Capitolo 6 Capitolo 6

Logan

Calore.

Un calore morbido, delicato, premuto contro di me; il suo profumo mi si avvolgeva intorno ai sensi, cullandomi in una pace pericolosa. Quand’era stata l’ultima volta che avevo provato quella sensazione quieta e lenitiva? L’ultima volta che le mie responsabilità da Re non mi occupavano la mente, in primo piano? Inspirai, lasciando che l’odore di caprifoglio e vaniglia mi si posasse nel petto. Qualcosa, molto in profondità, vibrò di soddisfazione. Mi strinsi ancora di più a quel calore, proprio mentre la realtà mi piombava addosso come una lama nel torace.

Spalancai gli occhi, il corpo intero irrigidito mentre mettevo a fuoco la scena davanti a me. Sienna. Rannicchiata contro il mio fianco, un braccio gettato sulla mia vita, la pelle nuda che brillava nella luce morbida del mattino. Io la tenevo con un braccio, l’altro sotto la sua testa; le sue gambe intrecciate alle mie. Il mio marchio spiccava sul suo collo: una rivendicazione inconfondibile, un legame permanente che la ancorava a me. I ricordi della notte precedente mi travolsero. Il respiro mi si bloccò nel petto. No. No, no, no.

Un attimo prima stavamo cenando in un silenzio scomodo. Quello dopo, la stavo scopando contro il muro con la lingua. Un muscolo della mascella mi guizzò mentre lo sguardo scendeva, seguendo i lividi appena accennati sulle sue cosce, la prova rossa e viva di come l’avevo presa, marchiata. Rovinata. Era vergine. Dea mia, com’avevo fatto a non accorgermene? Non aveva sussultato, non aveva fatto una smorfia. Non aveva dato alcun segno di dolore. La mia piccola Omega. Stava cercando di essere forte per me? Di reggere il confronto con la mia forza?

O semplicemente non voleva rischiare di riportarmi alla realtà?

Lasciai uscire il fiato tra i denti serrati, le mani che si chiudevano in pugni. Aveva tremato sotto il mio tocco, ansimato contro le mie labbra, sciolta contro di me come se non avesse mai conosciuto il piacere. Perché non lo aveva mai conosciuto. Perché ero stato il suo primo. E adesso? Adesso era mia. In ogni modo che contasse davvero. Il mio lupo fece le fusa al pensiero, spingendomi a tirarla di nuovo tra le braccia, ad affondare il naso nel suo collo e respirarla finché non fosse impressa in ogni centimetro della mia anima.

Ma non potevo.

Avevo commesso un errore. Un errore terribile.

E lo sapevo.

Un Re non lasciava che fossero le emozioni a governarlo. Le teneva a freno. E, cosa ancora più importante, non ragionava col cazzo. Il cuore mi martellava mentre mi districavo con cautela da lei. Mi muovevo piano perché non volevo svegliarla. Non ancora. Non quando non avevo ancora capito come sarei uscito da quel casino. Scoparla era una cosa, marchiarla era tutt’altra. Un errore enorme. Qualcosa mi si contorse nello stomaco quando lei si mosse, un sospiro lieve che le sfuggì dalle labbra prima di rannicchiarsi più a fondo nel cuscino. Mi costrinsi a distogliere lo sguardo.

Non avrei mai dovuto mandarle un secondo invito. Mi staccai dal letto di scatto, afferrai un paio di pantaloni e me li infilai prima di avanzare a grandi passi verso il bagno, dove li tolsi immediatamente. Appena entrai, girai la manopola della doccia, lasciando che l’acqua mi cadesse addosso in una cascata rovente, punitiva. Puntellai le mani contro le piastrelle fredde, abbassando la testa tra le spalle. Che diavolo ho fatto? Strinsi gli occhi, la profezia che mi rimbombava in testa come un canto maledetto.

«Il tuo regno è sull’orlo della rovina. Le ombre si leveranno, i nemici strisceranno fuori dal buio, e solo una regina abbastanza forte da resistere alla tempesta impedirà che il trono si riduca in polvere.»

Era ciò che gli anziani mi avevano detto il giorno in cui avevo preso il trono. Da allora mi era rimasto inciso addosso, guidando ogni mia decisione. Avevo giurato che avrei aspettato quella giusta. La regina giusta. Una donna abbastanza forte, abbastanza potente, da restarmi accanto quando la guerra fosse venuta a bussare. Sienna non era quella donna. Era un’Omega. Debole. Fragile. Lei si sarebbe spezzata sotto il peso della mia corona. Tra noi, una relazione era impossibile.

Eppure l’avevo marchiata. Avevo sigillato il nostro legame, legando il suo destino al mio nel modo più permanente possibile. Le dita mi si chiusero a pugno, gli artigli che minacciavano di perforarmi i palmi. Dovevo rimediare. Non potevo rischiare di buttare via tutto ciò che avevo costruito per via di un abbinamento in cui la dea della luna aveva chiaramente commesso un errore. Non siamo fatti per stare insieme. Chiusi l’acqua, afferrai un asciugamano e mi asciugai in fretta, poi mi rimisi i pantaloni e tornai in camera.

Sienna dormiva ancora, raggomitolata sul letto, con il mio odore addosso. Dovetti costringermi a distogliere lo sguardo. Quando arrivai nella sala del trono, la mia decisione si era assestata nel petto come pietra. Mi sedetti, sentendo a malapena il peso del trono sotto di me; la testa mi pulsava mentre ringhiai: «Convocate Kael.»

Pochi minuti dopo, il mio Beta entrò a passo deciso, lo sguardo acuto e in attesa. Non c’era bisogno di girarci intorno. «Tieni pronti dei guerrieri per scortare Sienna fuori dal branco.»

Le sopracciglia di Kael si aggrottarono, la sua postura cambiò. «Fuori dal branco?» ripeté.

«Sì,» sputai, con una voce più fredda di quanto avessi voluto. «Non appartiene a questo posto.» Le parole mi bruciarono sulla lingua come acido, ma le ignorai. Ignorai il dolore sordo che mi rosicchiava il petto, il modo in cui il mio lupo ringhiava in protesta. Da Re, avevo un dovere verso il mio branco. E se gli Anziani insistevano che mi serviva una regina forte al mio fianco per proteggerli e salvare il regno dalla rovina, allora era esattamente con una donna così che sarei rimasto. Non importava chi mi avesse assegnato la dea.

Era la cosa giusta da fare.

Doveva esserlo.

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