Capitolo 2
Aurora si lasciò cadere sulla sedia con un tonfo rabbioso. Le sue amiche la guardarono, interrompendo entrambe le chiacchiere o qualsiasi cosa stessero facendo sui cellulari.
«Che ti prende? Perché hai quella faccia rossa? Ti sei appena appartata in un angolo con un bel fusto?» domandò Emily, fischiettando.
Aurora la fulminò con lo sguardo. «No. Un uomo mi ha appena dato della stupida».
Emily rimase a bocca aperta, con gli occhi sgranati come piattini. «Aspetta, cosa? Ho capito bene, tesoro?» la prese in giro con una voce profonda, per poi scoppiare in una risata acuta che le spaccò i timpani.
«Se non la smetti di ridere, giuro che ti ammazzo con questo… questo…» Aurora cercò con lo sguardo qualcosa per spaventarla, ma non trovò altro che una forchetta e un coltello di plastica.
Prese in mano il coltello e lo puntò contro Emily. «Con questo».
Emily scoppiò a ridere fragorosamente. «Tu… ammazzare qualcuno, Aurora?» disse, scuotendo la testa tra le risate. «Ma fammi il piacere! Non saresti capace di uccidere una mosca, figuriamoci me. Quindi smettila con questa pagliacciata e metti giù quell’arma letale» la schernì, alzando le mani in segno di resa, continuando a ridere come una pazza.
«È un coltello di plastica, non ci si può uccidere nessuno» precisò Susan.
Aurora posò il coltello di plastica sul tavolo. L’incontro con quell’uomo arrogante e odioso le aveva fatto passare la fame. «Non voglio più mangiare qui. Andiamo da un’altra parte».
«Neanche per sogno. Ho fame e voglio provare come si chiama questo piatto. Ho detto al direttore di mandarci un cameriere. Dovrebbe arrivare da un momento all’altro, quindi calmati» disse Emily.
Aurora sbuffò. «E va bene, aspettiamo il cameriere».
«Cosa desiderate ordinare, signore?»
Aurora sentì di nuovo quella stessa voce. Alzò di scatto la testa dal telefono e fissò a occhi spalancati l’uomo di fronte a lei.
Lo stesso uomo arrogante e odioso che le aveva dato della stupida era in piedi davanti a lei. Era lui il cameriere, pensò.
«Sì, due risotti ai funghi, una focaccia e due paste alla carbonara con un bicchiere d’acqua frizzante e due calici di vino rosso» ordinò Susan.
«Altro, signore?» chiese lui, come se Aurora non fosse seduta lì e non l’avesse insultata cinque minuti prima.
«No. È più che sufficiente e saremmo felici se portasse tutto in tempo. Il vostro servizio è ridicolo e dovreste imparare le buone maniere» sbottò Aurora prima che Susan potesse parlare.
Lui si limitò ad annuire, come se avesse capito, e se ne andò. Questo irritò Aurora ancora di più: voleva che lui discutesse, ma se n’era semplicemente andato.
«Ragazze! Ascoltatemi» sussurrò, chinandosi sul tavolo.
«Cosa?» sussurrarono loro.
«Quell’uomo, è stato lui a darmi della stupida» disse.
Susan aggrottò le sopracciglia e guardò verso la cucina. «Il cameriere?» domandò.
Emily, invece, ricominciò a ridere. «Questa è davvero una giornata interessante, Aurora. Ti sei fatta insultare da un cameriere. Cioè, immagina: il cameriere di un ristorante qualunque ha dato della stupida ad Aurora King, figlia di uno dei più importanti uomini d’affari del Canada!» disse tra le risate.
Aurora le diede un colpo sotto il tavolo. «Ahi!»
«Sì, ahi! Sei terribile, Emily».
«Scusa, ma è incredibile…» cominciò a dire, ma si interruppe quando quell’idiota di Gabriel arrivò con il loro cibo.
Posò i piatti sul tavolo. L’aroma delle spezie era fantastico. Emily emise un gemito di piacere annusando il cibo. Persino Aurora, pur essendo furiosa con il cameriere, non poté fare a meno di avere l’acquolina in bocca.
