Capitolo 1

«Non hai idea di quanto ti amo, anima mia. Non sai il dolore che ho provato in tua assenza.»

«Come se io fossi stata meglio, tesoro mio. Mi è mancato il calore delle tue braccia ogni singolo giorno. Il ricordo del tempo passato insieme, l'uno nelle braccia dell'altra, era l'unica cosa che mi teneva in vita in quelle lunghe notti d'inverno.»

Aurora guardò la persona seduta accanto a lei e si alzò alla velocità della luce. «Che schifo! Non ho nessuna intenzione di imitare la loro scena di sesso con te, Em!»

Emily arricciò le labbra da un lato e squadrò il corpo di Aurora. «Se solo fossi stata un uomo. Per tua fortuna, sono etero» disse, agitando una mano con fare evasivo e spegnendo la televisione con il telecomando.

«E chi ha detto che se fossi stata un uomo mi saresti interessata?» chiese Aurora. Emily le lanciò un'occhiata per niente impressionata.

«Ma vaffan-bip!» disse Emily, che da un po' cercava di non dire parolacce perché, quando era andata a trovare i suoi genitori in città, sua madre le aveva fatto notare il suo linguaggio colorito.

«Non mi interessa!» canticchiò Aurora, leccando il gelato al mirtillo dal cucchiaino.

«È la seconda vaschetta di gelato che finisci, Aurora. Non capisco come tu possa avere ancora questo fisico da modella mangiando in questo modo. Mi vergogno di tutte le lezioni di aerobica che faccio per cercare di assomigliarti.»

Aurora leccò il cucchiaino un'ultima volta prima di alzare le sopracciglia verso l'amica. Osservò il corpo seducente di Emily e roteò gli occhi.

«Ma davvero, ragazza! Sembri tu stessa una modella. Ma ovviamente so quanto sono sexy, quindi grazie» disse Aurora con un sorrisetto. Emily le fece la linguaccia e le mostrò il dito medio, ed entrambe le amiche scoppiarono a ridere.

Aurora King era la bellezza perfetta con i suoi capelli biondi, gli occhi azzurri e i lineamenti affilati. Non era da meno di una dea, per non parlare dell'altezza e della linea perfette, pur essendo una buona forchetta.

«Ragazza, stavo pensando di provare quel nuovo ristorante italiano da cui hai ordinato da asporto la settimana scorsa» propose Emily, e ad Aurora venne l'acquolina in bocca al solo pensiero.

«Era…» mugolò lei, sfregandosi le mani in risposta e accettando di tornare a provare il ristorante.

«Chiamiamo Miss Galateo e poi andiamo dritte là» disse Emily, non prima di aver alzato gli occhi al cielo. Sia Susan che Emily erano amiche di Aurora. Vivevano entrambe a casa sua e le volevano bene, ma quando si trattava del loro rapporto, si amavano come il fuoco e l'acqua!

«Aspetta, la chiamo io» disse Aurora.

«Ehi Susan, andiamo in quel ristorante italiano, ho una voglia matta di cibo italiano.»

Aurora poteva ancora sentire il sapore delizioso del risotto che aveva assaggiato. Le aveva fatto esplodere le papille gustative, lasciandole un'estasi in bocca.

Esattamente venti minuti dopo, Susan era ancora nella sua stanza, mentre Aurora ed Emily la stavano aspettando.

«Ma siamo stupide ad aspettarla da venti minuti? Che diavolo sta facendo ancora di sopra?» sbottò Emily.

«Susan!» urlò il suo nome con una voce così acuta che Aurora chiuse gli occhi.

«Mi farai diventare sorda con i tuoi strilli, Em!»

«Vorrei che diventasse sorda lei al posto tuo, ma con quella non funziona niente.»

Dopodiché, Aurora tenne la bocca chiusa; non voleva essere coinvolta nella terza guerra mondiale.

Già visto, già fatto.

E dopo quell'unica esperienza, si era ripromessa di non immischiarsi mai più nelle loro liti.

«La smettete di urlare? A differenza vostra, io stavo lavorando» sbottò contro Emily, che sembrava sul punto di aggredirla.

«Ah, sì! A lavorare con la tua botta e via. Com'è andato il lavoro, Susan? Hai finalmente trovato l'uomo dei nostri sogni?» la schernì Emily, ricevendo in cambio un'occhiataccia da Susan.

Aurora poteva quasi sentire la musica drammatica in sottofondo mentre le due davano inizio alla loro infinita discussione.

«Va bene, non c'è bisogno che ricominciate a litigare. Ho fame e voglio mangiare. Vogliamo andare?» Aurora cercò di fare di nuovo da paciera, perché se non l'avesse fatto, il loro litigio sarebbe degenerato.

Non posso avere un solo giorno di pace senza le loro scenate.

«Guida» ordinò Susan a Emily, che le strappò le chiavi di mano senza dire una parola.

«Aspettate, dovrei guidare io» disse Aurora, e le sue amiche la fulminarono con lo sguardo, come se le fossero spuntate due teste.

