Capitolo 4 Crediamo morto
Sconosciuto
«Ultim’ora di questa sera. Si temono due morti dopo un incidente mortale su North Bridge Road, tra cui Isadora Sterling, figlia del sindaco Victor Sterling.»
La voce del conduttore riempie la stanza e, per un lungo secondo, ogni uomo nel mio ufficio resta perfettamente immobile, mentre oltre le finestre la città brilla di torri di vetro, strade bagnate e luci rosse dei freni strisciate sottili dalla pioggia.
In televisione, una Mercedes-Maybach nera brucia in fondo a un pendio boscoso: il muso schiacciato, i finestrini in frantumi, la carrozzeria contorta attorno agli alberi contro cui è finita.
Poi compare la sua foto scolastica. Lunghi capelli biondi. Occhi azzurri, morbidi. Postura perfetta. Quel sorriso quieto e misurato che indossava ogni volta che una telecamera la trovava.
Isadora Sterling.
Data per morta.
Il bicchiere che ho in mano si incrina e il whiskey mi cola caldo sulle dita, mentre il bordo spezzato mi morde il palmo.
Scaglio il tumbler di cristallo, che si frantuma contro la parete in fondo, e il liquore ambrato schizza su un quadro che vale più dello stipendio del giornalista.
«Capo?»
Mi volto verso l’uomo che ha parlato, e il suo viso si irrigidisce sotto il pallore tremolante della televisione.
Alzo la mano e lo indico, whiskey e sangue che scorrono insieme sulle nocche. «Che cazzo è questo?»
Apre la bocca, ma non ne esce niente di utile.
Mi avvicino a lui lentamente, perché se mi muovo troppo in fretta potrei ammazzarlo prima che mi dica quello che devo sapere. «Ho dato un solo ordine. Un incidente lieve e un prelievo. Un paraurti appena toccato, un motore in panne, abbastanza panico da portar via l’autista e la ragazza senza trasformare tutta la città in una fottuta processione funebre.»
Il suo pomo d’Adamo sobbalza.
«Lo so.»
«Allora dimmi perché sto guardando la sua macchina bruciare in televisione,» sibilo.
Il servizio passa a un’altra inquadratura del relitto: riprese traballanti di un telefono, fatte dalla strada più in alto, dove il nastro della polizia schiocca nel vento e i pompieri si muovono nel fumo mentre il reporter parla di due vittime, di un camion in fuga e della figlia del sindaco che si ritiene sia tra i morti.
«Chi ha cambiato l’ordine?»
«Nessuno l’ha cambiato.»
«Attento.» Lo inchiodo sul posto con uno sguardo che gli blocca le spalle.
I suoi occhi guizzano verso gli altri, poi tornano ai miei. «Il nostro autista li aspettava sul percorso che facevano di solito, ma l’autista degli Sterling ha preso un’altra strada. Non stavano tornando a casa.»
Lo fisso finché non capisce che voglio ogni singola parola.
«Il nostro autista ha detto che non riusciva ad avvicinarsi in tempo, così ha chiamato. C’era un altro uomo che si stava già muovendo in quella zona. Ha detto che poteva occuparsene lui.»
Giro la testa lentamente.
«Ha detto che poteva occuparsene lui.»
«Sì.»
«Con un fottuto camion?»
Il colore gli sparisce dal viso. «Non sapevamo che stesse usando un camion.»
Per un momento, l’unico suono nell’ufficio è la pioggia contro i vetri e la voce ferma del conduttore che scivola sulle immagini della Mercedes in fiamme.
«Hai passato il mio ordine a un altro uomo senza farmelo approvare,» dico.
«Era vicino.»
Lo colpisco prima ancora che l’ultima parola finisca di uscire dalla sua bocca.
Crolla pesantemente, un ginocchio che sbatte sul marmo con un colpo secco, il sangue che gli esce dal labbro mentre si regge con una mano. Gli altri uomini restano al loro posto, perché sanno bene che non devono allungarsi verso di lui, e perché capiscono cosa succede quando la stupidità mi costa qualcosa che volevo vivo.