Gabriel sorrise a tutte e tre. Mise il vino davanti a Emily e Susan, ma mentre posava il bicchiere di limonata davanti ad Aurora, questo cadde, rovesciandole l’acqua su tutto il vestito.
«Ah!» ansimò Aurora, alzandosi più in fretta che poteva. Anche le sue amiche si alzarono per aiutarla a pulire il vestito.
«Mi scusi, signorina. Non è stato intenzionale…»
«Non intenzionale!» gli sbottò contro Aurora, afferrando i tovaglioli dal tavolo per pulirsi il vestito, ma ormai la frittata era fatta. Il suo abito era già rovinato da quell'uomo.
«L'ha fatto apposta. Era uno dei miei vestiti preferiti. Come cameriere, lei è un inetto. Chi l'ha assunta, se non sa nemmeno come rivolgersi ai clienti? Gira per questo locale come se fosse suo. Mi ha insultata cinque minuti fa, quando è stato lei a venirmi addosso, ma non le è bastato. Giusto? E così mi ha versato di proposito la limonata addosso.»
«Non è come pensa, signorina» tentò di dire lui, ma stavolta Aurora non gli permise di finire.
«È esattamente come penso. Sa una cosa? Chiami qui il suo manager. La voglio fuori da questo posto. Lei non è adatto a fare il cameriere, signore» gli urlò contro.
«Aurora… ci stanno guardando tutti» disse Susan, tirandola per un braccio. Aurora se lo scrollò di dosso. «Che guardino pure, per quanto mi riguarda» disse, furiosa.
«Senta, signorina, posso ripagarle il vestito» disse lui con calma.
Aurora si infuriò nel vederlo così calmo e composto, come se non le avesse appena rovinato l'abito e, invece di scusarsi, le stesse sventolando i soldi sotto il naso.
«Davvero? Invece di chiedermi scusa, mi rinfaccia i suoi soldi?! Non faccia tanto il gradasso, lei non sa chi sono io, signore.»
Attirato dal trambusto, uscì un uomo in abito nero. Si accigliò quando ci vide e si affrettò verso di noi. «C'è qualche problema, signorina?» chiese.
«No, non c'è nessun problema…» disse Gabriel, ma Aurora lo interruppe.
«Sì, invece. Deve licenziare quest'uomo immediatamente. Mi ha rovinato il vestito e mi ha insultata. Se non vuole che faccia causa al suo ristorante, lo licenzi» disse al manager, incrociando le braccia al petto.
«Signorina…» balbettò il manager.
«Senta, signor…» lanciò un'occhiata al cartellino sul suo soprabito. «Sì, signor Cameron. Se non vuole che chiami il proprietario di questo posto e gli ordini di licenziarvi entrambi, allora licenzi quest'uomo subito.»
«Basta così! Vada a chiamare il proprietario, signorina…» disse Gabriel, senza il minimo timore di perdere il lavoro.
«Aurora, calmati!» provò a dire Susan, ma Aurora alzò una mano per fermarla.
«Me ne occupo io, Susie» poi si rivolse di nuovo a Gabriel. «Sì, farò proprio così. E il suo capo vi licenzierà entrambi» gli disse, e chiese al manager di chiamare il proprietario.
«Signorina, è lui il proprietario di questo ristorante» disse il manager, indicando Gabriel. Aurora rimase a bocca aperta, portandosi le mani alle labbra.
Ma che cazzo…! Quel cameriere era il proprietario.
Lo guardò, sbalordita. «Io… io non sapevo che fosse lei il proprietario di questo posto…»
Lui inarcò un sopracciglio. «E che differenza fa, signorina? Mi avrebbe trattato diversamente se le avessi rivelato la mia identità? Se la risposta è sì, allora sono contento di non averlo fatto. Almeno ho scoperto che tipo di persona è lei!»
A quelle parole, lei sgranò gli occhi. «Mi scusi, ma ora è lei a essere sgarbato. Come si permette di parlarmi in questo modo?!»
