Capitolo 1 *

Il punto di vista di Angelina

Il sole del Pacifico colpiva il mio calice con l'angolazione perfetta, tingendo il Cabernet del colore del sangue fresco. Mi appoggiai al parapetto dello yacht, lasciando che la brezza oceanica mi scompigliasse i capelli.

«Alfa.» La voce del mio capo della sicurezza gracchiò nell'auricolare. «Perimetro libero. Per dieci miglia, nient'altro che mare aperto.»

«Ricevuto.»

Cinque anni. Tanto c'era voluto per conquistare quarantanove branchi e unirli sotto il vessillo di Riverbend. Alcuni mi definivano spietata. Altri, una visionaria.

Pensai a questo, osservando un gabbiano tuffarsi a caccia di pesci.

«Zzzzt—zzzzzt—»

Il sistema di comunicazione morì con uno stridio.

Poi il nulla. Silenzio assoluto.

La mia mano corse alla pistola che portavo al fianco prima ancora che avessi elaborato il pensiero.

Ma era troppo tardi.

«BOOM!»

Lo yacht sussultò.

Il mio legame col Branco iniziò a sfrigolare. Rumore bianco dove avrebbero dovuto esserci voci. Interferenze dove avrebbe dovuto esserci chiarezza.

EMP, realizzai. Ci avevano colpiti con un impulso elettromagnetico.

Il che significava che qualcuno aveva appena fritto ogni sistema elettronico a bordo. L'attrezzatura di monitoraggio, i sistemi d'arma, le comunicazioni: tutto. Svanito.

Ma recidere il legame col Branco? Quello richiedeva una magia potente. Il tipo di magia che costava una fortuna e lasciava dietro di sé una scia di cadaveri.

Blackout, pensai. Hanno davvero tirato fuori le palle.

«BANG! BANG! BANG!»

Colpi d'arma da fuoco esplosero dai ponti inferiori. Urla. Ringhi. Il suono umido di carne lacerata.

Non esitai. Afferrai il parapetto e lo scavalcaì con un volteggio, lasciandomi cadere per tre livelli fino ad atterrare accucciata sul ponte principale.

Cinque delle mie guardie erano già a terra. Un proiettile al cuore, per ognuno di loro.

Otto figure in tenuta tattica nera sovrastavano i corpi, le armi puntate verso i portelloni da cui le mie restanti guardie sarebbero uscite da un momento all'altro. Odore umano, intriso di olio per armi e qualcos'altro: aconito, probabilmente. Quello spray, che bruciava come acido.

Uno di loro si voltò verso di me, e sentii le labbra arricciarsi in qualcosa che non era esattamente un sorriso.

«Drake.» Lasciai che il suo nome scivolasse via dalla lingua come una maledizione. «Non credevo fossi così stupido da venire di persona.»

Abbassò il fucile quel tanto che bastava per incrociare il mio sguardo. Alto, pieno di cicatrici, il tipo di faccia che aveva visto troppa violenza e aveva deciso che il panorama gli piaceva. Ex forze speciali convertito in mercenario, poi in cacciatore. Avevo sentito le storie.

«Angelina.» La sua voce era ghiaia e fumo. «La Blackout offre cinquanta milioni per la tua testa. L'Ordine ne ha aggiunti altri dieci. Sessanta milioni in totale.» Inclinò la testa. «Abbastanza per sistemare la mia famiglia per generazioni.»

«Se sopravvivi abbastanza a lungo da riscuoterli.»

«È questo l'inghippo, no?» Sorrise, ma l'espressione non gli raggiunse gli occhi. «Quindi facciamola finita in fretta.»

L'aria stessa sembrò farsi pesante mentre la mia presenza da Alfa si espandeva. Tutti e otto i cacciatori fecero un passo indietro. Non poterono farne a meno.

«Fuoco!»

I proiettili lacerarono l'aria nel punto in cui mi trovavo un istante prima.

Colpi d'argento perforarono il ponte, divelsero i parapetti, frantumarono i finestrini.

Ma io mi stavo già muovendo, troppo veloce perché i loro occhi potessero seguirmi. Un proiettile mi sfiorò la spalla. Un altro mi strappò la giacca.

Il mutamento mi investì come un treno in corsa. Ossa che si spezzavano, si rimodellavano; il mio intero scheletro si riorganizzò nello spazio di tre secondi.

I volti dei cacciatori sbiancarono.

Drake riuscì a sollevare il fucile. «Me—»

Gli fui addosso prima che potesse finire la parola.

Sessanta secondi. Bastò quello.

La gola del primo cacciatore si aprì sotto i miei artigli, uno spruzzo arterioso tinse il ponte di rosso. Intercettai il secondo mentre correva, le fauci che si chiudevano attorno alla sua spina dorsale con un crack umido. Tre, quattro, cinque: caddero come tessere del domino, come se non avessero mai impugnato un'arma in vita loro.

