Capitolo 7 Direttamente verso l'alto

Isadora

Tengo le mani intrecciate in grembo per dieci lunghi secondi prima di toccare qualunque cosa.

Elise è ancora accanto a me e mi spiega i trasferimenti di chiamata e i badge per i visitatori, ma i miei occhi scorrono sullo schermo davanti a me, cogliendo i dettagli come faccio con le stanze. In basso a sinistra c’è l’icona della rubrica del personale. Sulla barra delle applicazioni è già aperto un sistema di gestione visitatori. In alto corre un banner di allerta sicurezza, verde: tutto normale. Nell’angolo campeggia il logo dell’azienda, una torre degli scacchi nera su uno scudo bianco.

Rook Security Group.

Sempre a guardare. Sempre in silenzio.

Elise si china su di me e tocca il registro visitatori. «Questo è quello che userai di più. Ogni cliente, appaltatore, addetto alle pulizie, corriere e visitatore viene inserito qui. Il sistema segnala chiunque sia collegato a un fascicolo attivo o a un appuntamento con un dirigente.»

Annuisco come se stessi ascoltando il lavoro e non memorizzando la disposizione.

«Appuntamento con un dirigente?»

«Solo ultimo piano» dice. «Qui sotto non te ne occuperai quasi mai, a meno che non arrivi qualcosa inserito in modo errato.»

«Certo.»

La sua mano scorre sul mouse e si apre il calendario.

I nomi riempiono la giornata in file nere ordinate.

La maggior parte, a prima vista, non significa nulla, ma ho imparato a non fidarmi delle prime impressioni. I nomi sono porte. Alcune sono chiuse a chiave. Alcune lo sembrano soltanto. I miei occhi sfiorano l’elenco mentre Elise continua a parlare, e ne trovo tre che riconosco dal muro del mio appartamento.

«Domande?» chiede.

Alzo lo sguardo con il sorriso educato di Hannah. «No. Sembra tutto piuttosto semplice.»

«Bene. Stamattina prenditi il tuo tempo. Tutti sanno che sei nuova.»

Elise mi lascia un fascicolo sottile, una tessera di accesso e un elenco di interni.

Apro il modulo di formazione perché una ragazza che ha passato un anno a sopravvivere sa quando conviene sembrare obbediente. La prima lezione mi guida attraverso la riservatezza con i clienti. La seconda spiega i livelli di accesso. La terza mette in guardia i dipendenti dall’entrare in aree riservate senza autorizzazione. Leggo ogni schermata con un solo pensiero: sbrigati e renditi utile.

Stringo le labbra e continuo a leggere finché un’ombra non cala sulla mia scrivania.

«Hannah Lane?»

Alzo lo sguardo.

La donna davanti a me è la stessa che ho visto prima vicino all’ascensore privato. Alta, pelle levigata, impeccabile in un completo nero che le calza come se fosse stato cucito sulle ossa. I capelli scuri sono tirati indietro in uno chignon perfetto e tiene un tablet appoggiato a un fianco.

«Sì.»

«Il capo vorrebbe parlarle.»

Per un attimo, la mente mi si svuota.

«Il capo?»

La sua espressione non cambia. «Ultimo piano.»

Lascio che gli occhi mi si spalanchino quel tanto che basta per sembrare sorpresa. «Certo. Ho fatto qualcosa di sbagliato?»

«Sono certa che glielo spiegherà.»

Non è una risposta, ma è un invito. Dritta all’ultimo piano, il mio primo giorno.

La parte minuscola e sconsiderata di me che Hannah Lane non è riuscita a soffocare si raddrizza e sorride.

È perfetto.

Credevo che avrei dovuto passare settimane a guadagnarmi la fiducia. Pensavo che avrei dovuto memorizzare i cambi turno, rubare una tessera d’accesso, ammaliare un giovane analista o seguire un’assistente stremata oltre una porta riservata con una pila di caffè tra le mani. Adesso devo solo entrare e vedere cosa vuole il capo.

Mi alzo e mi sistemo la gonna, lasciando che le dita sfiorino la tasca nascosta della borsa dove mi aspetta la chiavetta.

