Capitolo 2

Mi sfilai la fede nuziale senza dire una parola e la posai sul tavolo. Avevo finito di onorare i voti che avevo pronunciato all’altare.

Dio solo sapeva con quanta ferocia avevo lottato per aggrapparmi a Grey e salvare ciò che avevamo. Gli avevo dato ogni briciolo del mio amore e ogni possibilità che potevo. Non era bastato a tenerci insieme, ma almeno potevo andarmene con la pace nel cuore, sapendo che non avevo mai smesso di combattere per lui finché non mi era rimasto più nulla da dare.

Mi voltai verso la porta, poi mi fermai.

«Ricordati solo, Grey, che il karma ha un modo tutto suo di tornare a presentare il conto. Tuo padre ha lasciato tua madre per una donna più giovane. Ora tu stai lasciando me per una vecchia fiamma. Mi chiedo...» Lanciai un’occhiata oltre la spalla, incrociando per l’ultima volta il suo sguardo tempestoso. «Per chi ti lascerà Natalia?»

Il suo volto si rabbuiò. Per un secondo pensai che avrebbe detto qualcosa, ma non rimasi ad ascoltare. Uscii, chiudendomi la porta alle spalle con un senso di definitiva conclusione. L’aria fresca della notte mi colpì in faccia non appena misi piede fuori. Inspirai con un tremito, sperando che in qualche modo alleviasse la pressione nel petto. Non lo fece.

Marciai verso il parcheggio dove mi aspettava la mia auto, aprii la portiera e scivolai sul sedile di guida. Le mani mi tremavano ancora mentre allungavo le dita verso il quadro. Prima che potessi avviare il motore, la porta del ristorante si spalancò. Guardai nello specchietto retrovisore.

Grey sbucò fuori e si diresse dritto verso la mia macchina.

Non mi stava inseguendo perché mi amava o perché voleva salvare il nostro matrimonio. Probabilmente era furioso per le mie ultime parole su Natalia.

Eppure, una parte sciocca di me voleva credere il contrario.

Con le mani tremanti infilai la chiave nel quadro e misi in moto. Quel rumore parve spingere Grey ad accelerare.

«Lily!»

Inserii la retromarcia e me ne andai.

Il ristorante si rimpicciolì nello specchietto. La figura di Grey diventò un puntino, poi scomparve del tutto quando imboccai la strada principale.

Solo allora mi concessi di respirare. Il telefono cominciò a squillare dentro la borsa. Non avevo bisogno di guardare chi chiamava per sapere che era Grey. Probabilmente per urlarmi contro. Probabilmente per pretendere che tornassi indietro. O forse voleva rimangiarsi quello che avevo detto.

Il telefono continuò a squillare finché il suono non diventò insopportabile. Presi la borsa, tirai fuori il cellulare e fissai il suo nome che brillava sullo schermo. Poi lo capovolsi sul sedile del passeggero.

Alla fine lo squillo cessò.

Non avevo una meta in mente. La casa che condividevo con mio marito era l’ultimo posto in cui volessi andare. Varcare quella soglia avrebbe solo riaperto le ferite. Alla fine, l’unico luogo che mi venne in mente fu casa di mia madre.

Anche se non potevo dirle che cosa fosse successo, avevo bisogno di sentire la sua voce. Avevo bisogno di sedermi accanto a lei e fingere, anche solo per un po’, di essere ancora la figlia di qualcuno, invece di una donna il cui matrimonio si era appena sbriciolato.

I lampioni scorrevano in strisce sul parabrezza e le auto che incrociavo non erano che lampi di luce. Ricordavo a malapena di aver fatto diverse svolte. Quando, a un semaforo rosso, buttai un’occhiata al telefono, lo stomaco mi si strinse. Sedici chiamate perse. Tutte, una per una, da Grey. Bloccai lo schermo senza richiamarlo.

