Capitolo 6

«Non parlare a voce troppo alta, Susan. Mi fa un male cane!» si lamentò Aurora, stringendosi la testa tra le mani per placare il dolore.

«Ti sta bene. Chi ti ha detto di ubriacarti, se non reggi l’alcol?»

Aurora gemette per il dolore. «Mi ha fatto infuriare quando ha rifiutato per la terza volta.»

Anche Susan sospirò, irritata. «Sì, lo so. Non credo che accetterà la nostra offerta tanto presto, Aurora. Si sente un dio da quando ha ricevuto quel premio» disse, porgendole un bicchiere di succo d’arancia e una medicina per alleviare il dolore.

«Andiamo a casa, qui non c’è più niente da fare. Dov’è Emily?» domandò Aurora, ingoiando le pillole in un colpo solo.

Susan indicò la sua stanza con un gesto. «Si sta dando la colpa, come sempre.»

Aurora storse le labbra, imbronciata per il rammarico di un altro tentativo fallito. «Non verrò meno alla promessa che le ho fatto, Susie. Apriremo la nostra catena di gioiellerie, anche se dovessi…»

«Rilassati, non ti agitare per questa storia. Vedrò io cosa posso fare, ma per favore vai a farti una doccia. Partiamo per Churchill tra due ore.»

Intanto, la mente di Liam era ancora infuriata per l'incidente della sera prima. Non riusciva a superare il fatto che Aurora lo avesse ignorato; non solo, lo aveva anche insultato.

Osservava i due uomini combattere sul ring. Le narici gli si dilatarono per la rabbia. Avrebbe dovuto tenere d'occhio i suoi uomini, dopotutto era un incontro da venti milioni di dollari, ma la sua mente era fissa sul sorriso beffardo di Aurora mentre lo spingeva in acqua.

Ryan scrutò il figlio. Percepiva che qualcosa lo turbava. «Che succede, figliolo?»

Liam strinse forte i pugni, gli occhi che si incupivano per la rabbia. La sua mente gli ordinava di controllarsi: intorno a lui erano seduti altri uomini della mafia per assistere all'incontro. Uomini che non si sarebbero fatti scrupoli a piantargli una pallottola in testa, se ne avessero avuto l'occasione. Doveva mantenere un'immagine che li spaventasse, ma in quel momento non gli importava un accidente di nulla. Contava solo Aurora.

Non era più soltanto un mezzo per raggiungere un fine, uno strumento di cui Liam aveva bisogno per ottenere ciò che voleva. No, ora era diventata qualcosa che Liam bramava, e tutti sapevano che se Liam bramava qualcosa, doveva averla, a qualunque costo.

Ryan fece un cenno all'altro figlio, Ralph, perché si occupasse dell'incontro e si avvicinò a Liam. «Nel mio ufficio, figliolo.»

Liam guardò suo padre dirigersi verso l'ufficio e, con un'espressione seccata, lo seguì dentro. «Cos'è quella faccia scocciata?» chiese Ryan, tagliando la punta del sigaro e portandoselo alle labbra.

Liam alzò gli occhi e li puntò sul suo capo, nonché padre. Quella follia l'aveva presa da lui. «La voglio, Aurora Kings. Nel mio letto, sotto di me, a compiere i suoi doveri coniugali, padre.»

Le sopracciglia di Ryan si aggrottarono nel sentire l'oscurità nel tono del figlio. «Non lo chiamerei un colpo di fulmine. Dimmi cos'è successo esattamente.»

Quando Liam finì di raccontare, la rabbia lo travolse di nuovo al ricordo delle immagini della notte precedente. Guardò suo padre e gli si avvicinò. «Sei stato tu a darmi l'idea di sposare quella ragazza. E ora io la voglio.»

«Cosa stai insinuando, Liam?»

«Avevi ragione, il matrimonio con quella ragazza risolverà tutti i nostri problemi. Va' dal tuo amico con la proposta di matrimonio, padre. Voglio che sia fatto al più presto, quel duo padre-figlia mi ha già irritato abbastanza. Non voglio sprecare per lei più tempo di quanto non ne abbia già perso, mentre combatto una guerra contro quel pazzo mascherato!»

Ryan annuì. «Lo farò dopo la riunione della commissione mafiosa» disse, toccando la spalla di Liam. «Non lasciare che una ragazza ti rovini l'umore, Liam. Una bella ragazza ha il suo prezzo: pesa sia sulla mente che sulle finanze, perciò dobbiamo tenerle entrambe sotto controllo.»

Liam si passò una mano tra i capelli. «Voglio chiudere questa faccenda il prima possibile, papà.»

«E così sarà. Non potrebbe trovare un marito migliore di te per sua figlia.»


