Capitolo 6 Nella mia mente
Punto di vista di Lazarus
Non avevo dormito.
L’aria del mattino era fredda, tagliente abbastanza da mordere la pelle, ma non faceva nulla per schiarirmi la testa. Una luce pallida, color oro, si stendeva sui terreni del branco Crescent Fang, si posava sulla brina e sui tetti, trasformandoli in scintille. I guerrieri si addestravano nel cortile. I lupi facevano esercitazioni nel campo aperto. Ogni cosa si muoveva come aveva sempre fatto.
Me ne stavo lì a guardare, e niente di tutto questo mi arrivava davvero.
Il suo odore mi era ancora appiccicato ai sensi.
Doveva essere diverso. Ero l’Alpha. Ogni suono, ogni movimento, ogni cambiamento nell’aria avrebbe dovuto essere il mio centro. Ma non lo era.
Riuscivo a pensare solo a lei.
Non sapevo nemmeno come si chiamasse.
Solo la sua voce. La paura nei suoi occhi. L’odore che mi aveva avvolto come fumo e pioggia. Mi restava addosso, sepolto in profondità nei sensi. Selvaggio. Freddo. Dolce. Mi aveva tenuto sveglio tutta la notte.
Avevo passato ore a camminare avanti e indietro nella mia stanza, cercando di capirci qualcosa. Il legame mi aveva colpito come un fulmine, caldo e violento, spaccando ogni muro che avevo costruito negli anni. Non ero pronto. Non ero pronto per lei.
Quando le avevo detto che era mia, avevo visto il terrore sul suo volto. Una paura che mi aveva trapassato dritto, come una lama. Non volevo spaventarla. Quelle parole mi erano solo scivolate fuori, nude e sincere. La verità che il mio lupo conosceva già.
Avevo perso il controllo.
Ora riuscivo a pensare soltanto a come ritrovarla senza commettere lo stesso errore.
Chi era?
Da dove veniva?
Non le si attaccava addosso l’odore di nessun branco. Nessun marchio. Niente. Solo quella traccia lieve di solitudine, affondata in lei come sangue vecchio. Una lupa solitaria che viveva così in profondità nel territorio dei rogue non aveva senso. I lupi non sopravvivevano a lungo senza un branco. Venivano cacciati. Rivendicati. Fatti a pezzi.
Quel pensiero mi fece torcere qualcosa nel petto, affilato. Una parte di me soffriva per lei, l’altra bruciava di frustrazione. Perché scegliere una vita del genere? Perché restare sola quando poteva avere protezione?
Quando poteva avere me?
Al solo pensiero, il mio lupo ringhiò piano dentro di me, irrequieto. Voleva correre da lei. Trovarla. Tenerla al sicuro. Strinsi i pugni finché le nocche non scricchiolarono, costringendolo a calmarsi.
Non di nuovo. Non adesso.
Non avrei perso il controllo un’altra volta.
«Alpha! Alpha!»
Il grido tagliò i miei pensieri. Mi voltai di scatto.
Una giovane guardia stava correndo verso di me, gli stivali che battevano forte a terra. Aveva gli occhi spalancati, il fiato corto. Appena mi fu vicino, si bloccò per un istante sotto il mio sguardo. Succedeva sempre. La gente non si abituava mai a guardarmi negli occhi.
Si schiarì la gola e si raddrizzò. «Sono arrivati i rapporti degli altri branchi, signore. Sugli attacchi dei rogue.»
Annuii e presi il tablet che mi porgeva. I rapporti erano lunghi, pieni di numeri e nomi, ma in quel momento la mente era troppo annebbiata per interessarmene. «Chiama Alec», dissi piano. «Digli di fissare un orario per una riunione. Oggi.»
«Sì, Alpha.» La guardia chinò in fretta il capo e corse via.
Espirai lentamente e ricominciai a camminare, ma non verso la casa del branco. I miei passi cambiarono direzione da soli, portandomi lungo lo stretto sentiero di terra che conduceva al margine del bosco.
La baita di mia madre era lì, circondata da fiori selvatici ed erbe che coltivava con le sue mani. Il tetto cedeva un po’ e il portico scricchiolava quando ci mettevi piede, ma era casa. Calda. Viva.
Dal giardino arrivavano risate, piccole e leggere. I cuccioli del branco erano di nuovo lì. Lo erano sempre. Mia madre aveva un debole per loro, e loro la adoravano allo stesso modo. Raccontava storie, dava biscotti, e ricordava loro che non tutto, in questo mondo, doveva ruotare attorno alla forza o al dominio.
Appena mi videro, smisero quello che stavano facendo. Una vocina gridò: «Alpha!» e poi mi corsero incontro tutti insieme.
Sorrisi prima ancora di riuscire a fermarmi.
