Capitolo 3 Ricordi, rimpianti e dolori

Sebastian

Mi tremavano le mani mentre le prendevo il viso tra i palmi, con il cuore che martellava furioso contro la gabbia toracica. Non ricordavo l’ultima volta in cui mi avesse battuto così forte. Non riuscivo a non avere paura mentre aspettavo la sua risposta.

Il suo silenzio mi stava uccidendo.

«Hazel, ti prego, di’ qualcosa.» La mia voce era quasi un sussurro, incerta, tremante. Lei chiuse gli occhi e lasciò andare un lungo respiro.

«Non voglio combattere una battaglia persa, Sebastian», disse scuotendo la testa; poi le labbra le si incurvarono in un sorriso amaro.

«Sta rinunciando a noi. La nostra dolce Hazel sta rinunciando a noi», ululò Knight nella mia testa; il dolore era troppo da sopportare. Era come se mi stessero trafiggendo il cuore con un pugnale d’argento.

«Stai rinunciando a noi?» le chiesi, e mi rispose un altro silenzio straziante.

«Non ho scelta, Sebastian. Sono io quella che sta perdendo. Sono destinata a perdere.» La sua voce era un soffio. Affondai lo sguardo nei suoi occhi color nocciola che amavo tanto, come se cercassi una risposta, ma tutto ciò che vi vidi fu tristezza e una paura taciuta.

Non sapevo più cosa fare. Non sapevo più come convincerla.

«Per favore, scusami», disse la mia dolce Hazel, e si allontanò da me. Stavolta non la trattenni. La lasciai andare. Era ferita, e la colpa di tutto era mia.

La guardai mentre si avvicinava all’armadio, prendeva la camicia da notte e se la infilava. Desiderai il suo corpo sensuale. Eppure non osai toccarla né fare nulla, perché non ne avevo il coraggio.

Andò verso il letto, scivolò sotto le lenzuola bianche e mi voltò le spalle. Era evidente che non voleva vedermi. Io rimasi nello stesso punto, smarrito e impotente.

Con un lungo sospiro, andai in bagno per rinfrescarmi. Volevo liberarmi del mio odore da compagno predestinato, perché mi dava la nausea. Mi ricordava le mie debolezze.

Accesi la doccia senza pensarci e mi misi sotto l’acqua calda corrente con i vestiti addosso. Chiusi gli occhi e tutti i ricordi condivisi con Hazel cominciarono a perseguitarmi.

«Non so cosa fare, Knight. Ho fatto del mio meglio per riportarla da me, ma… ho fallito. Non so più cosa fare», confessai al mio lupo, e lui rimase in silenzio.

Per la prima volta in tutta la mia vita, ero inerme. Non sapevo come affrontare quella situazione.

Avrei voluto che io e Hazel potessimo tornare alla nostra vita normale, vivere come prima. Volevo che ridessimo, che ci punzecchiassimo, che facessimo tutto insieme come avevamo sempre fatto, prima che il destino mandasse a puttane le nostre vite.

Avevamo passato più di un decennio a costruire la nostra relazione, a imparare a capirci, a studiare ciò che piaceva e ciò che non piaceva all’altro…

Ancora non riuscivo a credere che fossero bastati pochi secondi per rovinare la nostra relazione perfetta—la nostra vita perfetta e il nostro matrimonio perfetto.

Tutto ciò che avevamo costruito con tanta fatica si era sbriciolato in polvere. La fiducia era distrutta.

Hazel era un’anima buona. Era la donna migliore che chiunque potesse desiderare. Eravamo cresciuti insieme e io la conoscevo fin troppo bene. Suo padre era un Beta e mio padre era l’Alpha del Branco della Montagna.

Avevo una cotta per lei da quando avevo dieci anni. Però non gliel’avevo mai confessato finché non compì sedici anni, quando iniziai a corteggiarla. Ci sposammo quando lei ne aveva diciotto e io venti.

Dato che nel nostro mondo trovare il proprio compagno predestinato era raro, avevamo deciso di costruirci da soli il nostro destino e ci eravamo promessi di amarci e di custodirci per il resto della vita.

