Prologo
Il punto di vista di Athena
Bip… Bip… Bip…
Mugugnando, allungo lentamente una mano verso il comodino e spengo con un colpo secco quella fastidiosa sveglia. Sbatto le palpebre assonnate e vedo che segna le 5:30 con delle grosse cifre luminose, cosa che mi strappa un altro gemito mentre mi costringo ad alzarmi dal letto.
Una volta in piedi, mi dirigo subito verso il mio piccolo bagno per una doccia veloce. La luce è accecante mentre i miei occhi cercano di abituarsi. La stanza è modesta, o almeno è quello che mi dico quando la paragono a tutte le altre che ho visto da quando sono qui, nel branco Moon Walker, il branco di mia cugina.
Le pareti sono dipinte con colori tenui, come il bianco e il crema, con tocchi d’argento che brillano quasi come polvere di luna, specialmente quando la luce li colpisce nel modo giusto. Le piastrelle, di un’altra sfumatura di bianco, rendono l’ambiente luminoso e arioso.
Sospirando, mi avvio verso la doccia mentre mi sfilo la canottiera e i pantaloncini di cotone, i due indumenti con cui dormo di solito da quando sono qui. Apro l’acqua, regolo la temperatura a mio piacimento, poi entro lentamente e lascio che mi scorra addosso. La mente vaga, tornando a quel giorno infausto di quasi dieci anni fa e agli eventi che mi hanno portata fin qui.
Avevo solo nove anni quando è successo. Stavo trascorrendo una splendida giornata con la mia famiglia nel branco Moon Valley, quando all’improvviso fummo attaccati dai Rogue. Erano centinaia, sbucarono dal nulla e iniziarono ad assalire il branco. Molti persero la vita quel giorno, inclusa la famiglia reale: l’Alpha, la Luna, il Beta, il Gamma e il Delta. L’unica sopravvissuta fui io, la loro figlia, e solo perché il Beta di mio padre, il Beta Farkas, era riuscito a nascondermi prima che i Rogue potessero fiutare la mia traccia.
A soli nove anni non avevo ancora la mia lupa, quindi non ero in grado di difendermi, il che mi costrinse a rimanere nascosta. La maggior parte dei lupi, infatti, non riceve la propria metà animale prima dei diciotto anni o, in alcuni casi, dei quattordici, a patto di appartenere a un rango elevato. Ma anche così, molti lupi non la ottenevano mai, per quanto a lungo aspettassero.
Io, d’altra parte, ero stata benedetta all’età di quattordici anni: quello fu il giorno in cui ricevetti Artemis, la mia lupa. Quando Artemis mi apparve, ero al settimo cielo. Essendo la figlia di un Alpha, non potevo che esserlo, perché in quel momento capii che, qualunque cosa avessi fatto, non sarei mai più stata sola.
“Ciao, dolce bambina mia” mi fece le fusa Artemis, apparendo lentamente davanti a me. Osservandola, non potei fare a meno di notare che era di una bellezza assoluta: la sua pelliccia, candida come la neve, scintillava di minuscoli granelli d’argento che le danzavano sul corpo come polvere di luna, mentre i suoi splendidi occhi azzurri erano anch’essi bordati da pagliuzze argentate. Il suo sguardo mi fissava, carico di consapevolezza.
Vengo improvvisamente strappata ai miei pensieri da qualcuno che bussa con rabbia alla porta e urla. “SBRIGATI, BRUTTA STRONZA!” grida una voce che conosco fin troppo bene, il che significa che sono rimasta sotto la doccia molto più a lungo del dovuto. Mi affretto a finire, assicurandomi di lavarmi i capelli e il corpo prima di chiudere l’acqua.
Esco rapidamente dalla doccia, afferro il mio unico asciugamano e comincio ad asciugarmi, avvolgendomelo poi attorno al corpo. I miei lunghi capelli castani ricadono umidi sulla schiena. Con le mani tento di districare i nodi, senza rendermi conto che quella persona è ancora nella mia stanza, finché non è troppo tardi e una mano si allunga per schiaffeggiarmi in pieno viso. Lascio cadere la spazzola e mi porto le mani alla guancia, che ora brucia.
“INGRATA! È COSÌ CHE CI TRATTI DOPO TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO FATTO PER TE? DOPO AVERTI ACCOLTA IN CASA NOSTRA QUANDO LA MIA DOLCE SORELLA È MORTA INSIEME AL SUO COMPAGNO?” sbotta la voce, mentre la sua mano mi afferra dolorosamente i capelli, facendomi sussultare.