Dall'altra parte, Aurora stava cercando di disegnare una collana ispirata all'arte asiatica.

«È un disegno bellissimo» disse Susan, sbirciando da sopra la sua spalla. Aurora si strinse nelle spalle.

«Immagino! Emily ne aveva più bisogno di noi, Susie…» cominciò, ma il suo cellulare squillò, interrompendola. Era Gabriel. Rispose senza esitare.

«Ehi Gabe, sei tornato?» gli chiese, l'umore che le si risollevava per l'emozione.

«Sì, Aurora, possiamo vederci?» le domandò lui. Aurora accettò quasi all'istante. Sentiva le farfalle nello stomaco per l'agitazione: avrebbe rivisto Gabriel dopo due giorni. Corse in camera sua per vestirsi e, dopo due ore passate a frugare nell'armadio, riuscì a scegliere un bel vestito.

«Dove vai, Aurora?» le chiese Susan, entrando in camera e vedendola tutta in ghingheri.

«A vedere Gabe. Farò tardi. Prenditi cura di Emily, ciao.» Aurora non attese oltre e uscì per incontrare l'uomo il cui solo nome le faceva spuntare un sorriso sul viso.

Quando Aurora arrivò al ristorante, Gabriel la stava aspettando sulla porta. Aurora sorrise nel vederlo e anche Gabriel sorrise, stringendola tra le braccia. «Come sempre, sei bellissima, Aurora.»

«Lo so, sono semplicemente perfetta» disse lei scherzosamente, ma nel suo tono si poteva percepire una nota d'orgoglio. «Ho cucinato i tuoi piatti preferiti, andiamo?» le chiese, offrendole il braccio.

Aurora glielo prese con entrambe le mani ed entrarono nel ristorante vuoto. «Gabe, non c'è nessuno» osservò lei, aggrottando la fronte.

«Sì, perché volevo passare un po' di tempo da solo con te. Solo io e te» rispose lui, scostandole la sedia per farla accomodare. Una volta che Aurora si fu seduta, Gabriel prese posto e, come ogni altra volta, finirono per conversare con naturalezza. Oggi, però, Aurora sentiva che qualcosa lo turbava e non poté fare a meno di chiederglielo.

«Gabe? Va tutto bene?»

Gabriel sospirò. «Sì e no.»

La sua risposta la fece accigliare. «Non capisco, Gabe.»

«Non so come dirlo, ma immagino che nessuno possa aiutarmi se non lo faccio io» le disse, stringendole la mano con una presa delicata. «Aurora, so che quello che sto per dire potrebbe cambiare tutto tra noi, ma non riesco più a trattenermi. Mi piaci, mi sono innamorato di te. Da quando ci siamo conosciuti, non faccio che pensare a te. So che sei Aurora Kings, la figlia di un multimiliardario, e io non sono altro che il proprietario di un piccolo ristorante. Non ho alcun diritto di provare questi sentimenti per te, ma non ho potuto impedire al mio cuore di innamorarsi. Ti amo, Aurora Kings.»

Mentre lui parlava, Aurora si dimenticò di respirare. Lo fissò negli occhi, con il cuore che batteva più forte del normale e il corpo così leggero che le sembrava di volare. Era rimasta attratta da lui nell'istante stesso in cui i suoi occhi si erano posati sul suo viso. I suoi occhi azzurri l'avevano ipnotizzata.

«Aurora, se non provi lo stesso per me, allora…»

«No!»

Gabriel si bloccò. «No?»

Gli occhi di Aurora si spalancarono. «No, cioè sì!»

«Sì o no?» chiese lui, mentre il pollice che si muoveva sulla mano di lei le faceva venire le farfalle allo stomaco.

«Sì! Sì, Gabe, ti amo» gridò lei, alzandosi per poi abbracciarlo forte. Fu uno dei giorni più felici della sua vita.

«Ti amo così tanto, Aurora…» le sussurrò lui, prendendole il viso tra le mani.

«Ti amo» disse, e posò le labbra su quelle morbide di Aurora, baciandola.

Lei arricciò le dita dei piedi per l'emozione; le sembrò che centinaia di fuochi d'artificio stessero esplodendo nel cielo.

Quel giorno, nella sua vita era iniziato un nuovo capitolo, e sperava che si sarebbe rivelato bello quanto lo desiderava. Eppure, una vocina in fondo alla mente la tormentava di continuo, suggerendole che stesse per accadere qualcosa di brutto.

Pregò solo Dio che non succedesse niente del genere.

«Cosa vuol dire che hai detto di sì?» chiese Susan, accigliata. «Da quanto lo conosci?»

Aurora sospirò. «Mi piace, Susan, e non importa da quanto tempo lo conosca. Quello che conta è che adesso lo amo. Comunque, dov'è Emily?»