«Devo portare qualcosa?»

«Solo te stessa.»

Sì, certo. Col cavolo che lascio qui la borsa.

La donna si volta e si allontana senza nemmeno controllare se la seguo, segno che è abituata a essere obbedita. Mi accodo dietro di lei; le mie scarpe non fanno rumore sul tappeto grigio mentre superiamo le file di scrivanie, le sale riunioni con le pareti di vetro, la stampante, l’archivio con accesso codificato.

Passando, lancio un’occhiata al tastierino.

Sei cifre, con una sbavatura fresca sul tre e un graffietto minuscolo vicino al sette.

Poi arriviamo all’ascensore privato in fondo al corridoio.

La donna appoggia il pollice sul pannello nero accanto alle porte e digita un codice troppo in fretta perché io riesca a coglierlo tutto.

Tre. Otto. Otto di nuovo. Qualcosa di basso. Dannazione.

L’ascensore si apre senza un suono e io entro accanto a lei, prima che le porte ci richiudano dentro.

Le pareti sono a specchio, abbastanza scure da far sembrare il mio riflesso qualcuno in piedi sott’acqua. Capelli castani. Occhi castani. Camicetta bianca. Blazer color antracite. Una nuova arrivata al suo primo giorno, con una borsa economica e un sorriso che ha provato così tante volte da non sentirlo più attaccato alla faccia.

Il battito mi conta i piani per riempire il silenzio.

L’ascensore non mostra numeri, non mette musica, non fa nessun allegro ding a ogni livello. Sale e basta, fluido e muto, portandomi via dal luminoso quarto piano e dentro qualunque parte del Rook Security Group che non mostrano ai nuovi dipendenti.

Lo stomaco mi si stringe a ogni altezza che guadagniamo. Non so cosa ci sia lassù. Non ho ancora avuto il tempo di combinare guai. Quindi perché mi vogliono lassù?

Tieni duro, Izzy. Sento la voce di Hannah nella testa. La mia compagna silenziosa in tutto questo.

Le porte si aprono, e l’ultimo piano non somiglia per niente al resto dell’edificio.

Marmo nero si stende sotto le mie scarpe. Pareti di vetro fumé riflettono sottili strisce di luce. Non ci sono telefoni che squillano, né chiacchiere, né moquette economica, né file di scrivanie con tazze e foto di famiglia. È tutto essenziale, scuro e immobile, come se il piano stesso covasse pensieri.

La donna cammina davanti a me, e io la seguo. A ogni passo, mi costruisco Hannah addosso. Sorriso nervoso. Voce dolce. Mani intrecciate. Grata di essere qui. Dispiaciuta se c’è stato un errore. So fare la piccola. So fare la stupida. So fare l’impressionata. Gli uomini negli uffici costosi adorano tutte e tre le cose.

Ci fermiamo davanti a una porta nera senza targhetta, e la donna bussa una volta, poi apre.

«La signorina Lane è qui.»

«La faccia entrare.»

Una voce maschile profonda, bassa, dice con calma, eppure mi scivola sotto la pelle.

La donna si scosta, e io entro.

L’ufficio è enorme, con finestre a tutta parete e una scrivania nera piazzata davanti alla città come un trono che nessuno si è preso la briga di decorare. Non c’è disordine, nessun piccolo segno caldo di debolezza umana. Solo una cartellina chiusa sulla scrivania, un bicchiere d’acqua e il mio fascicolo da dipendente sistemato con precisione sotto una mano grande.

La porta si chiude alle mie spalle.

Alzo lo sguardo con il sorriso provato di Hannah già al suo posto.

E incrocio gli occhi di un uomo dai capelli scuri, dagli occhi ancora più scuri, in completo nero, con una mascella che potrebbe tagliare. È più giovane di quanto mi aspettassi per qualcuno seduto su quella sedia con tutto quel potere, anche se c’è qualcosa, in quegli occhi, che mi dice che non ha niente di innocente.

Il mio sorriso educato regge.

La sua bocca si incurva.

«Salve, Isadora Sterling.»

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