Capitolo 9
Punto di vista di Avia
Gli abeti si innalzavano sopra di noi come colonne di una cattedrale, i loro rami schermavano quasi tutta la luce della luna. I tacchi affondavano nella terra morbida a ogni passo, costringendomi a stringere il braccio del dottor Harper più di quanto avrei voluto.
«Attenta, signora Cross.» La sua voce era bassa, professionale. «Qui il sentiero diventa irregolare.»
Lo sentii appena. La mia mente era ancora bloccata su quel nome.
Damon Lester.
La voce combaciava. Era lui. Lo stesso tono freddo, controllato, che infestava i miei ricordi. E se la voce combaciava, allora—
No. Non pensarci. Non adesso.
Ma il mio corpo non mi ascoltava. I palmi mi scivolavano di sudore dentro i guanti. Il cuore martellava così forte che riuscivo a sentirlo in gola.
Girato un tornante, la foresta si aprì.
Mi fermai.
La radura davanti a noi sembrava uscita da un sogno febbrile. Enormi tende bianche si tendevano tra gli abeti secolari, la stoffa splendeva dall’interno. Lampadari di cristallo pendevano da strutture di ferro, spargendo una luce franta su lunghi tavoli carichi di cibo. I calici di champagne catturavano il bagliore del fuoco di decine di torce infisse nel terreno.
Lupi in abiti da sera.
Era questo che sembravano. Alpha in completi su misura, con le loro Luna grondanti di gioielli che probabilmente costavano più della casa della maggior parte delle persone. I lupi più giovani erano raccolti in gruppetti, e le loro risate attraversavano la radura come carillon al vento.
Ero già stata a raduni come quello. Li avevo odiati ogni singolo istante.
Ma stasera non riuscivo neppure a evocare il solito terrore. Tutta la mia attenzione si era ristretta a un unico punto.
È qui?
«Signora Cross?» La mano del dottor Harper mi sorresse. «Sta bene? È pallida.»
«Sto bene.» La bugia aveva il sapore del rame. «È solo che... la fasciatura è stretta.»
Il suo sguardo scivolò sulla garza avvolta intorno alla mia fronte. Per un attimo pensai che mi avrebbe smascherata. Invece annuì soltanto.
«Troviamole un posto dove sedersi.»
Ci addentrammo nella radura. Immediatamente sentii il peso degli sguardi voltarsi verso di noi. Le conversazioni si interruppero a metà frase. Alcune teste si avvicinarono tra loro, sussurrando.
Certo che mi fissano. Probabilmente sembravo appena uscita da un incidente d’auto. L’abito blu notte che nel mio armadio era sembrato elegante adesso mi dava l’impressione di essere un costume di due taglie troppo teatrale. E la fasciatura... Dio, la fasciatura mi faceva sembrare come se avessi perso una rissa.
Che, tecnicamente, era proprio così.
«Avia!»
Mi voltai. Isabella stava scivolando verso di noi, il suo abito rosa luccicava come squame di pesce. Il suo sorriso mostrava tutti i denti.
Merda.
«Oddio, che ti è successo alla testa?» Tese una mano come per toccare la fasciatura, e io indietreggiai d’istinto. La sua mano ricadde, ma il sorriso rimase inchiodato al suo posto. «Stai bene?»
«Sto bene.»
«Non hai l’aria di stare bene.» Si girò verso il gruppetto di giovani donne dietro di lei, lupi che riconoscevo vagamente da altri eventi del Branco. «Signore, non vi sembra che abbia un’aria malaticcia?»
Mormorii di assenso. Cenni del capo compassionevoli che di compassione avevano ben poco.
Lo sguardo di Isabella scese sul mio vestito. «E questo abito... è vintage?»
Dal modo in cui pronunciò vintage, sembrava stesse dicendo roba da mercatino dell’usato.
«È della stagione scorsa», dissi piatta.
«Oh.» I suoi occhi si spalancarono in una finta sorpresa. «Pensavo solo che... be’, con le risorse della famiglia Cross, avessi accesso alle collezioni attuali. Ma suppongo che non tutti diano la priorità alla moda.»
Una delle donne dietro di lei — una bionda con un viso da bambola di porcellana — rise piano dietro il calice di champagne.
Avrei dovuto dire qualcosa. Avrei dovuto sorridere e servirle una replica tagliente che la rimettesse al suo posto. Eleanor l’avrebbe fatto. Avrebbe trasformato la condiscendenza di Isabella in una battuta e se ne sarebbe andata conservando intatta la propria dignità.