I proiettili d'argento si conficcarono nella mia pelle. Bruciavano come il fuoco dell'inferno, ma avevo subito di peggio.

Sette a terra. Rimaneva solo Drake.

Era indietreggiato fino al parapetto; niente più fucile, stringeva solo un coltello da combattimento d'argento nella mano tremante. Il sangue gli rigava il giubbotto tattico.

Avanzai verso di lui, lenta e inesorabile. Volevo che capisse bene quanto fosse stato senza speranza fin dall'inizio.

«A-aspetta...» La voce gli si spezzò.

Ripresi la forma umana, restando in piedi davanti a lui, nuda e coperta di sangue. La collana si ingrandì insieme a me, adagiandosi di nuovo alla base del collo.

«Torna dalla Blackout» dissi a bassa voce. «Di’ a quei vecchi bastardi che, anche se dovessi morire oggi, striscerò fuori dall'inferno pur di strappargli il cuore dal petto. Intesi?»

Annuì così in fretta che credetti si sarebbe spezzato l'osso del collo.

«Bene. E adesso sparisci dalla mia cazzo di barca.»

Drake si precipitò verso la scaletta di emergenza, rischiando di cadere due volte. Lo guardai andare via, calcolando già la mia prossima mossa. La Blackout non si sarebbe fermata dopo un solo tentativo fallito. La prossima volta ci sarebbero andati più pesanti.

Che ci provino pure, pensai. Io...

La voce di Yara mi esplose nella testa, panico puro:

PERICOLO! ANGELINA, SCAPPA!

Il mio istinto urlò lo stesso avvertimento una frazione di secondo dopo.

Inspirai a fondo, vagliando gli odori.

Oceano. Sangue. Polvere da sparo. Aconito.

E qualcos'altro. Debole, quasi nascosto sotto la brezza marina.

C4.

Merda.

«BOOM!»

La carena dello yacht esplose in una catena di detonazioni, una dopo l'altra, col fuoco che si arrampicava verso il cielo. L'intera imbarcazione si inclinò di lato, il metallo che strideva mentre iniziava a squarciarsi.

Corsi verso il parapetto e mi lanciai.

Non fui abbastanza veloce.

«BOOM!!!»

L'esplosione finale mi investì a mezz'aria, un muro di forza e fiamme che mi spazzò via dal cielo come un insetto. Sentii le costole incrinarsi, gli organi cedere, qualcosa di vitale strapparsi dentro il petto.

Poi l'impatto con l'acqua.

Fredda. Così fredda.

Non riuscivo più a mantenere la forma di lupo. Mentre affondavo, il sangue mi usciva da bocca e naso, tingendo di rosso il Pacifico intorno a me.

Giù. Giù. Sempre più giù.

È la fine? pensai, guardando le bolle scorrermi davanti al viso. Finisce tutto così?

Cinque anni passati a conquistare il mondo dei licantropi, e sarei morta nell'oceano come una qualsiasi vittima di annegamento. Niente ultima resistenza epica. Niente morte in combattimento.

Solo... affondare.

No. Il pensiero arrivò feroce e disperato. Non ancora. Ho ancora delle cose da fare. Delle persone da trovare.

I miei genitori. Quelli che mi avevano abbandonata da bambina, lasciata a farmi strada dal nulla con le unghie e con i denti. Avevo ancora bisogno di risposte. Avevo ancora bisogno di guardarli negli occhi e chiedere perché.

Perché fare una figlia solo per gettarla via?

La collana pulsò contro la mia gola. Calda. Sempre più calda.

Cercai di sollevare la mano, le dita intorpidite e goffe. Sfiorai la zanna di lupo con le ultime forze rimaste.

Il ciondolo esplose di luce rossa.

Luminosa, così luminosa da bruciare anche attraverso le palpebre chiuse. Il calore si diffuse dalla gola a tutto il corpo; non era doloroso, ma vivo, come se la collana si stesse svegliando dopo aver dormito per anni.

Pulsava al ritmo del mio cuore che andava spegnendosi. Una volta. Due volte. Sempre più veloce, il bagliore rosso si intensificò finché non ne fui avvolta, racchiusa in un bozzolo di luce cremisi che trasformò l'acqua scura in qualcosa che sembrava sangue.

Il bruciore si fece più forte, più caldo, ma non avevo paura. Quello non era il calore della morte.

Era qualcos'altro.

Qualcosa di impossibile.

Rinascita.

La luce mi inghiottì completamente, un bozzolo cremisi che affondava sempre più nel cuore nero del Pacifico. Giù e ancora più giù, finché la superficie non fu solo un ricordo e la pressione avrebbe dovuto ridurmi le ossa in polvere.

Ma non mi sentivo schiacciata.

Mi sentivo... sostenuta.

Oltre la luce, come in un sogno.

Ecco—

Un inizio.

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