Capitolo 7
Punto di vista di Avia
La casa era silenziosa quando finalmente chiusi la porta della mia camera. Troppo silenziosa. Quel tipo di silenzio che rende ogni respiro troppo forte.
Appoggiai la schiena al legno e mi lasciai scivolare giù finché non mi ritrovai seduta sul pavimento. Le gambe non mi reggevano più.
Tre anni. Tre anni così.
La sala del consiglio. Gli anziani che mi fissavano come se fossi una fattrice. La presa gelida di Alexander sul mio polso. Il sorriso trionfante di Victoria in giardino.
E adesso il dottor Harper, con le sue domande misurate e il suo secondo fine nascosto.
Non mi è rimasto niente. Niente, tranne il mio bambino.
Mi toccai lo stomaco. Ancora piatto. Ancora mio.
Per ora.
Quel pensiero mi serrò la gola. Mi rimisi in piedi e andai al tavolino da toilette. Il mio riflesso mi fissò—pelle pallida, occhiaie scure, i capelli che sfuggivano dalle forcine.
Quando sono diventata questa persona?
Aprii il cassetto in basso. Spostai vecchie sciarpe e gioielli dimenticati finché le dita non trovarono il piccolo cofanetto con serratura nascosto in fondo.
Dentro c’erano sei flaconi. Vetro di cristallo, curve eleganti, ciascuno inciso con una sola lettera: V.
Vera.
Le mani mi tremavano mentre ne sollevavo uno. Gelsomino e muschio bianco. Il profumo che avevo creato tre anni prima, prima del matrimonio. Prima di diventare la moglie di Alexander Cross.
Mamma aveva detto che era sconveniente. Che una Luna non doveva lavorare. Che il mio unico compito era occuparmi degli affari del branco e dare alla luce eredi.
Io li avevo nascosti, invece. Avevo tenuto per me questo unico pezzo di identità che loro non potevano toccare.
Forse dovrei ricominciare. Usare questo nome. Costruire qualcosa che non possano portarmi via.
Ma avrebbe significato combattere. Combattere tutti. Combattere un sistema progettato per schiacciare persone come me.
Ne sono davvero capace?
Posai il flacone con attenzione. Richiusi il cofanetto. Lo spinsi di nuovo nell’oscurità.
Non ancora. Non finché non saprò di poter vincere.
I giorni successivi passarono in un vortice d’ansia. La mattina della Caccia avevo dormito a malapena. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo Victoria e Isabella in giardino.
Due ore prima della Caccia, aprii l’armadio.
Vuoto.
Ogni abito, ogni vestito, ogni capo elegante—sparito.
Il cuore non prese nemmeno a battermi più forte. Mi limitai a fissare le grucce nude.
Certo.
Un colpo alla porta. La voce della signora Martha, grondante di finta premura. «Signora Cross? Posso entrare?»
Aprii.
Era lì, con le mani intrecciate, l’espressione perfettamente compassionevole. «Mi dispiace tanto, signora. Miss Isabella ha detto che i suoi abiti avevano bisogno di modifiche. Li ha fatti mandare fuori stamattina.»
«Quando tornano?»
«Temo che…» Diede un’occhiata all’orologio. «La Caccia comincia fra due ore. Non c’è proprio tempo. Luna Victoria ha detto che, se non ha un abbigliamento adeguato, forse è meglio che resti a casa.»
Eccolo.
«Capisco.» La mia voce uscì piatta. Calma. «Grazie, signora Martha.»
Lei sbatté le palpebre, come se si aspettasse lacrime. Suppliche.
Le chiusi la porta in faccia.
Vogliono che fallisca. Che salti la Caccia. Che umili il Branco Cross davanti a ogni famiglia importante.
Andai nel ripostiglio in fondo al corridoio. Tirai la porta. Polvere, naftalina e cose dimenticate.
Lì. Il baule che avevo portato dalla tenuta Rhinehart. Quello che avevano buttato qui dentro come fosse spazzatura.
Lo aprii. Tirai fuori l’abito di velluto blu notte che avevo indossato alla festa di fidanzamento. Semplice. Elegante. Vecchio di tre anni.
Dovrà bastare.
Victoria e Isabella mi aspettavano nell’ingresso. Entrambe in abiti nuovi—Victoria in seta color smeraldo, Isabella in raso color champagne.
Gli occhi di Isabella mi scivolarono addosso. Le labbra si incurvarono in un ghigno. «È quello il vestito di tre anni fa? Avia, non puoi davvero indossarlo per incontrare gli Alpha e le Luna.»
Sostenni il suo sguardo. Non lo distolsi.
«Credo che la semplicità dimostri più classe dell’eccesso.»
Il suo sorriso vacillò. Solo per un secondo.
Bene.
Il viaggio in auto verso Firwood cominciò abbastanza tranquillo. Il dottor Harper sedeva accanto a me nel secondo veicolo, la borsa medica in grembo. L’autista affrontava la strada di montagna in silenzio.
Poi il SUV nero sbucò dal nulla.
Sbandò nella nostra corsia. L’autista strattonò il volante. Il mondo si inclinò. La mia testa andò a sbattere contro il finestrino.
