Capitolo 1 ~Il tradimento~
Punto di vista di Aria
Lisciai il tessuto dell’abito rosso per quella che mi parve la centesima volta, fissando il mio riflesso nello specchio a figura intera. Mi avvolgeva le curve in un modo che mi risultava estraneo, quasi stessi giocando a travestirmi dentro la vita di qualcun’altra. Non mettevo spesso i vestiti. O, a dire il vero, mai. Jeans e felpe erano la mia uniforme pratica: mi permettevano di confondermi sullo sfondo, dove mi sentivo più al sicuro.
Ma stasera era diverso. Stasera era il nostro terzo anniversario, e volevo sorprendere Ethan. Volevo sentirmi bella per lui, come lui riusciva sempre a farmi sentire vista.
Un filo di mascara e un velo di lucidalabbra completarono il tutto. Anche il trucco non faceva per me, ma Lila aveva insistito durante il pranzo di ieri.
«Aria, fidati di me», aveva detto, gli occhi che brillavano di quella malizia complice che la caratterizzava. «Si comporta in modo strano perché è nervoso. Scommetto che stasera ti chiede di sposarlo. State insieme da tre anni, e lui è il futuro Alpha. È ora.»
Le sue parole avevano acceso una scintilla in me, scacciando le ombre del dubbio che ultimamente avevano iniziato a strisciare dentro. Ethan era stato distante, sì, si era tirato indietro con scuse vaghe sui doveri del branco. Ma una proposta? Quello aveva senso. Doveva essere così.
Afferrai la borsa e uscii, con il cuore che svolazzava. Il tragitto in auto fino al ristorante fu breve e, a essere sincera, non abbastanza per prepararmi.
Il nostro posto, La Lune, era elegante, con tavoli illuminati dalle candele e una vista sulle luci della città che scintillavano come stelle lontane. Venivamo qui ogni anno, in questa data: una tradizione nata alla nostra prima uscita impacciata, quando lui stava ancora elaborando il lutto per la sua compagna perduta. Io c’ero stata, allora: silenziosa e paziente, offrendo quell’empatia che avrei voluto ricevere anch’io dopo la morte di mamma. E in qualche modo, in mezzo al suo dolore, lui aveva visto me. Mi aveva vista davvero. La ragazza senza lupo della famiglia del Beta, quella che tutti compativano o ignoravano.
Parcheggiata l’auto, controllai il telefono. Ancora nessun messaggio, ma andava bene. Ethan era sempre puntuale, un’abitudine dovuta al suo addestramento da Alpha. Entrai e la hostess, sorridendo, mi accompagnò al nostro solito tavolo vicino alla finestra.
«Serata speciale?» chiese, notando il vestito.
Annuii, e mi scappò un sorriso timido. «Anniversario.»
Mi augurò buona fortuna e io mi accomodai, ordinando un bicchiere di vino per calmare le farfalle nello stomaco. I minuti cominciarono a scorrere.
Cinque.
Dieci.
Sorseggiai lentamente, ripassando nella mente le parole di Lila.
Una proposta.
Il pensiero mi scaldò le guance. Io ed Ethan avevamo costruito qualcosa di vero. Tre anni di conversazioni notturne, risate condivise sulla politica del branco, e momenti quieti in cui mi stringeva come se fossi la sua ancora. Non ero come le altre lupe, forti e capaci di trasformarsi, ma lui non mi aveva mai fatta sentire di meno. «Sei la mia compagna in ogni modo che conta», mi aveva sussurrato una volta, le dita che tracciavano la mia pelle.
Quindici minuti.
Guardai di nuovo il telefono. Niente chiamate, niente messaggi. Lui non era mai in ritardo. Un guizzo d’inquietudine si mosse dentro di me, ma lo ricacciai giù. Questioni del branco, forse. Una riunione d’emergenza con gli anziani.
Gli scrissi: Ehi, sono al ristorante. Tutto okay?
Inviato.
Aspettai, fissando lo schermo come se potessi costringerlo ad accendersi.
Trenta minuti.
Il vino adesso sapeva di acido. Lo chiamai. Diretto alla segreteria.
«Ethan, sono io. Sono qui che ti aspetto. Mi richiami?»
La mia voce suonò piccola, persino alle mie orecchie. Lo odiavo. Anni passati a essere quella silenziosa, la reclusa perfino dentro la mia famiglia, mi avevano insegnato a dubitare per prima cosa.
