanto pesava nella mia mano quando me lo porse.

«Il tuo orario», disse, con la voce piatta e formale di sempre.

Abbassai lo sguardo.

Orario delle Lezioni – Accademia Thornhill – Allison Rivers

8:00 – Introduzione alla Teoria Arcana

9:45 – Storia e Diritto della Magia

11:00 – Pozioni e Alchimia

13:00 – Studi Elementali

14:30 – Divinazione e Creazione di Visioni

16:00 – Corso Facoltativo: Addestramento Difensivo

Sbirciai il foglio, lo rilessi e poi scoppiai in una risata che non riuscii a soffocare. Addestramento difensivo. Io. Il suono echeggiò nel corridoio, attirando gli sguardi curiosi degli studenti che passavano. Mi strinsi la pergamena al petto e scossi la testa. «Addestramento difensivo?», sbuffai a mezza voce. «Questa è bella».

Gli occhi grigio tempesta di Hill si puntarono su di me, calmi ma affilati. «Ha addestramento difensivo», disse con tono neutro, «che è quasi interamente pieno di mutaforma, perché tutti gli altri corsi facoltativi erano al completo».

La risata mi morì in gola. Quasi interamente pieno di mutaforma. Fantastico. Proprio quello che mi ci voleva: essere gettata in una fossa di cuccioloni troppo cresciuti che probabilmente pensavano che fare a pezzi le cose con gli artigli contasse come “istruzione”.

Alzai di nuovo lo sguardo su di lui. «E come diavolo dovrei orientarmi per trovare tutti questi posti?», sventolai l’orario come se fosse scritto in una lingua straniera. Il che, per me, era praticamente la stessa cosa.

Hill non rispose. Sollevò invece una mano e fermò un ragazzo che ci stava passando accanto nel corridoio. Il ragazzo si voltò, i suoi occhi verdi che lampeggiarono d’irritazione prima di posarsi su di me. Aveva i capelli biondi, corti e a spazzola, il blazer dell’uniforme gettato con noncuranza su una spalla e l’aria intorno a lui vibrava debolmente di un potere trattenuto. Mi guardò una volta, da capo a piedi, e la sua bocca si contorse come se avesse appena pestato qualcosa di disgustoso.

«Cage», disse Hill, con la sua solita voce impassibile. «Prepara una mappa della scuola per la signorina Rivers».

Il ragazzo inarcò le sopracciglia. «Per lei?». La sua voce era vellutata ma grondava disprezzo.

Il silenzio di Hill fu una risposta più che sufficiente. Cage sospirò, roteò gli occhi e schioccò le dita. Una magia dorata divampò intorno alla sua mano, fili di luce si intrecciarono a mezz’aria finché una pergamena piegata non apparve tra le sue dita, brillando debolmente prima di tornare a essere un normale pezzo di carta.

Me la cacciò in mano, storcendo il labbro. «Cerca di non perderti lo stesso».

La presi, ignorando il bruciore del suo disgusto, e la aprii. La mappa scintillò tra le mie mani, i corridoi animati da linee mobili, con indicatori luminosi che si spostavano sulla superficie come lucciole. Quando mi concentrai, sentii che mi attirava a sé, mostrandomi esattamente dove mi trovavo e dove dovevo andare.

«Utile», commentò Hill con semplicità.

Feci una smorfia, infilandomi la mappa sotto il braccio. Utile. Tutto in quel posto sembrava ricondursi a quella parola.

Hill mi accompagnò attraverso un altro cortile, su per un sentiero fiancheggiato da archi di pietra dove gruppi di studenti oziavano, facendo scintillare la magia tra le dita come se fossero giocattoli. Tenevo sotto il braccio la mappa che mi aveva dato Cage, ma non era della carta che avevo bisogno per capire cosa non andasse. Era il silenzio. Nel momento in cui entrammo nell’Edificio D dei dormitori, mi colpì. Le occhiate. Le risate sommesse. C’era un odore pesante di troppo dopobarba e muschio di lupo nell’aria. Ovunque guardassi, c’erano ragazzi appoggiati agli stipiti delle porte, spaparanzati su divani logori nell’area comune o che affollavano il corridoio con i libri sotto il braccio. Tutti ragazzi. Mutaforma con sorrisi spavaldi, stregoni con occhi luminosi, un paio di Fae che sembravano scolpiti nel marmo. Ma neanche una ragazza.