«Signorina, è così che lei ha parlato a me per tutto questo tempo. Si rende conto di quanto è stata maleducata? E perché? Perché ero solo un semplice cameriere, e ora che scopre la mia vera identità cambia tono. Questo dimostra la bassa considerazione che ha delle persone» sbottò lui. «Lei non è altro che una ricca snob.»
Rimproverò Aurora, che se ne stava immobile come una statua. A quelle parole, sentì un nodo alla gola. Non si era mai sentita così umiliata in vita sua.
Quando Susan vide il viso di Aurora, capì che stava per scoppiare a piangere. Non ne poteva più di quella ramanzina.
«Senta, signore, è stato lei per primo a dare della stupida alla mia amica, quindi la smetta di farci la predica».
Gabriel sospirò. «Credo che in quel momento lei non fosse presente per giudicare le mie azioni, signorina. Ma se le mie parole l'hanno ferita, le porgo di nuovo le mie scuse. Godetevi la cena».
Si rivolse al suo manager, che era lì in piedi. «Servi loro qualsiasi altra cosa desiderino, ma non fargli pagare niente». Poi guardò Aurora. «Spero che questo compensi il suo vestito e, se non dovesse bastare, c'è qui il mio manager. Chieda a lui qualsiasi cifra per l'abito. La pagherà». Detto questo, si allontanò verso il suo ufficio.
«Signora, desidera altro?» chiese il manager ad Aurora.
Gli occhi di Aurora si riempirono di lacrime. «No!» sussurrò.
«Il vostro conto è di circa cento dollari. È sufficiente come risarcimento per il vestito o devo darle di più?» domandò lui.
Aurora non si degnò di rispondere. Emily le toccò la schiena per confortarla.
«Non vogliamo un soldo da lei», sbottò Susan rivolta al manager, prendendo entrambe le loro borse dal tavolo.
Aurora deglutì. Susan le prese la mano e si avviò verso l'uscita. Aprì la portiera della loro auto, aiutò Aurora a entrare e mise in moto.
Aurora non riusciva a togliersi dalla testa le sue parole.
Sono stata maleducata con lui? Nessuno mi aveva mai parlato in quel modo, figuriamoci rimproverarmi.
«Aurora?» sentì Susan che la chiamava, ma non disse nulla. La sua mente era fissa sulle parole di Gabriel.
Davvero ho una così bassa opinione delle persone? Sono una di quelle snob ricche che disprezzano chi ha meno di loro?
«Aurora? Stai bene?» chiese questa volta Emily, preoccupata.
Aurora si asciugò le lacrime. «Porca puttana! Aurora Kings, stai piangendo?» chiese Susan, sbalordita, fermando l'auto di colpo. La gente la insultò, i clacson suonavano all'impazzata intorno a loro.
«Ehi! Ma non sai guidare?» abbaiò un uomo dal finestrino della sua auto.
Susan gli mostrò il dito medio.
«Susan…» Aurora le tirò la mano dentro l'auto e si scusò con l'uomo.
«Smettila! Perché diavolo ti stai scusando con lui? Era lui il cretino!»
L'uomo si allontanò e Susan fece ripartire l'auto come si deve. «Siamo state fortunate a non prendere un'altra multa, Susan!» ridacchiò Aurora.
Lei alzò gli occhi al cielo. «Mi prenderei mille multe se servisse a tirarti su da questo stato d'animo deprimente. Rilassati, amica! E dimenticati del proprietario di quel ristorante».
Le sue spalle si afflosciarono di nuovo al solo sentir nominare Gabriel. «Susan, sono stata maleducata là dentro?»
Susan sospirò, inarcando le sopracciglia. «Beh! Non direi maleducata, ma sei stata un po' stronza con lui. Insomma, era solo un po' d'acqua e tu hai fatto una scenata. Hai dato spettacolo davanti a tutti i suoi clienti, Aurora», rispose, parcheggiando l'auto nel garage e scendendo insieme a Emily e Aurora.