Quaranta minuti. Il cameriere mi riempì di nuovo il bicchiere d’acqua, e quel suo sorriso pieno di pietà mi contorse lo stomaco.
Mandai un altro messaggio: Ora comincio a preoccuparmi. Dove sei?
Nessuna risposta.
Dopo un’ora, l’euforia si era rappresa in un’ansia vera e propria. La mente mi sfrecciava tra gli scenari peggiori. Un attacco improvviso? Un incidente? Ethan era forte, ma neppure i futuri Alpha erano invincibili.
Chiamai di nuovo. Segreteria.
«Ethan, ti prego. Se c’è qualcosa che non va, dimmelo e basta.»
Il ristorante ronzava intorno a me: coppie che ridevano, bicchieri che tintinnavano. Nel mio vestito rosso mi sentivo esposta, come un’idiota sotto un riflettore.
Un’ora e mezza.
Lo schermo si illuminò e lo afferrai subito, convinta di vedere finalmente una risposta. Invece era solo la conferma che aveva letto i miei messaggi. Il battito frenetico mi rallentò di un niente.
Ethan, sei occupato?
Nessuna risposta, ma io rimasi comunque ad aspettare.
Due ore, e quello era il mio limite.
Non potevo restare lì un minuto di più con il peso degli sguardi curiosi addosso. Pagai il vino e me ne andai, i tacchi che risuonavano troppo forte sul marciapiede. La preoccupazione mi rodeva mentre guidavo verso casa sua. A quell’ora il territorio del branco era silenzioso, i lampioni gettavano ombre lunghe sulle strade familiari. La casa di Ethan era al margine, un bungalow accogliente che si era sistemato da solo. Se era ferito, o se stava affrontando qualcosa, dovevo essere lì.
Quando accostai, le luci erano accese. Un’ondata di sollievo mi attraversò, mescolata alla confusione. Perché non mi aveva chiamata? Presi la chiave di scorta da sotto lo zerbino, quella che mi aveva dato un anno prima con un occhiolino.
«Per le emergenze… o solo perché ti manco.»
Al ricordo mi si strinse il cuore. Entrai e chiamai a bassa voce: «Ethan? Va tutto bene?»
Il soggiorno era vuoto, la sua giacca buttata sul divano come se fosse rientrato di corsa. Poi lo sentii. Gemiti bassi che venivano dal corridoio. Grugniti, ritmici e inconfondibili.
Il sangue mi si gelò.
No. Non poteva essere.
Ethan era distante, sì, si tirava indietro con scuse sullo stress per i preparativi da Alpha. Ma tradirmi? Lui no. Non dopo tutto quello che avevamo condiviso. Non con me.
I miei piedi si mossero da soli, attratti verso la camera da letto come una falena dalla fiamma. I suoni si fecero più forti, più intimi. Il respiro spezzato di una donna, il gemito familiare di lui. Il dubbio mi graffiò dentro, ma andai avanti, ripetendomi che doveva esserci un errore. La TV. Qualsiasi cosa, purché non fosse questo.
La porta era socchiusa. La spinsi con dita tremanti. E lì, nella luce fioca della lampada sul comodino, c’era Ethan. Nudo, avvinghiato tra le lenzuola, che affondava nella donna sotto di lui. Lei gli stringeva la vita con le gambe, le mani aggrappate alla sua schiena.
Il tempo rallentò.
La vista mi si offuscò ai bordi, come se riuscissi a mettere a fuoco solo il tradimento che si consumava davanti a me.
Dalle labbra mi sfuggì un lamento, lieve e spezzato. Tagliò l’aria e loro si immobilizzarono. Ethan si ritrasse, gli occhi che si spalancarono mentre si voltava. Il dolore mi esplose nel petto, acuto e senza tregua. Era come se mi strappassero il cuore, come se mi risucchiassero l’aria dai polmoni. Le ginocchia cedettero, ma mi sorressi allo stipite.
Come? Perché?
La donna si mosse, e il suo volto venne in vista. Capelli biondi sparsi sul cuscino, occhi verdi che incontrarono i miei con un guizzo di qualcosa… trionfante.
Camille.
La mia sorellastra. E solo quello rendeva tutto dieci volte peggiore. Il mondo oscillò, e tutto ciò che riuscii a fare fu sussurrare, con una voce che squarciò il silenzio:
«Che diavolo sta succedendo qui?»