Con gli occhi bassi, so che è meglio non guardare. Mi creerebbe solo altri problemi, anche se sono nata figlia di un Alpha. Sapevo di non potermi opporre, perché questo non era il mio branco e quindi non avevo alcun titolo o rango, il che mi rendeva inferiore a un Omega. La mia famiglia si assicurava di ricordarmelo ogni singolo giorno: che non sarei mai stata niente di più. Un pensiero che suscita un ringhio da parte di Artemis.
«Non siamo inferiori a un Omega… Siamo nate Alpha» ringhia Artemis dal profondo della mia mente. Meno male che la mia famiglia non può sentirla, visto che non sono mai stata ammessa ufficialmente nel branco dei Moon Walker.
«Artemis…» la ammonisco. «Per quanto odi il modo in cui ci trattano, sono tutto ciò che ci resta. Zia Leah e il suo compagno ci hanno dato un tetto quando avevamo solo nove anni. Senza di loro non saremmo sopravvissute e io non avrei potuto incontrarti».
«…Eppure… non mi piace come ti trattano rispetto ai loro figli» sbuffa Artemis prima di ritirarsi nell’angolo più remoto della nostra mente, il nostro spazio, un luogo dove nessuno poteva ferirci o farci sentire inferiori.
«MI STAI ASCOLTANDO?» L’urlo di mia zia, di nuovo dritta davanti a me, mi strappa ancora una volta ai miei pensieri.
«Ehm… mi scusi» borbotto.
«Ho detto che devi aiutare Diana e Brian con i preparativi per il ballo di quest’anno» mi rimprovera zia Leah, con lo sguardo calcolatore.
«Perché io?» chiedo. «Sono abbastanza grandi da trovarsi i compagni e poi è un lavoro da Beta, e io non sono un Beta». Ecco, l’avevo detto. Avevo finalmente pronunciato le parole che volevo dirle da un po’. Ed era vero, non ero un Beta, quindi non capivo perché fosse una mia responsabilità aiutare i miei cugini, Diana e Brian, a decorare tutto per il Ballo annuale dell’Unione. Un ballo che si teneva una volta all’anno in branchi diversi, proprio perché i lupi come me potessero sperare di trovare i loro compagni predestinati o, in caso contrario, sceglierne uno.
SCHIAFFO!
Portandomi una mano al viso per la seconda volta quella mattina, sento subito il bruciore della sua sberla. So che mi lascerà il segno, nel momento in cui alzo i miei occhi blu a incrociare i suoi, color smeraldo e pieni di rabbia.
«BRUTTA STRONZA! Farai come ti è stato detto o giuro che chiederò a mio figlio di darti una lezione che non dimenticherai tanto presto» sibila zia Leah, che sapeva benissimo quanto Brian amasse farmi del male, anche quando non avevo fatto nulla per meritarlo. «ALLORA… sono stata chiara?»
«Sì… zia» rispondo rapida, sapendo che avrebbe mantenuto la parola se non avessi obbedito. Brian era il figlio maggiore di mia zia, quello che sarebbe diventato il prossimo Beta del branco, e io ero diventata il suo nuovo giocattolo preferito quando si trattava di certe punizioni. E se non era lui, toccava a Diana, la figlia minore di mia zia, che si era sempre data la missione di rendermi la vita un inferno. A volte, le punizioni arrivavano direttamente da mio zio, che non si faceva problemi a infliggermele quando lo riteneva necessario.
«Brava ragazza» sogghigna zia Leah, che finalmente si sposta per andarsene, sbattendosi la porta della mia camera alle spalle. Il mio corpo scivola a terra, sconfitto, mentre cerco di non piangere.
«Va tutto bene, mia dolce Athena… La Dea della Luna ci aiuterà» sussurra dolcemente Artemis, cercando di consolarmi in quel momento.
«Sì, come no» le rispondo con sarcasmo, ripensando al mio diciottesimo compleanno, il giorno in cui avrei potuto trovare il mio compagno. Il giorno in cui la mia vita aveva preso la piega peggiore.
Stringendo l’asciugamano, decido che è meglio prepararmi prima che qualcun altro si presenti alla mia porta. Mi dirigo verso l’armadio e prendo un top azzurro, semplice ma carino, e un paio di shorts di jeans chiari, poi vado al comò dove afferro un completino intimo semplice ma elegante e mi vesto in fretta.
Mi raccolgo i capelli in una coda alta, che lascia scoperti il collo, le spalle e la clavicola. Soddisfatta, mi avvio per uscire dalla stanza, solo per trovarmi faccia a faccia con l’unica persona che non volevo vedere: mia cugina Diana, colei che era riuscita a portarmi via tutto, compreso il mio compagno.