I miei stivali rallentarono, strusciando contro le piastrelle. «Non ci posso credere».

Il sospiro di Hill fu sommesso ma intenzionale, come se se lo fosse aspettato. «Sì, signorina Rivers, di norma questo edificio ospita gli studenti maschi della scuola. Sfortunatamente per lei, essendo stata iscritta in ritardo, tutti gli altri alloggi femminili sono al completo».

Mi si attorcigliò lo stomaco e rimasi inchiodata dov’ero. Il calore di tutti quegli sguardi mi pizzicava sulla pelle.

La voce di Hill continuò, calma come sempre. «Fortunatamente per lei, però, avrà una stanza singola. Un privilegio che a molti in questa scuola non è concesso».

«Già», borbottai, «che fortuna».

Arrivammo in fondo a un corridoio lungo e fioco, fiancheggiato da pesanti porte di legno. Invece di fermarsi, Hill appoggiò la mano sull'ultima porta in fondo. Il legno si aprì con un gemito, rivelando una stretta rampa di scale che si avvitava verso l'alto, nell'oscurità.

«Su», disse.

I gradini scricchiolarono sotto i miei stivali mentre salivamo, con i granelli di polvere che danzavano nel sottile fascio di luce di un'unica lanterna appesa al muro. A ogni svolta l'aria si faceva più pesante e stantia, finché non raggiungemmo una porta in cima a tutto. Hill la aprì con una chiave d'ottone e mi lasciò cadere il metallo freddo nel palmo della mano prima di spalancare l'uscio. La “stanza” non era affatto una stanza. Era l'intera soffitta. Il soffitto si estendeva più in alto di quanto mi aspettassi, con le travi che si incrociavano sopra la mia testa come costole scure. Lo spazio era immenso e inghiottiva i suoni non appena mettevamo piede dentro, ma era vuoto: solo un mare di polvere e ombre. Su un lato, una gigantesca vetrata colorata splendeva di tinte frammentate, con i rossi e i blu che proiettavano motivi distorti sul pavimento. Sotto di essa c'era un letto singolo, piccolo e infossato, con il materasso costellato di macchie che non volevo esaminare. L'aria sapeva di stantio, densa di polvere e abbandono, come se nessuno avesse messo piede lassù da anni.

Arricciai il naso e diedi un'occhiata a quel vasto vuoto, poi di nuovo a Hill. «Questo sarebbe un privilegio?» chiesi, con la voce che grondava incredulità. «Persino la terra su cui dormivo era meglio di così».

La sua bocca ebbe un fremito, forse per irritazione, forse per divertimento, ma i suoi occhi grigi come la tempesta non lasciarono trapelare nulla.

«Ha lezione tra un'ora, signorina Rivers. Non faccia tardi». La voce di Hill era piatta, definitiva, mentre già si voltava verso la porta.

«Ah, aspetti», lo richiamai, alzando un sopracciglio. «La ricevo o no una di quelle uniformi da secchiona?»

Non si fermò nemmeno. Alzò una mano e fece un vago cenno verso l'estremità opposta della soffitta. Strizzai gli occhi nell'oscurità e a malapena riuscii a distinguere la sagoma massiccia di un vecchio armadio, con le ante storte e semi-rotte, che se ne stava come uno scheletro dimenticato nella polvere. Hill non si prese il disturbo di aggiungere altro. La pesante porta si richiuse alle sue spalle con un cigolio, e lo scatto della serratura mi lasciò sola in quel silenzio cavernoso.

La soffitta mi inghiottì. Sbuffai, passandomi una mano tra i capelli mentre scrutavo l'armadio in fondo alla stanza. La polvere vorticava in pigre nuvole dove la luce colorata della vetrata fendeva l'aria, spargendosi sul pavimento come sangue e lividi.

«Uniforme da secchiona», mormorai tra me e me, alzando gli occhi al cielo. «Sì, ci sarà da divertirsi».

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