Capitolo 5 A caccia di noi

Il punto di vista di Cassian

Che cazzo è appena successo?

Quelle parole mi rimbombarono in testa nell’istante in cui quei tre uscirono dai cespugli come se fossero i padroni di quel maledetto posto.

Il campo d’addestramento sprofondò nel silenzio. I guerrieri si immobilizzarono a metà di uno sparring. La polvere restò sospesa nell’aria. Perfino il vento parve esitare.

Atlas era al mio fianco, le spalle tese, gli occhi dorati stretti sui forestieri.

E quel tizio al centro, quello col sorriso lento e arrogante. Sembrava sapere esattamente cosa stesse facendo. Sembrava che volesse che lo vedessimo.

Le sue parole vibravano ancora nell’aria. «Godetevi la pace finché dura.»

Draco, il mio Lycan, ringhiò.

Poi successe tutto insieme. Prima che qualcuno potesse muoversi, prima ancora che riuscissi a rispondere, loro tre mutarono forma. Fu così rapido che quasi non lo registrai.

Tre lupi enormi esplosero nello spazio in cui un attimo prima si trovavano.

Un coro di ansimi attraversò i guerrieri intorno a noi.

«MERDA! Stanno mutando!» urlò Atlas accanto a me, con gli occhi spalancati. Ma erano già spariti. Un secondo erano lì. Quello dopo, niente. Solo una scia confusa di pelo scuro e movimento che tagliava il campo verso il limite del bosco.

«Ma che diavolo…» cominciò Atlas.

«MUOVETEVI!» ringhiai.

La mia voce fustigò il campo. «Dietro a loro! SUBITO!»

I guerrieri esplosero in azione. Gli stivali martellarono la terra. Le armi vennero lasciate cadere.

Metà del campo mutò forma all’istante, i lycan scattando in avanti all’inseguimento.

Indicai la linea degli alberi. «Sono andati di là!»

Atlas correva già al mio fianco. Abbassò la voce. «L’hai sentito anche tu, vero?»

«Sì.» continuai a correre verso la boscaglia, fino al punto esatto in cui si erano trovati un attimo prima.

C’era qualcosa di sbagliato in loro. Non solo la minaccia. Non solo l’arroganza. Qualcosa di più profondo. Come se non fossero lì soltanto per intimidirci. Ci stavano studiando. Ci stavano osservando. Ci stavano cacciando.

Raggiungemmo il margine del bosco pochi secondi dopo. I rami mi sferzarono il viso mentre ci facevamo strada tra gli alberi.

«Dividetevi!» gridò Atlas ai guerrieri. «Aggirateli sul crinale a est!»

Diversi lupi si staccarono subito. Gli altri ci seguirono più a fondo nel bosco. Le foglie si schiacciavano sotto gli stivali. I rami si spezzavano.

La scia d’odore avrebbe dovuto essere evidente. Tre lupi di quelle dimensioni? Avrebbero dovuto accendere la foresta come un maledetto faro.

E invece niente. Nessuna traccia, da nessuna parte.

Frenai di colpo. Atlas quasi mi finì addosso.

«Che c’è?» urlò, cercando di non perdere l’equilibrio.

Mi accuattai, scrutando il terreno. «Non ci sono impronte.»

Atlas aggrottò la fronte. «È impossibile.»

Toccai la terra. Era ancora smossa. Ancora morbida per la pioggia di ieri.

Tre lupi lanciati a tutta velocità avrebbero dovuto lasciare solchi nel terreno. E invece non c’era nulla. Nemmeno un segno.

Alle nostre spalle, alcuni guerrieri sbucarono dal sottobosco.

«Principe Cassian!» chiamò uno di loro. «Niente?»

Mi raddrizzai lentamente. «No.»

Un altro guerriero arrivò di corsa dalla direzione opposta. «Li abbiamo persi!»

«Come sarebbe a dire che li avete persi?» scattò Atlas.

«Loro…» Il guerriero esitò. «Sono… spariti.» concluse, cercando fiato.

La mascella mi si serrò. «Non è possibile.»

Lui scosse la testa. «Abbiamo seguito la scia per una trentina di yard. Poi si è interrotta di colpo.»