Aurora serrò le labbra in una linea sottile. «E lui? Lui non ha fatto nessuno sbaglio? Avrebbe potuto dirmi che non era un cameriere…»
«Beh… che differenza fa? Da come hai reagito era chiaro che fossi una qualche ricca snob che si comportava in modo irrazionale. Ora basta, non ho nemmeno mangiato niente. Andiamo a farci dei ramen. I vermi nel mio stomaco stanno facendo un incontro di wrestling».
«No, preparo io qualcosa per punizione, visto che oggi avete riso di me. Voi due andate a guardarvi un film o qualcos'altro» disse Emily, avviandosi verso la cucina.
«Ah, sì? Be', io chiamo papà, tu comincia pure a cucinare» le rispose Aurora, e l'altra le fece un pollice in su. «Perfetto!»
Aurora andò in camera sua e compose il numero del padre. Squillò a lungo, ma lui non rispose. Aurora era preoccupata per lui; dopo la morte della madre, era l'unica famiglia che le fosse rimasta e non si curava mai della propria salute.
Sospirò e lasciò un messaggio in segreteria. «Ciao, papà. Ehm... quando torni a casa? Pensavo di cenare con te stasera. Chiamami appena ti liberi, ciao! Ti voglio bene.»
Dall'altra parte, Ethan ascoltò il messaggio vocale di sua figlia e ripassò il telefono al suo braccio destro nonché amico, Thomas.
Ethan fissò l'uomo seduto di fronte a lui, legato a una sedia, che urlava in preda a un'agonia straziante.
«Ha già detto qualcosa?» chiese Ethan a Thomas. L'uomo sputò sulle scarpe di Ethan, guadagnandosi un pugno violento in faccia.
«No, è un cane fedele!»
Ethan annuì, colpendolo di nuovo solo per sentirlo gridare, poi, senza perdere un altro secondo, gli sparò dritto in mezzo agli occhi. «Manda il corpo a Juan, con un messaggio: il prossimo sarà lui.»
Thomas guardò il cadavere e rivolse a Ethan un cenno secco. Una volta tornati nel suo ufficio, gli porse un bicchiere del suo whisky preferito.
«Ha chiamato il tuo amico di Vancouver.» Ethan si accigliò a quelle parole.
«Suo figlio prenderà presto il suo posto come Don. E ti ha fatto una strana proposta» disse Thomas, cercando lo sguardo di Ethan prima di continuare.
«Che proposta?» domandò lui, prendendo un sorso dal bicchiere.
«Ryan ha accennato a un nuovo legame tra di noi.»
Ethan alzò gli occhi e li puntò su Thomas. «Quale nuovo legame?»
«Dal suo discorso era chiaro che alludesse a una proposta di matrimonio tra Aurora e Liam.»
«Suo figlio e la mia Aurora?»
Thomas annuì. «Non credo sia una cattiva idea...»
Ethan lo interruppe alzando un dito. «Mia figlia merita il meglio in tutto. Lascia che prima quel ragazzo si faccia valere nel nostro mondo, poi ci penserò...»
Thomas scosse la testa. «Ethan, sappiamo entrambi che Aurora dovrà sposare un uomo del nostro mondo, e credo che Liam sia una buona scelta.»
«Non c'è bisogno che tu me lo ricordi. Ma mia figlia merita un uomo che sia degno di lei, e voglio assicurarmi che questo ragazzo sia in grado di prendersi cura di lei. Ha chiesto di nuovo il permesso nel mio territorio, giusto?»
Thomas annuì. «Negaglielo, proprio come le ultime due volte. Voglio vedere come reagisce. Sarà anche il figlio di un mio amico, ma lo giudicherò come giudico tutti gli altri. Vediamo se potrà essere un amico come suo padre o un'altra aggiunta alla mia lista di nemici.»
Thomas sospirò. Sapeva che non sarebbe finita bene. Aveva sentito parlare dell'uomo che Ethan voleva mettere alla prova.
Il figlio di Ryan non era tipo da lasciarsi mettere alla prova in quel modo. Thomas pregò solo che non si infuriasse, perché la reputazione del figlio di Ryan lo precedeva ovunque andasse.
Un mostro da non stuzzicare. E Ethan lo aveva appena fatto. Ora la domanda era: cosa avrebbe fatto il mostro?
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