Aurora deglutì, sentendo le guance avvampare al ricordo del drammatico incidente accaduto due mesi prima, mentre tornavano a casa da una serata al pub.

«Ero ubriaca!» tentò di giustificarsi. Loro inarcarono le sopracciglia, ricordandole il disastro che ne era seguito.

«E ho finito per tamponare il vigile. Quel figlio di buona donna! Mi ha pure fatto la multa» sbuffò Emily, battendo un piede a terra con rabbia, come un'adolescente.

«Hai provato a flirtare con lui davanti a sua moglie. Siamo state fortunate che Ethan ci abbia salvate quel giorno, altrimenti saremmo finite in tribunale» le ricordò Susan. Emily strinse le labbra in una linea sottile.

«Almeno ho cercato di aiutare.»

Aurora scosse la testa, vergognandosi. Ricordava ancora quanto suo padre si fosse arrabbiato con lei il giorno dopo. Era la figlia di Ethan King, un miliardario e filantropo che aiutava persone in tutto il mondo, e invece sua figlia veniva beccata a guidare ubriaca e a tamponare l'auto di un vigile.

Il solo pensiero di passare del tempo in una cella le faceva venire la pelle d'oca. Aurora King poteva vivere senza niente, tranne che senza suo padre, il buon cibo e qualcuno con cui parlare, dato che era una chiacchierona. Per non parlare di quelle due ragazze, che con la loro presenza le avevano reso la vita più movimentata.

«Va bene, andiamo, ho fame.»

«Tu hai sempre fame, Aurora!» dissero entrambe all'unisono, per poi lanciarsi un'occhiata tutt'altro che impressionata prima di sistemarsi in macchina.

Aurora sapeva che avrebbe dovuto tenersi alla larga dai cibi ipercalorici, ma aveva la fortuna di avere un corpo che non ingrassava mai, a prescindere da quanto mangiasse. Non era esattamente una taglia zero; il suo corpo aveva le curve nei punti giusti, che la rendevano sexy. E, cosa più importante, era sicura del proprio aspetto.

«Ragazze, devo dirvi una cosa» disse Susan mentre Emily guidava. «Credo di aver trovato qualcuno che possa rappresentare il nostro marchio.»

«Chi?» chiese Aurora, mentre l'atmosfera in auto passava da gioviale a seria.

«Kevin Rawls, lo stilista dell'anno. Dobbiamo contattarlo e chiedergli di collaborare con noi.»

«Mh, posso vedere cosa riesco a fare. Dopotutto, sono famosa sui social, quindi non dovrebbe essere difficile per me mettermi in contatto con lui» disse loro Aurora. Essere la figlia di Ethan King comportava molti vantaggi, e uno di questi era il numero di follower che aveva sui social media.

Entrambe le amiche annuirono e il resto del tragitto proseguì in silenzio.

Aprire una gioielleria era il sogno di Aurora e delle sue amiche. Tutte e tre si stavano impegnando al massimo per raggiungere quell'obiettivo. Per Aurora non sarebbe stato difficile avviare un marchio con i soldi e il potere di suo padre; avrebbe potuto farlo senza problemi. Ma non c'era solo lei nel gruppo. Emily, pur essendo sua amica e disposta a tutto per aiutarla, era una ragazza orgogliosa.

Si era unita a loro a condizione che non avrebbero accettato alcun aiuto dai padri di Aurora o di Susan. Susan aveva acconsentito subito, perché avrebbe preferito mangiare veleno piuttosto che chiedere aiuto a suo padre. Per certi motivi, non erano in buoni rapporti. E Emily, a differenza di Aurora e Susan, non veniva da una famiglia ricca. I suoi genitori possedevano una piccola fattoria in un villaggio e amavano la vita di campagna. Emily, invece, aveva grandi sogni, perciò si era trasferita nella grande città di Churchill.

Una volta arrivate, Aurora osservò l'incantevole ingresso del ristorante. Non sapeva perché, ma quel posto le infondeva una sorta di pace. I bellissimi mobili in legno sulla terrazza, le piante esotiche e la brezza fresca che le scompigliava i capelli.

Le sembrava che sua madre le stesse accarezzando la chioma. Ah, i bei ricordi di sua madre. Un tempo era il centro del suo universo, ma dopo la sua morte erano rimasti solo lei e suo padre. Scosse la testa per scacciare i ricordi e si guardò intorno in cerca di un posto a sedere, ma la fortuna non era dalla sua parte.

Dentro non c'era un solo tavolo libero. Era quello il problema dei ristoranti piccoli e famosi: si riempivano subito dopo l'apertura. «Addio pranzo!» disse Aurora, con lo stomaco che le brontolava per la fame.

«Mangeremo in piedi, Aurora?» chiese Susan con la sua voce stridula, inarcando le sopracciglia in modo teatrale.

Aurora alzò gli occhi al cielo. «No. Adesso arriverà un cameriere per invitarci a entrare e darci il tavolo migliore» la imitò, ma fu come se Dio le avesse concesso un attimo di fortuna. Un uomo si avvicinò davvero e le invitò a entrare.

«Wow! È stato veloce» si rallegrò Emily.