Ma non ci riuscii.
Perché mi si stava chiudendo la gola. Perché le donne continuavano a fissarmi, gli occhi intenti a catalogare ogni difetto del mio vestito, ogni imperfezione. Perché il sorriso di Isabella si allargava sempre di più, nutrendosi del mio silenzio.
«Va benissimo, davvero» disse Isabella, con una voce che grondava dolcezza finta. «Le vecchie abitudini sono dure a morire, suppongo. Oppure Alexander si è semplicemente dimenticato di darti una paghetta. Capita. Noi capiamo.»
Una delle donne dietro di lei ridacchiò. Poi lo coprì in fretta con un colpo di tosse.
Mi bruciava la faccia. La benda sulla fronte, all’improvviso, mi parve enorme. Evidente. Come un cartello che annunciava quanto fossi patetica.
«Se permettete» dissi, già voltandomi.
Non aspettai una risposta. Mi limitai a camminare. In fretta. Verso il margine della radura, dove gli alberi erano più fitti e le ombre più profonde.
Il dottor Harper mi raggiunse all’altezza della tenda. «Signora Cross—»
«Ho bisogno di sedermi.»
Mi guidò fino a una sedia vicino a uno dei pali di sostegno, parzialmente nascosta alla vista della folla principale. Ci sprofondai, con le gambe che di colpo si erano fatte deboli.
«Vuole dell’acqua?»
«No. Solo... mi dia un minuto.»
Esitò, poi annuì e si fece da parte.
Premetti le mani guantate sulle cosce, cercando di regolare il respiro. La radura si stava riempiendo ormai. Altri lupi arrivavano a gruppetti, e i loro odori si mescolavano in un muro soffocante di muschio, profumo e potere.
Scrutai la folla in cerca di Alexander.
Non perché volessi vederlo. Perché dovevo sapere dov’era. Dovevo evitarlo.
Ma non si vedeva.
Un’ondulazione di movimento vicino al centro della radura attirò la mia attenzione. La gente si stava aprendo, facendo spazio a qualcuno.
Victoria.
Stava in mezzo allo spiazzo, l’abito color smeraldo che catturava la luce delle torce. I capelli scuri erano raccolti in un’elaborata acconciatura ritorta, e diamanti le scintillavano alla gola. Era Luna in ogni dettaglio: potente, elegante, irraggiungibile.
Sollevò un calice di champagne e, intorno a lei, le conversazioni si spensero.
«Benvenuti a tutti.» La sua voce attraversò la radura senza sforzo. «Grazie per esservi uniti a noi stasera per la Caccia di Luna Piena.»
Applausi educati.
«Come molti di voi sanno, Alpha James è attualmente all’estero per occuparsi di importanti questioni d’affari.» Sorrise, ma non le arrivò agli occhi. «Quindi sarò io a ospitare i festeggiamenti di questa sera al suo posto.»
Altri applausi. Alcuni lupi si scambiarono occhiate.
Victoria proseguì. «La Caccia si svolgerà come detta la tradizione. Dieci distintivi sono stati nascosti nella parte più interna della foresta. L’Alpha che ne recupererà il maggior numero sarà onorato come vincitore di questa notte.»
Si fermò, lasciando che il peso di quelle parole si depositasse.
«La foresta è vasta. I distintivi sono ben celati. E la competizione...» Il suo sorriso si fece più tagliente. «...sarà spietata.»
Alcuni Alpha tra la folla si raddrizzarono, i loro lupi già pronti a raccogliere la sfida.
Io registrai a malapena il resto.
Perché fu in quel momento che lo sentii.
Un mutamento nell’aria. Un cambio di pressione, come l’istante prima che un fulmine colpisca.
La folla vicino all’ingresso cominciò a mormorare. Le teste si voltarono. Le conversazioni si interruppero a metà parola.
Stava arrivando qualcuno.
Da dove ero seduta non riuscivo a vedere chi fosse. Ma lo percepivo: quella carica elettrica che accompagna l’ingresso di un potere vero in un luogo.
La mia lupa si mosse. Non in sfida. In riconoscimento.
No.
Mi alzai senza pensare, la sedia che strisciò contro il terreno. Il dottor Harper mi guardò allarmato, ma lo ignorai.
La folla si aprì.
Ed eccolo lì.
Damon Lester.