Hazel era una ragazza tosta. Si allenava ogni giorno per diventare forte, per essere la Luna più potente e mantenere l’equilibrio del potere. Aveva sacrificato la sua carriera in medicina per assumersi i doveri di Luna.

Aveva fatto tutto per me, per il nostro branco, ed era per questo che eravamo il branco più forte dell’est. Ma io, che cosa avevo fatto? Avevo infranto tutte le promesse che le avevo fatto.

Chiusi gli occhi e le lacrime scesero, perché non riuscivo più a trattenerle. L’acqua le portava via non appena lasciavano i miei occhi.

Presi a pugni il muro di cemento un numero incalcolabile di volte, sperando che così il dolore che sentivo dentro si attenuasse e che il senso di colpa diventasse più sopportabile. Il dolore di perdere qualcuno tanto caro era insostenibile.

Anche se vivevamo sotto lo stesso tetto ed eravamo ancora sposati, sapevo che la stavo perdendo; mi scivolava via dalla presa, lentamente.

Hazel non era soltanto la mia compagna; era la mia migliore amica e la mia forza. Mi aveva aiutato a costruire il branco e a conquistare i branchi vicini per ottenere più territorio quando avevo perso mio padre.

«Ti prego, Hazel…» provai a raggiungerla attraverso il collegamento mentale, ma lei mi aveva escluso, cosa che non era da lei. Significava una cosa sola: aveva rinunciato a me, a noi.

Anche se a volte non eravamo d’accordo, avevamo sempre trovato la strada per tornare tra le braccia l’uno dell’altra. Non mi aveva mai bloccato la mente prima.

Non sapevo se questa volta saremmo riusciti a ritrovarci, perché la questione era troppo grave. Si sarebbe fidata di nuovo di me e avrebbe creduto a qualunque cosa le avessi detto?

Non lo sapevo, perché avevo già infranto tutte le promesse che le avevo fatto. Speravo soltanto che trovasse nel suo cuore la forza di perdonarmi e di darmi un’altra possibilità.

«Te lo meriti, Sebastian! Te lo meriti», mi dissi. Mi appoggiai al muro e scivolai lentamente fino a sedermi a terra, perché le gambe non riuscivano più a reggermi.

Tutti i momenti belli che avevo condiviso con Hazel mi annebbiarono la mente: il modo in cui facevamo l’amore sotto la doccia, come ci allenavamo insieme, come guardavamo la luna di notte…

Mi faceva sentire ancora più in colpa, perché era tutta colpa mia se le cose erano finite così. Non ero stato abbastanza forte da combattere il legame tra compagni.

«Dannata Alexa! Perché sei comparsa nelle nostre vite e hai rovinato tutto?» sibilai tra i denti, passandomi le dita tra i capelli bagnati e stringendoli con forza, gli occhi chiusi.

Hazel e io stavamo ballando in pista quando, all’improvviso, sentii un profumo dolce. Sapeva di menta e mele.

Menta, il mio profumo preferito. Knight ringhiò nella mia testa mentre lottava per uscire.

«Hazel, Hazel, Hazel», provai a ripetere il nome di mia moglie nella mente. Eppure non aveva più senso. Il suo nome suonava vuoto.

Sentii Hazel sfiorarmi il viso mentre mi diceva qualcosa. Però non percepii il suo tocco come gli altri giorni. Era così freddo sulla mia pelle; non aveva alcun calore. Non mi faceva fremere dentro, non accendeva Knight.

«Hazel…» la chiamai, fissandole gli occhi, e vi vidi balenare la paura. Aveva capito che cosa stava succedendo.

Hazel mi tirò per mano e io la seguii. Il profumo diventava sempre più intenso a ogni secondo che passava e non riuscivo più a ignorarlo.

Mi fermai di colpo, sfilai la mano dalla sua stretta e mi voltai, seguendo quell’odore senza curarmi di nulla. Avrei voluto arrestarmi e tornare di corsa da mia moglie, ma era come se le mie gambe avessero una volontà propria.