Mi accovaccio davanti a lui e gli afferro il mento, costringendolo a rialzare gli occhi sui miei.
«Non doveva farle del male.»
«Lo so. Mi dispiace», dice, con la bocca piena di sangue.
Stringo la presa. «Se lo sapevi, lei respirerebbe ancora, il suo autista mi sarebbe ancora utile e Victor Sterling risponderebbe alla mia chiamata invece di stare davanti alle telecamere mentre la città gli porge la sua compassione.»
I suoi occhi scivolano verso il televisore; lo lascio andare e mi alzo.
La giornalista continua a parlare, mentre le immagini cambiano e mostrano il Municipio, dove i reporter affollano i gradini sotto luci bianche e ombrelli neri, in attesa che compaia il grande padre in lutto.
«Le autorità non hanno ancora reso nota l’identità della seconda vittima», dice, «anche se fonti vicine all’ufficio del sindaco indicano che anche l’autista di famiglia si trovava nel veicolo al momento dell’incidente.»
Abbasso lo sguardo sull’uomo che sta ancora sanguinando sul mio pavimento.
«Fuori.»
Si rimette in piedi lentamente ed esce con una mano premuta sulla bocca.
Vado alla scrivania e guardo i documenti.
I finanziatori della campagna di Sterling. I suoi giudici. I suoi contatti nella polizia. Le sue società di comodo. Le sue fondazioni. I suoi favori. Le sue donne. I suoi cadaveri. Ogni stretta di mano pulita e ogni cosa marcia nascosta sotto di essa, tracciata con inchiostro e fotografie e nomi che un giorno gli verranno letti uno a uno, quando non avrà più un posto dove stare.
Sotto quei fascicoli c’è quello che tengo separato.
Quello che tiro fuori adesso, nel silenzio della stanza.
La vita di Isadora è distesa sul legno nero in un modo che a nessun altro è concesso vedere. Ho i suoi orari scolastici, le apparizioni di beneficenza, i turni della sicurezza, le assegnazioni degli autisti e le cartelle cliniche. Ho ogni ritaglio di giornale in cui viene citata e fotografie scattate nel corso degli anni. Alcune durante eventi pubblici. Alcune da più lontano. Alcune da angolazioni di cui lei non ha mai saputo l’esistenza.
Nella più vecchia ha tredici anni: è in piedi nel corridoio della casa degli Sterling, mentre i nostri padri bevono scotch a porte chiuse.
Quel giorno la casa odorava di pavimenti lucidati a cera e fiori costosi. Victor Sterling parlava già di ripulire la città, persino allora, anche se aveva le mani infilate in ogni tasca sporca che contasse. Mio padre mi aveva portato lì perché credeva che fossi abbastanza grande da imparare gli affari di famiglia.
Isadora era comparsa in fondo al corridoio con un vestito chiaro e i capelli pettinati lisci su una spalla; e quando Victor l’aveva chiamata più vicino, lei era venuta senza esitare, anche se teneva le mani intrecciate davanti a sé con tanta forza che le nocche le erano diventate bianche.
Lui le posò una mano sulla spalla, con troppa fermezza per i miei gusti.
«La mia brava ragazza», disse.
Lei mi guardò dall’altra parte del corridoio mentre lui lo diceva, gli occhi azzurri fermi, il mento alto, la bocca modellata nel sorriso che aveva già imparato a indossare.
Avrei voluto spezzargli quelle cazzo di dita per quello, molto prima che usasse i soldi di mio padre, la sua influenza e la sua forza. Lasciò che la mia famiglia gli spianasse la strada sotto le sue scarpe lucide, poi salì su un palco e ci chiamò feccia. Criminali. Marciume sotto la città. Fece discorsi sul salvare la gente proprio dall’oscurità che lo aveva sollevato abbastanza in alto perché le telecamere lo trovassero.
La città lo adorò per questo.
Lo guardarono mentre ci spingeva nel fango e mio padre in una cella.
Ora sua figlia è sullo schermo, con la morte raggomitolata attorno al suo nome.
La sua brava ragazza.
Scomparsa.
