Capitolo 5

Nelle ultime due settimane le cose sono tornate alla normalità, o meglio, alla mia normalità. Jace ha ripreso a spingermi contro gli armadietti quando mi passa accanto o a provare a farmi inciampare quando mi incrocia nei corridoi. I suoi due amici mi danno qualche spallata, ma finisce lì; per il resto è tutto opera di Jace.

Sono davanti al mio armadietto, con lo sportello aperto, e sto leggendo un messaggio di mia madre quando, all’improvviso, lo sportello sbatte chiudendosi. Mi prende alla sprovvista e faccio un salto all’indietro. Kaylee è appoggiata all’armadietto accanto al mio, le braccia conserte e un ghigno enorme stampato in faccia. Alzo gli occhi al cielo e mi chino per riaprire l’armadietto, ma lei me lo impedisce piantando la mano sullo sportello con un colpo secco.

Sospiro pesantemente. «Che vuoi, Kaylee?»

«Un po’ di rispetto, tanto per cominciare!» mi fulmina con lo sguardo.

«Non ti ho fatto niente. Fidati, cerco di evitarti come la peste» dico, con aria compiaciuta.

«Ecco! Proprio questo… è irrispettoso!» Mi punta contro un’unghia lunga e affilata.

«Il rispetto bisogna guadagnarselo, Kaylee. Hai perso il mio quando hai deciso di trattarmi da schifo senza motivo.» Sono così stanca di vivere nella paura di chi farà cosa. Devo cominciare a farmi valere. «Quindi, di nuovo: che vuoi? Devo andare a lezione.»

Lei sbuffa e poi mi si pianta davanti, a un soffio dal viso. «Riprovaci a parlarmi così e vediamo dove vai a finire!»

Non ho tempo per questa scenata, così mi stampo addosso il sorriso finto più grande che riesco a fare. «Mamma mia, scusami tanto, Kaylee. A cosa devo il piacere?»

Mi lancia uno sguardo strizzato, irritata dal mio sarcasmo. «Volevo solo assicurarmi che tu sapessi che domani sera Jace fa una festa a casa sua e che tu non sei invitata.»

«E cosa ti fa pensare che io voglia andarci, a una delle sue feste?»

«Be’, so che i vostri genitori sono amici stretti e probabilmente si aspetteranno che tu vada.» Imita la mia postura.

«Va bene, tranquilla. Di sicuro non ci sarò.» Decido di andarmene prima di irritarmi ancora di più con quell’aspirante Barbie. La sento ridacchiare mentre le passo accanto, ma non mi ferma. Perché mai dovrebbe pensare che mi aspetti un invito?

«Ehi, Ella… aspettami!» La voce di mia sorella mi raggiunge mentre mi corre dietro. «Che lezione hai adesso?»

«Storia, perché?»

«Oh, così, curiosità. Hai qualcosa da fare oggi pomeriggio?»

«Per ora no, a meno che mamma non mi chieda qualcosa. Perché?»

«Mi chiedevo se potessi portarmi al centro commerciale e aiutarmi a scegliere un outfit.»

«Certo che sì! Adoro fare shopping con te.» Le cingo le spalle con un mezzo abbraccio mentre camminiamo lungo il corridoio.

«Grazie! Io però devo scappare, la mia classe è dall’altra parte, giù al piano di sotto.» Ridacchia.

Scuoto la testa divertita mentre mia sorella si allontana saltellando.

«Tua sorellina sta diventando una gran bella ragazza.» Il mio corpo si irrigidisce al suono di quella voce. Mi volto di scatto e mi ritrovo faccia a faccia con il mio persecutore.

«Per favore, stalle lontano» lo supplico.

Lui si porta una mano al centro del petto e fa un finto sussulto. «Mi ferisci i sentimenti, Ella. Non farei mai nulla per ferire una ragazza innocente come Elise.» Si sporge verso di me, in modo che gli altri studenti di passaggio non sentano ciò che sta per dire. «Lei non è come te. A lei non farei mai tutte le cose che voglio fare a te. Non vorrei farle del male come invece voglio farne a te.»

Per quanto le sue parole facciano male, mi attraversano lo stesso con un brivido, facendomi pulsare il ventre. Inspiro di colpo e arretrato di un mezzo passo. Quando alzo gli occhi sul suo viso, c’è qualcosa che ha preso il posto della durezza abituale. Quasi uno sguardo che mi promette che farà esattamente ciò che ha appena detto. Siamo a pochi centimetri l’uno dall’altra, l’odore della sua colonia mi solletica il naso. Lo conosco bene, perché è ancora la stessa che ha iniziato a mettere quando eravamo amici. È quella che gli avevo comprato io; non l’ha mai cambiata in tutti questi anni.