«Dove vuoi che sia, a lavorare al portatile. Non capisco i suoi sbalzi d'umore. Un giorno è tranquilla e rilassata, il giorno dopo è concentrata sul lavoro come se non ci fosse un domani.»

Aurora strinse le labbra. «Sappiamo entrambe perché fa così, lasciala lavorare. Io vado a dormire, domani mi aspetta una giornata lunga» disse, mandando un bacio in aria all'amica prima di lasciarsi andare al mondo dei sogni.

⚜⚜⚜⚜

Ethan osservò i resti macellati del suo uomo davanti a sé. Le narici gli si dilatarono per la rabbia, poi lo sguardo si spostò su Thomas, che prese la lettera dal sacchetto di plastica.

«Scritta col sangue» informò Ethan, che gli fece un cenno secco del capo per dirgli di leggere.

«Se tu puoi uccidere i miei uomini, io posso uccidere i tuoi con il doppio della creatività. La prova è in questo sacchetto. So quanto disperatamente vuoi uccidermi, Ethan, ma a differenza tua, io ho imparato l'arte della pazienza. Hai ucciso mio fratello in modo brutale e ora ne affronterai le conseguenze. Ti darò una morte così creativa che la gente se la ricorderà, e dopo la tua morte, io…» Thomas si interruppe, guardando Ethan, il cui volto si era incupito nel sentire le parole della lettera.

«Cosa?» chiese a Thomas. «Finisci la lettera, Thomas.»

«Ethan…»

La fronte di Ethan si spianò. «Finisci la lettera, Thomas» ordinò.

Thomas deglutì prima di leggere il resto. «... farò di quella tua figlia la mia puttana!»

Con la rapidità di un fulmine, Ethan si alzò e gli strappò la lettera dalle mani, leggendola lui stesso. Una furia incandescente gli attraversò il corpo. Solo il sangue di Juan avrebbe potuto placare quella rabbia che sentiva dentro.

Ethan diede un calcio al tavolo di fronte a sé, passandosi le mani tra i capelli e scuotendo la testa. Non poteva permettere che qualcuno facesse del male a sua figlia. Era l'unica cosa che contava per lui. «Dov'è Aurora? Voglio che sia sorvegliata a ogni ora, Thomas.»

«Assumerò le migliori guardie per lei, ma tu devi calmarti e pensare lucidamente, Ethan. Non lasciare che le emozioni ti guidino ancora.»

Ethan sollevò gli occhi furenti e li puntò su Thomas. «Ha minacciato mia figlia.»

Thomas sospirò, aprì una bottiglia di whiskey, versò il superalcolico in due bicchieri e ne porse uno al suo capo. «Spero che adesso tu capisca perché ti chiedevo di pensare a Liam.»

Ethan scattò con la testa verso Thomas. «Dove vuoi arrivare? Parla chiaro, non ho tempo per i tuoi giri di parole.»

«Ethan, ti sto chiedendo di riflettere sulle parole di Ryan. Possiamo combattere e vincere questa guerra con Juan in qualsiasi momento, ma solo quando avrai la mente lucida. Aurora è la tua debolezza, tutti nel mondo della mafia lo sanno e se ne stanno approfittando. Cerca di capire, amico mio, non possiamo permettere che Aurora diventi una nostra vulnerabilità.»

Dato che Ethan non parlava, Thomas capì che lo stava ascoltando. «Liam è l'unico che può tenerla al sicuro e protetta costantemente. Nel nostro mondo ha la fama di essere un falco selvaggio. Molto più contorto di suo padre, è la nostra scommessa sicura. Inoltre, sono stati loro a chiedere l'alleanza per primi e tu hai Ryan in pugno. Aurora sarà più al sicuro a Vancouver di quanto non lo sia a Churchill.»

Ethan mandò giù il superalcolico, che gli bruciò la gola. «Ho Ryan in pugno, ma non suo figlio. L'hai visto tu stesso quel bastardo, Thomas. È incontrollabile.»

«Sì, il che lo rende ancora più adatto per Aurora. Ha bisogno di un uomo che sappia gestirla, Ethan. Ryan terrà suo figlio in riga per te. Se vuoi vincere questa battaglia, devi pensare prima alla sicurezza di Aurora, e l'unico modo per farlo è accettare questa alleanza suggerita con Liam Knight.»

Ethan chiuse gli occhi per un istante e il volto della sua defunta moglie gli balenò nella mente.

«Gliene parlerò alla riunione della commissione» disse Ethan.

La sicurezza di sua figlia contava più di ogni altra cosa, anche se per garantirla avesse dovuto consegnarla al diavolo in persona.

Lo avrebbe fatto per lei.


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