Credevo di essere abbastanza forte da combattere il legame, ma… era terribilmente difficile. Perché il legame tra un Alpha e la sua compagna è così potente, molto più di quello degli altri licantropi.

L’Alpha è il più forte fra tutti, e questo rende il legame potente. Per la prima volta in tutta la mia vita, odiai essere un Alpha.

Seguii l’odore lungo il corridoio stretto. Non m’importava se mi stesse conducendo all’inferno o dalla Dea della Luna; continuai a camminare.

«Compagna…» Era l’unica parola che mi rimbombava in testa. Uscii dall’edificio enorme e mi diressi verso il piccolo giardino fiorito da cui proveniva l’odore, e lei era lì.

Mi dava le spalle e non riuscivo a vedere il suo viso. Indossava un abito di raso bianco, scollato sulla schiena, che le aderiva addosso.

L’odore si faceva più intenso a ogni passo che muovevo verso di lei. Knight ringhiò nella mia mente e i miei canini si allungarono, pronti ad affondare nella sua carne e reclamarla.

«Compagna», la chiamai, fermandomi a pochi metri da lei, e lei si voltò per guardarmi. Aveva i capelli castani e gli occhi azzurri, proprio come i miei.

La luce pallida della luna le illuminava il volto, ed era così bella.

«Compagno», sussurrò con voce bassa, e io gemetti. La sua voce era dolce, calmante. Le andai incontro e la strinsi forte fra le braccia.

Era piccola contro di me e ricambiò l’abbraccio con la stessa forza. Il suo tocco era così magico da incendiare ogni parte del mio corpo. I miei occhi guizzarono e li chiusi; i denti mi pulsavano dal desiderio di affondare nella sua carne.

«No, è sbagliato», provai a dire a mezza voce. Eppure non la lasciai andare. A dirlo era facile; farlo, molto meno.

«È giusto. Tu sei mio e io sono tua. La Dea della Luna ci ha destinati a stare insieme. Io sono legittimamente tua e tu sei legittimamente mio. Era scritto che fosse così», disse con una voce incantevole, e io gemetti di nuovo.

Le sfiorai il collo con i canini e le succhiai la pelle, lottando contro l’impulso di affondare quei canini allungati nella sua carne. Lei emise un gemito, e i suoi gemiti morbidi erano come canzoni melodiose nel mio orecchio. Ne volevo ancora, volevo che gemesse di più, per me.

Perché mi sembrava così bello, se stavo facendo qualcosa di sbagliato?

La sollevai e lei mi strinse la vita con le gambe. Le posai una mano sulla schiena nuda e lei gemette, baciandomi il collo.

Mi infilò le dita fra i capelli, facendomi volare. Come se non le bastassi, fece scivolare le mani sotto la mia maglietta e mi toccò il petto nudo, passando la mano sugli addominali e risalendo verso il torace, e io gemetti. Knight lottava per uscire; voleva liberarsi per andare incontro alla sua compagna.

La sua compagna destinata. Il suo dono della Dea della Luna.

«Alpha, dove sei?» sentii la voce di Matteo nella mia testa.

«Luna ha lasciato la cerimonia e non so dove sia andata. Quando sono uscito a cercarla, era già sparita. L’auto è nel parcheggio, quindi se n’è andata a piedi.» A quelle parole la mia mente scattò di colpo nel presente, e la paura mi strisciò nel cuore.

Fu allora che la realtà mi colpì con più forza. Lasciai andare Alexa e lei mi guardò confusa, con gli occhi velati. Avrei voluto toccarle il viso e baciare via le lacrime, ma feci un passo indietro, lontano da lei.

«Ti prego, non respingermi», supplicò, chiudendo gli occhi mentre le lacrime le rigavano le guance. Potevo sentire il dolore e la paura nella sua voce a causa del legame fra compagni.

Volevo respingerla, come avevo detto ad Hazel così tante volte che avrei fatto, ma non riuscii a costringermi a pronunciare quelle parole. La lingua mi si fece pesante e le parole mi rimasero incastrate in gola. Mi voltai e me ne andai senza dire nulla ad Alexa.