Atlas e io ci scambiammo uno sguardo. Trenta yard. Non era niente. Non abbastanza distanza per seminarci. Non abbastanza per sparire.

A meno che—Atlas lo disse nello stesso istante in cui lo pensai io. «Hanno mascherato l’odore.»

Il mio lupo ringhiò di nuovo.

Solo lupi addestrati al massimo potevano farlo. E anche allora non era facile. Il che voleva dire una cosa sola: erano addestrati. Addestratissimi.

Un altro guerriero ci raggiunse di corsa, col fiato corto. «Niente sulla cresta a nord.»

«La radura a sud è vuota.» gridò un altro.

Anche un guerriero alle mie spalle si fece sentire. «Anche il sentiero a ovest.»

Atlas si passò una mano tra i capelli, frustrato. «Erano proprio qui.»

Fissai più a fondo nella foresta. Nelle ombre. Nel silenzio. E quella voce mi tornò in testa, a ripetersi.

Tra due settimane. Due settimane. Il ballo. La cerimonia.

Il giorno in cui Atlas e io ci faremo avanti ufficialmente.

Mi si strinse lo stomaco. Lo sapevano. E questo significava che non era un caso. Erano venuti qui per un motivo. Volevano che li vedessimo.

Atlas espirò secco. «Stai pensando quello che penso io?»

«Sì.» sibilai, mentre la consapevolezza mi colpiva in pieno.

Mi voltai verso i guerrieri. «Perquisire tutto il perimetro della foresta.»

Molti di loro si raddrizzarono all’istante.

«Sì, Principe.» risposero in coro, muovendosi per eseguire l’ordine.

«Controllate le scogliere, i canaloni, il letto del ruscello. Voglio che sia tutto controllato due volte.»

Annuirono e si dispersero di nuovo.

Atlas si avvicinò, la voce più bassa. «Pensi che lavorino per qualcuno?»

«Forse.» Ma dentro di me avevo un brutto presentimento. Un presentimento terribile. Il modo in cui quello sorrideva. Il modo in cui parlava. Il modo in cui ci guardava. Come se fossimo prede.

Atlas lanciò un’occhiata oltre gli alberi, verso il campo d’addestramento.

Mi passai una mano sul viso, riflettendo. Poi mi voltai di nuovo verso i guerrieri.

«Interrompete la ricerca.»

Atlas sbatté le palpebre. «Cosa?»

«Se ne sono andati.» dissi, scuotendo la testa.

«Ma…» Atlas gemette.

«Volevano farci inseguire,» dissi. E se l’avessimo fatto, sarebbe stato il modo migliore per farci fuori uno alla volta.

Atlas ci pensò. Poi annuì lentamente. «Sì. Hai ragione.»

Era stato tutto deliberato. Si erano mostrati. Ci avevano minacciati. Poi erano spariti come fantasmi.

Un messaggio.

Un avvertimento. E la parte peggiore? Non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione di essere osservato. Anche adesso. Guardai lentamente intorno, scandagliando la foresta: le ombre, i tronchi, le scogliere sopra di noi.

Niente.

Eppure il mio Lycan era ancora irrequieto. Ancora teso.

Atlas mi diede una leggera pacca sulla spalla. «Andiamo. È meglio rientrare prima che a palazzo pensino che siamo sotto attacco.»

Annuii una volta. Ma mentre tornavamo verso il campo d’addestramento, qualcosa continuava a rodermi. Quei tre non erano dilettanti. Erano sicuri di sé. Preparati. E chiunque fosse quel leader, sembrava sapere esattamente chi eravamo. Ed esattamente cosa voleva. Il che significava una cosa sola.

Mi voltai verso la foresta un’ultima volta. «Atlas,» dissi, fermandomi.

«Sì?» rispose, alzando un sopracciglio in attesa.

«Se sono abbastanza audaci da venire fin qui…»

Lui concluse il pensiero, piano. «Allora sono abbastanza audaci da tornare.»

Il vento frusciò tra i rami.

E da qualche parte, nel profondo del bosco, avrei giurato di aver sentito un ululato. Basso, lontano. Come se ci stesse prendendo in giro. Come se qualcuno là fuori stesse ridendo di noi. E la parte peggiore? Avevo la sensazione che fosse solo l’inizio.

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