Capitolo 11 Calore del momento
Punto di vista di Lazarus
Mi dissi che non l’avrei più vista. Mi stavo mentendo; quella mattina l’avevo detto due volte ad alta voce, camminando avanti e indietro lungo il confine orientale come un uomo che cerca di convincersi di non essersi già perso. Eppure, ore dopo, i miei stivali erano sulla strada sterrata che portava verso la sua terra. Nella mia testa la chiamavo una pattuglia, ma sapevo bene che non era così. Il mio lupo lo sapeva.
C’era qualcosa, nella sua fattoria, che mi tirava a sé. L’aria lì intorno sembrava diversa — più quieta, più densa in qualche modo, come se il mondo trattenesse il fiato e aspettasse. Ogni volta che oltrepassavo quella linea invisibile, il rumore nel petto si placava. Lo odiavo. Odiavo quanto ne avessi bisogno.
La strada che portava in paese era metà ghiaia, metà memoria. Un tempo venivo da queste parti con mia madre, quando barattavamo pelli in cambio di grano. Allora sapeva di fieno scaldato dal sole e di fiducia. Adesso sapeva di lei. Dolce, terrosa, esasperante.
Scorsi il suo camioncino nella piazza del mercato prima ancora di decidere cosa farmene di me stesso. Era lì, in piedi accanto a un banco, che discuteva con un vecchio venditore per una cassetta di mele. Le mani le si muovevano mentre parlava — espressive, forti, vive. Non sorrise nemmeno una volta, ma non ne aveva bisogno. Aveva addosso una luce ostinata che ti sfidava ad avvicinarti e prometteva di bruciarti se l’avessi fatto.
Mi appoggiai a un palo e la guardai. Non come uno che pedina, non davvero. Solo… un uomo che cercava di capire il richiamo della gravità.
Lavorò per tutta la mattina come se fosse fatta per quello, come se non avesse mai saputo cosa significasse fermarsi. La terra le macchiava i jeans. Il sudore le arricciava qualche ciocca di capelli alla tempia. Non le importava di chi guardasse, non si aggiustava per nessuno. Lo rispettavo. Forse lo invidiavo.
Quando si spostò per caricare il camioncino, feci un passo avanti senza pensarci. «Ti serve una mano, Sunshine?»
Si immobilizzò. Poi si voltò lentamente.
Quegli occhi mi colpirono come una fucilata tra le costole — fermi, feroci, e troppo belli per la mia pace.
«Tu di nuovo,» disse piatta, come se avessi commesso un crimine solo a esistere nel raggio di un miglio da lei.
«Non ho saputo resistere al panorama,» dissi, cercando di restare leggero.
Lei aggrottò la fronte, quel tipo di smorfia che diceva che aveva già sentito cento battute del genere e le odiava tutte. «Non ti è permesso seguirmi in giro come un cane randagio.»
Scrollai le spalle. «Potrei obiettare che sono addestrato a stare in casa.»
Niente. Nemmeno l’ombra di un sorriso. Il suo silenzio mi fece venire voglia di ridere e di tirarle i capelli nello stesso istante.
Provò a sollevare di nuovo la cassetta e per poco non perse l’equilibrio. La presi io prima che toccasse terra. Le nostre mani si sfiorarono — un secondo, appena un contatto — ma tutto il mio corpo reagì. Il mio lupo spinse in avanti, orecchie tese, all’erta. Potevo sentirle l’odore del battito, percepirlo vibrare come un filo scoperto.
Lei ritrasse la mano di scatto e borbottò qualcosa tra sé. Lasciai perdere. Non si mette all’angolo qualcuno che ha già vissuto negli angoli.
Per un po’ lavorammo in silenzio. Lei legò bene il carico, io tenni fermo il telaio. Sentivo i suoi occhi addosso quando credeva che non stessi guardando. O magari era solo quello che volevo credere.
Quando il venditore gridò: «Nova, ti sei dimenticata il resto!», quel nome mi scivolò dentro come una chiave nella serratura.
Nova.
Le stava bene. Sembrava fatta di luce, eppure viveva come se brillare le facesse male.
Dopo, salì sul suo camioncino senza dire un’altra parola. Io la seguii a distanza. Mi ripetevo che stavo solo assicurandomi che tornasse a casa sana e salva. Era vero a metà. L’altra metà era bisogno. Non riuscivo a smettere di aver bisogno di sapere che stava bene.
La sua strada serpeggiava tra campi bassi, dorati dal grano di fine stagione. Uno di quei posti capaci di guarire un uomo, se glielo permetti. Mi chiesi se avesse guarito lei, o se le avesse soltanto dato un posto dove nascondersi.
Quando imboccò il vialetto di casa, tagliai per il sentiero sul retro e raggiunsi la sua recinzione prima di lei. Mi ci appoggiai, aspettando, facendo finta di non averlo calcolato apposta.
Scese, mi vide e gemette. «Mi prendi in giro?»
«Per niente», dissi. «Pensavo di aiutarti a scaricare.»
«Non ho bisogno del tuo aiuto.»
«Lo vedo.»
Mi fulminò con lo sguardo, ma non c’era vero calore, solo difesa. Mi voltò le spalle e cominciò a trascinare sacchi di mangime. Io mi unii a lei lo stesso.
«Perché lo fai?» chiese senza guardarmi.
«Fare cosa?»
«Comportarti come se fossimo amici.»
«Forse spero che potremmo esserlo.»
Quello la fece ridere — una risata breve, tagliente, amara. «Tu non mi conosci.»
«Non ancora.»
Mi guadagnai un’altra occhiataccia.
Provò ad andarsene allora, borbottando qualcosa sui limiti, ma allungai la mano e le afferrai il polso prima ancora di riuscire a pensarci meglio.
La scintilla colpì come una fiamma viva. I suoi occhi si spalancarono. Il mio lupo scattò in avanti, ululando dentro di me. Ogni cosa in me urlò: mia.
La lasciai andare all’istante, ansimando. Lei fece un passo indietro, gli occhi enormi, il petto che si alzava e si abbassava in fretta.
La sua voce uscì bassa, scossa. «Non toccarmi.»
«Nova», dissi piano. «Non volevo—»
«Non farlo», mi interruppe. «E basta.»
Si voltò e se ne andò, ogni passo rigido di rabbia e di qualcos’altro che non sapevo nominare.
Io rimasi dov’ero, a guardarla andare via.
Il mondo intorno a noi sembrava strano, più pesante, vivo. Sentivo la sua presenza anche dopo che era sparita dentro casa. Mi premeva sulla pelle, si avvolgeva attorno al battito del mio cuore.
Il mio lupo sussurrò di nuovo il suo nome.
Gli dissi di stare zitto, ma nemmeno io ci credevo davvero.
Quando calò il crepuscolo, mi sedetti sulla recinzione, fissando i campi silenziosi e la sua luce che bruciava morbida dietro la finestra della cucina. Mi dissi che me ne sarei andato tra un minuto. Poi un altro. Poi un altro ancora.
La notte si posò. L’aria vibrò. E da qualche parte, tra il desiderarla e il promettermi che non l’avrei fatto, capii la verità.
Non ero soltanto attratto da lei. Ero ancorato.
E le ancore non mollano facilmente.