Il delizioso profumo della cucina italiana, l'odore di aglio ed erbe aromatiche fecero venire l'acquolina in bocca ad Aurora.

L'uomo le accompagnò a un tavolino per tre in un angolo. Era un po' appartato rispetto agli altri tavoli e vicino all'ufficio del direttore.

«Ecco il menù, signore» disse il cameriere, porgendo loro la lista.

A differenza dei ristoranti a cinque stelle che Aurora frequentava di solito con suo padre, il menù non era rilegato in pelle. Era un cartoncino spesso, rosso e verde, plastificato per proteggerlo dal continuo contatto con le mani di innumerevoli persone.

«Il posto è piccolo, ma il profumo del cibo fa venire l'acquolina in bocca» sussurrò Susan. L'uomo si allontanò, lasciandole decidere cosa ordinare.

Emily aprì il menù e iniziò a leggere:

«Insalata Caprese con Pesto.

Panzanella.

Bruschetta.

Focaccia.

Pasta alla Carbonara.

Pizza Margherita.

Risotto ai Funghi.

Pasta con Pomodoro e Basilico. Bla, bla, bla!»

«C'è un sacco di scelta, Aurora. Mmmh! Sono indecisa» disse Emily, continuando a leggere il menù.

«Prova il risotto ai funghi. È delizioso» le disse, decidendo che anche lei avrebbe preso lo stesso, insieme a della focaccia e alla carbonara.

«Da bere?» chiese di nuovo Susan. «Sai che c'è? Ordiniamo un classico vino rosso italiano per noi. Aurora prenderà una limonata» disse, scegliendo al posto suo. Ad Aurora la cosa non piacque, ma le bastò un'occhiataccia da parte dell'amica per capire che il suo solito "so decidere da sola" stavolta non avrebbe funzionato.

A detta di Susan, Aurora avrebbe dovuto portare un cartello con su scritto: "Non datemi alcolici. Sono intollerante". Le bastava un solo bicchiere per perdere la testa.

Passarono quasi venti minuti, ma nessuno venne a prendere l'ordinazione. Cercarono il cameriere con lo sguardo, ma era come se fosse svanito nel nulla.

«Vado a cercare qualcuno, non posso aspettare che si accorgano di noi e vengano a prendere l'ordine» disse Aurora alle amiche, e si alzò. Stava per avvicinarsi a un cameriere che vide prendere un'ordinazione da una coppia di anziani quando, all'improvviso, un uomo le finì addosso e lei sussultò per il dolore.

«Non ci vedi?» si lamentò, massaggiandosi la mano per alleviare la fitta.

«Mi scusi, ma è stata lei a venirmi addosso» disse lui, spingendo Aurora ad alzare la testa per guardare l'uomo che osava darle la colpa del suo errore.

«Come scusa?!» sbottò lei, ma quando vide il suo viso rimase senza parole.

L'uomo di fronte a lei era bellissimo; non aveva mai visto nessuno come lui. Aurora King era sbalordita.

Continuò a fissarlo. Capelli castani, occhi azzurri, zigomi pronunciati. Doveva avere quasi trent'anni, o poco più. Era alto un metro e ottanta, perfetto. Aurora sentì qualcosa sfarfallare nello stomaco. Quell'uomo era troppo bello per essere vero.

Che mi stia prendendo una cotta? Quest'uomo è da leccarsi i baffi...

Ma la voce tagliente di lui la riportò bruscamente alla realtà. «Sì, è stato un suo errore...» disse, come se il mondo gli appartenesse.

Un mio errore? Che ipocrita! Al diavolo il suo essere "troppo bello per essere vero"! Se lui può essere sgarbato, posso esserlo anch'io. Non sa chi è Aurora King. Solo un bel faccino, senza buone maniere. Un arrogante maledetto!

«Senta, signor...»

«Gabriel» le disse lui, come se fosse il re del mondo e lei una sua suddita.

«Ecco, signor Gabriel. È stato lei a venirmi addosso...» ribatté.

Lui sospirò, grattandosi la tempia con l'indice. «D'accordo, è stato un mio errore. Lo ammetto.»

Aurora fece un sorrisetto soddisfatto. «Lo so che è stato un suo errore. Dovrebbe smetterla di comportarsi come un semidio e ammettere le sue colpe...» gli stava facendo la predica sul suo atteggiamento, quando lui la interruppe.

«Senta, signorina, non mi sono scusato perché fosse colpa mia, ma perché c'è gente intorno che ci guarda e non voglio attenzioni indesiderate. E poi, mio zio una volta mi ha detto di evitare gli stupidi, perché non c'è niente di buono a parlarci» le disse, per poi andarsene con nonchalance.

Le ci volle un attimo per capire che l'aveva appena chiamata stupida. Aurora rimase a bocca aperta. «Mi ha appena dato della stupida?» sussurrò tra sé.

«Argh!» strillò di rabbia e si guardò intorno per cercare quell'uomo, ma non c'era più traccia di lui, il che la irritò ancora di più.

Ora non desiderava altro che dargli una lezione che non avrebbe mai dimenticato.

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