Il dolore mi esplose alla tempia. Il sangue caldo mi colò lungo il viso.
Il dottor Harper mi afferrò per le spalle. «Signora Cross! Si è fatta male?»
Mi portai una mano alla fronte. Il sangue mi si sparse sulle dita. «Sto bene.»
Dal lunotto posteriore, guardai il SUV allontanarsi a tutta velocità. Nessuna targa. Nessun danno alla carrozzeria.
Quello non era stato un incidente.
L’auto arrancò fino a fermarsi all’ingresso della foresta. L’autista scese, imprecando. «La gomma è distrutta. Ci sono dei chiodi sulla strada. Ci vorranno almeno venti minuti.»
L’auto di Victoria stava già sparendo nella foresta. La voce di Isabella crepitò attraverso la radio, nauseantemente mielosa. «Oh no, problemi con la macchina? Che sfortuna. La Caccia sta per cominciare.»
Fissai il muro scuro degli abeti davanti a noi. Tutti i principali branchi sarebbero stati lì. Ogni Alpha a osservare. A giudicare.
Se arrivo in ritardo, Isabella farà in modo che tutti lo sappiano. Il branco Cross sarà umiliato. E sarà colpa mia.
Poi li vidi.
Due auto nere. Eleganti. Costose. Senza contrassegni. Si muovevano come ombre, silenziose e predatorie.
Il dottor Harper si irrigidì accanto a me. Il suo viso impallidì.
«Aspetti qui», disse.
«Dottor Harper...»
Ma stava già camminando verso la prima auto. Si fermò davanti al finestrino posteriore. Si chinò. Abbassò il capo.
Non riuscivo a sentire cosa stesse dicendo. Lo vidi soltanto indicare nella mia direzione, verso la nostra auto in panne.
Il vetro restò scuro. Oscurato. Impenetrabile.
Poi una voce. Bassa. Gelida. Una sola parola.
«Salite.»
Il dottor Harper si voltò e mi fece cenno. La sua mano tremava leggermente.
Chi è quello?
Non volevo essere in debito con nessuno. Non volevo altri debiti, altra gente pronta a usarmi come leva, altre catene.
Ma la foresta era buia. La Caccia stava iniziando. E non avevo scelta.
Lasciai che il dottor Harper mi aiutasse a salire sul sedile posteriore.
L’interno era di pelle nera e aria fredda. L’uomo seduto di fronte a me era un’ombra: alto, con spalle larghe, in un abito nero che probabilmente costava più del mio vestito da sposa. Gli occhiali da sole gli nascondevano gli occhi anche se era quasi buio.
L’aria sembrava pesante. Sbagliata. Come stare troppo vicino a un cavo sotto tensione.
Riuscivo a malapena a respirare.
«Grazie per il suo aiuto», riuscii a dire. La mia voce suonava piccola.
Lui non rispose. Fece solo un lieve cenno del capo.
Il dottor Harper salì accanto a me. Neppure lui parlò. Tirò fuori una garza e cominciò a pulirmi il sangue dalla fronte. Gli tremavano le mani.
Perché ha così paura?
L’auto si mosse. Fluida. Silenziosa. Come se stesse fluttuando.
Tenevo gli occhi bassi. Cercavo di non guardare l’uomo di fronte a me. Ma lo sentivo. Il peso della sua presenza che mi premeva contro il petto.
Chi è quest’uomo?
Quando arrivammo al luogo della Caccia, allungai la mano verso la maniglia.
«Aspetti.»
La voce dell’uomo fendette il silenzio.
Mi immobilizzai.
Si sporse leggermente in avanti. Il suo autista gli passò qualcosa: un biglietto da visita, con scritte in rilievo dorate.
Me lo porse.
Lo presi con entrambe le mani. Lo inclinai verso la debole luce dell’abitacolo.
Damon Lester. Lester Corporation. Amministratore delegato.
Le dita mi si intorpidirono.
Damon Lester.
L’uomo più ricco di San Loris. L’Alpha del branco Lester, il più potente delle tre famiglie fondatrici. L’uomo che perfino la famiglia Cross temeva.
Oddio.
«Grazie, signor Lester», sussurrai. «Glielo restituirò...»
«Non ce n’è bisogno.»
La sua voce.
Profonda. Magnetica. Con una nota aspra che mi fece formicolare la pelle.
Alzai lo sguardo. Cercai di vedere il suo viso dietro quegli occhiali scuri.
Ed è allora che mi colpì.
Quella voce.
Conoscevo quella voce.
Profonda. Controllata. Il modo in cui modellava le parole: preciso, quasi freddo, ma con qualcosa sotto. Qualcosa di oscuro.
La mia mente balzò indietro. La stanza d’albergo. La luce soffusa, le lenzuola aggrovigliate e la voce di un uomo al mio orecchio.
Lo stesso timbro. Lo stesso ritmo. Perfino il modo in cui respirava.
No.
Il mio cuore si fermò.
Non può essere.
Lo fissai. La linea netta della mandibola. I capelli biondo platino appena visibili nell’ombra. Il modo in cui si teneva: controllo assoluto, potere assoluto.
L’uomo della stanza 908.
Il padre di mio figlio.
È lui.