Mi si strinsero intorno, tirandomi i vestiti, facendomi domande, ridendo. Mi inginocchiai per un momento, lasciando che uno dei cuccioli più piccoli mi abbracciasse la gamba. Gli scompigliai i capelli con delicatezza. Il suo sorriso mi ricordò il modo in cui guardavo mio padre, prima che tutto andasse in pezzi.
Forse era per questo che avevo un debole per loro. Non volevo che nessuno di loro crescesse come ero cresciuto io: arrabbiato, spaventato, con addosso un peso troppo grande prima ancora di riuscire a mutare.
La porta d’ingresso si aprì e lei era lì: mia madre.
I capelli d’argento erano raccolti in uno chignon ordinato e indossava uno dei suoi abiti lunghi con sopra un grembiule. Si asciugò le mani e sorrise quando mi vide. «Lazarus», disse con calore. «Sei in piedi presto.»
«Lo sono sempre», risposi, alzandomi e baciandole la guancia. La sua pelle profumava di farina e lavanda.
«Sembri stanco», disse, socchiudendo gli occhi. «Hai dormito almeno un po’?»
«Sto bene, Madre.»
Fece schioccare la lingua. «Non mangi abbastanza. Ho preparato lo stufato. Vai a prenderne un po’ prima di crollare davanti ai bambini.»
Ridacchiai piano, facendo un passo indietro prima che riuscisse a trascinarmi dentro. «Torno per cena, promesso.»
«Lo dici sempre», borbottò, ma sorrise lo stesso. «E quando vieni, ne mangi due scodelle.»
Risi, alzando una mano in finta resa. «Va bene. Due scodelle.»
I bambini mi salutarono agitando le mani mentre me ne andavo. Per un attimo brevissimo, tutto sembrò leggero. Quel tipo di pace che non trovavo da nessun’altra parte.
Quando raggiunsi la strada principale, Alec stava già camminando verso di me, una tazza di caffè in una mano e il rapporto nell’altra. I suoi capelli castani erano un disastro, e il suo sorriso era decisamente troppo sveglio per quell’ora.
«Buongiorno, Alpha», disse. «Hai l’aria di non aver chiuso occhio.»
Emisi un grugnito sommesso. «Non ci sono riuscito. La mia mente è… occupata.»
Alec sogghignò. «Occupata da una certa misteriosa lupa, immagino?»
Non risposi subito. Lo sguardo mi scivolò verso la linea degli alberi. Avrei quasi giurato di sentire di nuovo il suo odore, debole e lontano. Forse era solo immaginazione. O forse era il legame, che mi tirava ancora.
«È diversa», dissi infine, a voce bassa. «Quando l’ho vista, sembrava terrorizzata. Ma c’è qualcosa in lei, Alec. Non so spiegarlo. Non riesco a lasciar perdere. E non riesco a starle lontano.»
Lui sollevò un sopracciglio. «Sei sicuro che non sia una randagia?»
«Nessuna randagia ha quell’odore», dissi. «Lei è qualcos’altro.»
Alec scrollò le spalle. «Quindi adesso teniamo segreta la scoperta della compagna?»
Sospirai e mi strofinai la nuca. «Per ora. Devo andarci piano. Ha passato qualcosa, lo sento. Se mi faccio avanti con troppa forza, la perderò prima ancora di avere una possibilità.»
Alec ridacchiò. «Piano, eh? È una parola nuova per te. Hai terrorizzato metà branco solo respirando.»
Accennai un mezzo sorriso. «Grazie per avermelo ricordato.»
Lui rise, scuotendo la testa. «Ehi, ti capisco. Quando ho conosciuto Alexandria, era sposata con un altro uomo. Ci ho messo mesi a guadagnarmi la sua fiducia. A volte il destino non ce la rende facile.»
«Già», dissi piano. «Ma almeno tu non hai iniziato quasi ammazzandole gli animali.»
Alec scoppiò a ridere, rischiando di rovesciare il caffè. «Giusto. Non proprio la migliore prima impressione, Alpha.»
«Rimedierò», dissi, metà a lui e metà a me stesso. «In qualche modo.»
Raggiungemmo i gradini della packhouse e ci fermammo. Il sole stava salendo, riversando luce sulla terra, ma nell’aria c’era anche qualcos’altro. Un peso. I rapporti sugli attacchi dei randagi stavano peggiorando. Troppe morti. Troppo vicine ai nostri confini.
«Fissa la riunione per mezzogiorno», dissi. «E raddoppia le pattuglie vicino al confine occidentale. Non mi piace questo schema.»
Alec annuì e si allontanò, e il suo solito sorriso facile era sparito.
Rimasi lì a lungo, con il vento che mi scorreva addosso piano. Il mio lupo si mosse di nuovo, premendo contro il mio controllo, inquieto e affamato. La voleva. Ne aveva bisogno.
Guardai verso la foresta, nella direzione in cui l’avevo vista sparire l’ultima volta. Gli alberi ondeggiavano lievemente nella luce del mattino.
«Chi sei, piccola lupa?» sussurrai.