Presto, il vecchio albero davanti alla casa della mia infanzia mi apparve davanti. Era lo stesso che scalavo da bambina, sbucciandomi le ginocchia e tornando a casa con i vestiti sporchi di terra mentre mamma mi rimproverava perché la facevo preoccupare.

Allora, i miei problemi più grandi erano le ginocchia sbucciate. Ora, a ventitré anni, ero spezzata in modi che nessun cerotto avrebbe mai potuto aggiustare.

Scesi dall’auto di scatto e mi affrettai verso la porta d’ingresso. Dopo aver armeggiato con la chiave di scorta, finalmente la aprii e mi precipitai dentro. Di solito, quando si occupava di mamma, Celine mi aspettava in salotto, ma quella sera non c’era. Forse era andata in camera di mamma a controllare come stesse.

«Celine?»

L’infermiera comparve pochi istanti dopo, arrivando dal corridoio.

«Come sta mamma?»

Celine mi venne incontro e allungò una mano verso il mio braccio. «Ha avuto una mattinata difficile, Lily.»

«Che cosa è successo?»

«Il nuovo farmaco sta mettendo a dura prova il suo organismo. Ha dormito quasi tutto il giorno.»

Celine cercò di sembrare calma, ma non riuscì a trattenere le lacrime che le luccicavano agli angoli degli occhi.

Era stata l’infermiera privata di mia madre per anni. Col tempo, era diventata molto più di una dipendente. Lei e mamma erano così legate che Celine la trattava come se fosse sua madre, e per me era diventata come una sorella.

I medici avevano dato a mamma sei mesi, nella migliore delle ipotesi, ma lei si rifiutava di smettere di lottare. Anche quando il suo corpo si faceva più debole, insisteva per alzarsi dal letto, mangiare come si deve e prendere ogni medicina che i dottori le prescrivevano. Era fatta così, testarda. Forse era da lei che l’avevo presa.

«Vado a controllare. Grazie per esserti presa cura di mamma, anche se oggi dovrebbe essere il tuo giorno libero.»

«Te l’ho detto, Lily: mi prenderei cura di lei anche se non mi pagassi.»

«Grazie.» Riuscii a tirare su un sorriso appena accennato. «Sei davvero un angelo. Non so cosa farei senza di te.»

«Non devi ringraziarmi ogni volta.»

Mi strinse la mano in un gesto rassicurante, poi raccolse la borsa. «Ci vediamo domani, Lily.»

La porta si chiuse piano alle sue spalle. Il silenzio calò sulla casa.

Rimasi sola in salotto, circondata dai ricordi. Le foto di famiglia coprivano le pareti, istanti congelati di anni in cui tutto era diverso. Poi il mio sguardo cadde su un’altra fotografia. Il giorno del mio matrimonio. Grey era accanto a me, un braccio intorno alla mia vita, e sorridevamo entrambi verso l’obiettivo.

Sembravamo felici.

Distolsi subito gli occhi. Non riuscivo a guardarla adesso.

Mi avviai verso la stanza di mamma e mi chiesi: e se aprissi la porta e la trovassi morta? L’idea di perderla era come se qualcuno mi stesse stritolando il cuore in un pugno.

La richiesta di divorzio di Grey non mi aveva spezzata abbastanza da farmi piangere. In qualche modo, ero riuscita a tenermi insieme. Ma il pensiero di aprire quella porta e trovare mamma sparita mi disfaceva completamente. Era l’unica famiglia che mi restava. Perderla avrebbe significato perdere il mio intero mondo.

Appoggiai il palmo alla porta, inspirai con un tremito e girai la maniglia. Il letto era vuoto. Le coperte erano ancora al loro posto, ma di mia madre non c’era traccia.

«Ma...»

Il cuore cominciò a martellarmi contro le costole. E se fosse caduta dal letto? Guardai sotto, ma non c’era nessuno.

Mi rialzai di scatto. E se fosse andata in bagno e fosse scivolata? Un senso terribile mi si posò nello stomaco. Controllai il bagno, ma era vuoto.

«Mamma? Dove sei?»

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