Mi bloccai e chiusi gli occhi quando Alexa mi avvolse da dietro la vita con le sue mani sottili, stringendomi forte.

«Ti prego, non lasciarmi. Come dovrei dimenticarmi di te dopo aver condiviso un momento così bollente? Perché mi stai facendo questo? Te ne andrai così e basta?» chiese, con la voce ridotta quasi a un sussurro, mentre le lacrime le scendevano sulle guance.

Knight ringhiò nella mia testa, lottando per liberarsi e andare a consolare la sua compagna.

«Te ne vai senza dirmi niente? Senza dirmi se ci rivedremo mai oppure no?» La sua presa si strinse, rendendomi difficile camminare.

«Ti prego… non farmi questo. Ti prego… non lasciarmi,» singhiozzò, e Knight ringhiò nella mia testa. Chiusi gli occhi e inspirai a fondo; poi le staccai le mani dal corpo e mi voltai a guardarla.

«Ho già una moglie e l’ho già reclamata. È la mia Luna e la amo tantissimo. Ho scelto lei e siamo sposati da sei anni. Non c’è alcuna possibilità per noi,» le dissi, e le lacrime le scesero dagli occhi come una cascata. Vidi la speranza abbandonarle lo sguardo e non potei fare a meno di sentirmi in colpa, miserabile.

«Cosa? Ho aspettato il mio compagno per tutta la vita. Ho aspettato te… Perché non hai aspettato me?» chiese, e nella sua voce sentii la tortura e il tradimento. Come se l’avessi tradita.

Eppure non dissi nulla, perché non sapevo cosa dire. Mi voltai e me ne andai senza guardarmi indietro. Knight ululò nella mia testa; ma non gli diedi la possibilità di sopraffarmi.

Non saprei dire quante ore passai sotto la doccia. Mi alzai, mi tolsi i vestiti e cominciai a lavare via l’odore di Alexa.

Era il suo odore il motivo per cui stavo attraversando tutto quel dolore. Era stato il suo odore a guidarmi fino a lei. Mi disprezzavo per essere caduto nella sua trappola. Il suo profumo nauseantemente dolce mi aveva attirato in un mondo di miseria, e non sapevo come uscirne.

Ero bloccato. Vedevo soltanto buio. Tutti i giorni luminosi erano spariti, e adesso stavo affogando nel rimorso e nel dolore. Avrei voluto ascoltare Hazel quando mi aveva chiesto di ignorare l’invito, così da poter festeggiare il nostro sesto anniversario di matrimonio.

Il giorno che avrebbe dovuto essere gioioso ora era colmo d’agonia. Chiusi l’acqua e uscii dal bagno.

Alzai la testa per controllare l’orologio digitale a parete. Era passata la mezzanotte; non riuscivo a credere di aver trascorso tre ore sotto la doccia, a maledirmi e a darmi la colpa.

Il cuore mi si contorse nel petto quando mi voltai verso il letto e posai gli occhi su Hazel. Stringeva il cuscino con forza, come se fosse qualcuno. Un’ondata di gelosia mi attraversò.

Sembrava triste perfino nel sonno. Tracce di lacrime secche le segnavano le guance; era evidente che si era addormentata piangendo.

Mi avvicinai al letto e la guardai, mentre le lacrime mi scendevano dagli occhi. Non ricordavo l’ultima volta che l’avevo vista così vulnerabile.

Il giorno del nostro matrimonio avevo promesso che l’avrei resa felice. Avevo giurato che avrei protetto e custodito il suo cuore. Chinai il capo per la vergogna, mentre quelle parole mi rimbombavano nella mente.

«È tutta colpa mia,» mi accusai per la milionesima volta. Mi inginocchiai sul pavimento di cemento freddo e allungai una mano per sfiorarle il viso.

Eppure non trovai il coraggio di toccare quel volto angelico. Non me lo meritavo. Ero io il motivo per cui era triste e a pezzi.

Strinsi la mano in un pugno, sospeso a mezz’aria, e la ritrassi.

«Mi dispiace tanto, Hazel…» dissi a bassa voce, chinando il capo per la vergogna.

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