Non oso dire niente né tentare di allontanarmi. Aspetto che sia lui ad andarsene per primo e, quando mi lancia un ghigno e se ne va pestando i piedi, lascio uscire il fiato che non mi ero nemmeno accorta di trattenere.


«Oh mio Dio, ti sta addosso benissimo! Secondo me dovresti assolutamente scegliere quello.»

Sono seduta e sfoglio una rivista di moda vecchia di mesi, mentre mia sorella prova un outfit dopo l’altro. Davvero non mi dispiace: non è che nella mia vita ci sia chissà cos’altro. Vivere per interposta persona attraverso Elise almeno mi aiuta a restare al passo con la vita fuori da casa e da scuola.

«Dici?» si gira davanti allo specchio a figura intera, indecisa. «Io continuo a pensare che dovrei mettere il vestito verde.»

Mi si spalanca la bocca. «Quello in cui ti si vedono le chiappe da sotto l’orlo?»

«Non esagerare, Ella.»

«Ma con chi ci esci, poi?» Le scaccio via la mano quando prova a ripiegare quel top già minuscolo, tirandolo ancora più su finché le sta proprio sotto il seno.

«Oh, non ho un appuntamento.»

Adesso sono completamente confusa. «E allora a cosa serviva questa “importantissima” sessione di shopping?»

Lei sgrana gli occhi e mi guarda. «Ehm, pronto? È la primissima festa di Jace a casa sua! Non ci vai?»

Mi lascia talmente senza parole che resto lì a fissarla come un’ebete, finché non mi dà una piccola scossa.

«Terra chiama Ella! Mi hai sentita?»

«Eh… sì, cioè… ma no, io non ci vado.» Inclino la testa. «E tu perché ci vai? Non ci parli mai, a malapena.»

Lei scrolla le spalle. «Mi ha invitata personalmente stamattina.» Sposta un fianco di lato e ci posa sopra la mano, studiandomi. «Davvero non ci vai? Voglio dire, voi due una volta eravate inseparabili e adesso non vi vedo mai parlare. C’è qualcosa che succede e che non mi hai detto?»

Elise non ha la minima idea dell’inferno che il nostro vicino di casa mi fa vivere ogni santo giorno. Sta attentissimo a comportarsi da angioletto quando c’è lei o qualunque altro membro della mia famiglia. Non voglio che lo sappia, ma non voglio neanche che vada a quella festa. Nulla di buono può venire dal fatto che abbia invitato la mia sorellina: sta tramando qualcosa.

Mi appiccico addosso uno dei miei famosi sorrisi finti e le accarezzo il braccio. «Non c’è niente da dire. Gli amici si allontanano, e le feste non fanno per me.» Poi mi viene un’idea. «Ehi, perché invece non salti la festa e andiamo nella città accanto? Magari passiamo da quel posto nuovo di cui tutti sembrano fissati.»

Lei sbuffa. «Ma sei seria? Mamma e papà finalmente mi danno il permesso di andare a una festa del liceo e tu pensi che me la lasci scappare?» Scuote la testa. «Eh già. Non se ne parla proprio.»

Sconfitta, torno sulla sedia dov’ero seduta. «In tal caso, metti questo. Non voglio che qualcuno di quegli stronzi della scuola provi ad allungare le mani, e ci proveranno.»

«Va bene. Darò ascolto al consiglio di mia sorella maggiore.» Si avvia verso il camerino, poi si gira di nuovo verso di me. «Ti voglio bene, Ella. Se c’è qualcosa di cui hai bisogno di parlare, io ci sono. I tuoi segreti con me sono al sicuro.»

Sorrido. «Grazie, Elise. Vale lo stesso per te.»

Lei annuisce e mi ricambia con un sorriso triste, prima di chiudere la porta del camerino. Devo parlare con Jace prima di quella festa. Devo sapere che intenzioni ha con la mia sorellina. Forse, se le dicessi quello che mi sta facendo da due anni a questa parte, non ci andrebbe. Mi mordo l’unghia del pollice, combattuta all’idea di farlo davvero. Alla fine, però, non ci riesco. Non posso dirle quanto è vigliacca sua sorella maggiore, perché non è capace di tenere testa al ragazzo della porta accanto.
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