Capitolo 8 Non qui
Punto di vista di Lazarus
«Fiori? Sul serio?» La voce di Alec arriva dal divano, piena d’incredulità e divertimento. «Non potresti essere più sdolcinato nemmeno se ti ci impegnassi.»
Non alzo lo sguardo dal foglio che fingo di leggere da dieci minuti. «Non sapevo cos’altro fare.»
Alec sbuffa, forte e senza riguardi. «Che ne dici di non mandare fiori? Sembri uno che sta facendo la corte a una maestra.»
Inarco un sopracciglio senza sollevare gli occhi. «Parli proprio tu. Hai chiesto ad Alexandria di sposarti con un anello nascosto in una torta di carne.»
Lui sorride, fiero, come se fosse un vanto. «E lei ha detto di sì.»
Scuoto la testa e firmo il documento davanti a me, senza nemmeno curarmi di cosa dica. «Incredibile. E se ci si fosse strozzata? Almeno io sono andato sul sicuro, idiota.»
Oggi l’ufficio sembra più piccolo. Alec se ne sta spaparanzato sul divano con gli stivali sul mio tavolino, sgranocchiando patatine come se questa fosse casa sua. Metà della scrivania è coperta di carte, per lo più rapporti che non ho nemmeno sfiorato. Dovrei essere concentrato sul lavoro, sui percorsi di pattuglia, sugli avvistamenti dei randagi, sui conti del branco… ma riesco a pensare solo al fienile. Al suono della sua voce. A come le bruciavano gli occhi quando mi guardava come se le avessi incendiato il mondo.
Mi schiarisco la gola e mi sposto sulla sedia. «La riunione di prima,» dico, cambiando argomento prima che ricominci a prendermi in giro. «Dobbiamo gestire quegli attacchi dei randagi prima che si spingano più vicino al confine.»
Questo gli cancella il sorriso. Si raddrizza e si pulisce le mani sui jeans. «D’accordo. Le pattuglie dicono che i randagi non si muovono come al solito. Stavolta sono più furbi.»
«Più furbi significa organizzati,» borbotto. «C’è qualcuno dietro.»
Passiamo insieme i rapporti: nomi degli esploratori, zone attaccate, schizzi delle creste sul lato orientale. Ascolto, ma la testa è divisa. Ogni volta che batto le palpebre, la rivedo. I capelli, la linea della mascella, la rabbia che la faceva tremare mentre mi urlava contro.
Alec legge qualcosa da un elenco, fingendo un tono serio. «Numero uno: la signora Kellan dice che il gallo del vicino continua a inseguire le sue galline.»
Grugnisco.
«Numero due: Mason vuole turni più brevi perché la sua compagna si lamenta che dopo la pattuglia russa troppo forte.»
Alzo lo sguardo. «E quelli seri?»
Lui gira pagina. «Numero tre: qualcuno sta rubando farmaci dalla clinica del branco.»
«Questa è nuova.»
«Già. Tutti hanno problemi, Alpha. Grandi o piccoli.»
«Bene, di questo puoi occupartene tu, giusto? Metti una guardia notturna alla clinica, non dirlo a nessuno. Prendiamolo di sorpresa.»
Alec annuì. «Ci penso io.»
Continuiamo a smistare quell’infinita mole di lavoro: cose da sistemare, persone da rassicurare. Fa parte del comando, il peso costante di tenere saldo il branco. Di solito riesco a sprofondarci dentro e a dimenticare tutto il resto per un po’. Ma non oggi.
Un colpo alla porta, poi si apre prima che io possa rispondere. Alexandria entra, con quell’aria che ha sempre: calma, calda, fin troppo luminosa per un posto pieno di lupi.
Il volto di Alec si illumina all’istante. Si alza, attraversa la stanza e la tira a sé senza la minima esitazione. La mano gli scivola sul sedere di lei, e Alexandria lascia un piccolo strillo prima di ridere contro la sua bocca.
«Sul serio?» borbotto, firmando un altro documento.
Alec sorride sulle sue labbra. «Non essere geloso, Alpha.»
«Non sono geloso. Sto cercando di non vomitare.»
Alexandria ride, quel suono morbido e melodioso che riempie la stanza. «Lo dice ogni volta.»
«È solo solo,» aggiunge Alec, con tono canzonatorio, la mano ancora posata dove non dovrebbe.
Lo fulmino con lo sguardo. «Sono ancora qui, nel caso te ne fossi dimenticato.»
Ridono entrambi di nuovo, come se io facessi parte di una battuta interna. Per loro è facile. Hanno ciò che tutti vogliono: pace, calore, quel senso di appartenenza. A guardarli, sento un guizzo di qualcosa di tagliente e estraneo torcersi dentro di me.
Alexandria si scosta i capelli dal viso. «Ha chiamato tua madre,» dice con un sorriso. «Vuole che veniamo tutti a cena stasera.»
Gemo. «Adesso?»
«Sì, Alpha,» mi punzecchia. «A quanto pare ha fatto lo stufato. E sembrava… persuasiva.»
Alec mi dà una pacca sulla schiena. «A Mama Greyson non si dice di no. Andiamo prima che mandi gli Omega a trascinarci fin là.»
Sospiro e mi alzo, spingendo indietro la sedia. «Va bene.»
Usciamo insieme, il rumore dei nostri stivali che riecheggia nel corridoio. Alec e Alexandria camminano davanti, ancora intenti a ridere per qualcosa che non mi interessa abbastanza da ascoltare. Rallento un po’, lasciando che lo spazio tra noi aumenti.
Per un attimo, il frastuono della casa del branco svanisce — sostituito da qualcosa di più quieto, più pesante.
Il suo odore torna a raggiungermi, come se fosse rimasto in agguato negli angoli della mia mente per tutto il giorno. Quella stessa attrazione mi striscia nel petto, profonda e prepotente. Sento ancora l’istante in cui l’ho toccata, la scintilla che mi ha bruciato dritta sotto la pelle, il modo in cui il mio lupo ha ululato nel riconoscerla.
Torna indietro.
La sua voce è un ringhio nella mia testa, basso e ruvido.
«Più tardi,» mormoro tra me e me. «Ci andremo più tardi.»
Perché lo so già che lo farò. Tornerò da lei — a quella maledetta fattoria, da quella donna che mi ha chiamato mostro ma mi ha comunque coperto quando ero mezzo morto.
Mi dico che è solo per ripagarla della capra. Anthony, penso. Ma anche solo pronunciare quel nome mi fa contrarre le labbra. Chi dà un nome alle proprie capre?
No, non è una questione di debiti. È lei.
Il modo in cui mi ha guardato come se potesse farmi a pezzi.
Il modo in cui mi ha fatto sentire di nuovo vivo.
E il modo in cui ogni secondo lontano da lei sembra come se mancasse qualcosa.
Quando arriviamo alla porta che dà fuori, Alec si volta. «Vieni?»
«Sì,» rispondo distratto.
Ma con la testa sono già lontano da qui — nel silenzio del fienile, dove il suo odore indugia ancora, dove tornerò prima di quanto dovrei.
Perché non riesco a smettere di pensare a lei.
E mi sta facendo impazzire.
