Il filo del destino

Malakai era seduto alla scrivania nelle sue stanze, immerso nei pensieri. Erano passati cinque giorni dall'ultima volta che aveva posato gli occhi sulla lupa che aveva portato a casa quella fatidica notte. "Un mostro", lo aveva definito lei. Come poteva etichettarlo in quel modo, quando le aveva salvato la vita? Quel pensiero lo tormentava, riempiendolo di un'inquietante miscela di confusione e frustrazione. L'aveva protetta, pronto a fare a pezzi il lupo che aveva osato metterle le zampe addosso. Eppure, lei lo vedeva come un essere oscuro e sinistro.

Il rimpianto lo pervase mentre rifletteva sulla propria incapacità di trovarla prima. Per qualche motivo inspiegabile, aveva faticato a seguire la sua traccia, un ritardo che gravava pesantemente sulla sua coscienza, torturandolo a ogni istante.

Con indomita determinazione, Malakai aveva messo piede nel territorio dei Bloodmoon con un unico scopo: il branco che dava rifugio ai reietti — gli stessi esseri responsabili della tragica perdita della sua innocente madre — avrebbe affrontato la sua ira. L'odio alimentava ogni suo passo, spingendolo ad andare avanti finché non fosse stata fatta giustizia.

Nel corso degli anni, gli erano giunte all'orecchio delle voci sulla figlia di Saul Constantine, poiché alcuni si meravigliavano all'idea di un Alpha femmina. Molti, però, come Malakai, non potevano fare a meno di deridere una simile assurdità. Nelle sue ferme convinzioni, una femmina non avrebbe mai potuto guidare un esercito di lupi in battaglia, tanto meno comandarne uno. Per lui, il ruolo di una lupa era limitato alla sua dolcezza e sottomissione: il suo unico dovere era soddisfare gli insaziabili desideri del suo compagno, dare alla luce i suoi cuccioli e rimanergli fedelmente al fianco.

Quando ricevettero l'invito alla sua festa, il padre di Malakai capì che era l'occasione perfetta. Saul si sarebbe aspettato il loro arrivo e non avrebbe sospettato nulla, finché non fosse stato troppo tardi. L'Alpha Re aveva un obiettivo chiaro: li voleva tutti morti, specialmente la figlia. Aveva reso evidente il suo disprezzo per un Alpha femmina. Per lui, era un insulto a ogni Alpha che l'aveva preceduta, e non l'avrebbe mai riconosciuta come tale. Avrebbero dovuto passare sul suo cadavere, giurò.

A Malakai e alla sua pattuglia fu assegnato il compito di aspettare ai margini del territorio dei Bloodmoon, pronti a intercettare qualsiasi Lycan che tentasse di fuggire verso il confine dei reietti. Erano arrivati ore prima dell'inizio previsto della festa, attendendo con impazienza che gli eventi si compissero... finché Malakai non percepì un odore nell'aria.

«Lo senti?» chiese al suo Beta, con una punta di eccitazione nella voce.

Archer inspirò a fondo, i sensi sintonizzati sugli odori circostanti. «Sì, sento odore di un banchetto magnifico» rispose, e lo stomaco gli brontolò.

«Non quello» ribatté Malakai. «L'altro odore, quello dolce.»

Spinto dal puro istinto, Malakai partì all'inseguimento di quella fragranza accattivante. In forma di lupo, i suoi sensi erano acuiti a un livello straordinario, attirandolo irresistibilmente verso l'odore che lo richiamava come nessun altro. Archer tentò di seguirlo, ma Malakai gli ordinò bruscamente di restare fermo. Archer obbedì a malincuore, guardando il suo alpha scomparire nella notte.

L'odore condusse Malakai alla tenuta dei Constantine, il suo fascino lo attirò sempre più a fondo nel vasto giardino della proprietà, mentre si muoveva furtivamente senza essere visto. Nonostante i suoi sforzi, non riuscì a individuare la fonte esatta dell'odore finché non sollevò il muso verso il cielo e inspirò profondamente. E lì, in mezzo al chiaro di luna, la vide.

Lì, sul balcone, si trovava la creatura più meravigliosa su cui avesse mai posato gli occhi. Inondata dall'eterea luce della luna, sembrava una dea. Se non fosse stato per il buon senso, avrebbe potuto credere che fosse la Dea della Luna in persona. Malakai sentì un bisogno istintivo di scoprire la sua identità, di proteggerla dagli imminenti eventi della notte.

Mentre pensava a cosa avrebbe potuto succederle, un senso di terrore lo travolse all'improvviso. Il solo pensiero che qualcuno potesse farle del male accese in lui una rabbia bruciante.

Poi, in un istante fortuito, i loro sguardi si incrociarono, forgiando una connessione che gli arrivò fino in fondo all'anima. In quel momento, tutto il resto svanì e il mondo smise di esistere. Non c'era più dovere, né lupi solitari, né imboscate. Solo lui e lei, qui, in quell'attimo.

«Mia», sussurrò il suo lupo al suo cuore gelido.

Era inequivocabilmente sua, e giurò di proteggerla con ogni fibra del suo essere. Nessuno avrebbe osato toccarla, né quella notte né mai più. Apparteneva a lui e a lui soltanto.

«Amani, eccoti finalmente!» la chiamò una donna, facendole distogliere lo sguardo da lui.

Amani? pensò lui, con palese disgusto. La figlia dell'Alfa? L'abominio per la mia specie? No, non può essere. Si voltò di scatto e tornò al suo posto, rifiutandosi di accettarla. Non poteva, cosa avrebbe pensato suo padre?

Era a metà strada quando, con sua sorpresa, vide Archer corrergli incontro. «Malakai! Ti stavo cercando! È già iniziato. I lupi dei branchi alleati si sono infiltrati nel territorio. Stanno pianificando l'imboscata, se non l'hanno già fatto!»

Malakai non riusciva a togliersela dalla testa. Quella notte sarebbe morta. Gli ordini erano chiari: ucciderli tutti, specialmente i Constantine.

«Dove sono mio padre e la Guardia Reale?» esclamò Malakai.

«Voleva l'Alfa tutto per sé», lo informò Archer. «L'ultima volta che ne ho saputo, l'Alfa Saul è fuggito con la sua guardia personale e tuo padre gli è andato dietro. Ad alcuni membri della Guardia Reale è stato ordinato di perquisire Villa Constantine ed eliminare la sua Luna e sua figlia».

«Va' a proteggere la nostra compagna, idiota!» ringhiò il lupo dentro il Principe, e quella fu la spinta di cui Malakai aveva bisogno per correre dalla sua compagna. Sperava solo di arrivare in tempo.

«Malakai, dove vai?!» gridò Archer.

Malakai non gli diede retta mentre sfrecciava verso la villa, nel disperato tentativo di raggiungerla prima che accadesse l'impensabile. La scena intorno a lui era un brutale quadro di carneficina; i corpi dei membri di Bloodmoon giacevano sparsi a terra. Avevano combattuto valorosamente, ma non avevano mai avuto scampo.

Fuori dalla villa, un'orda frenetica di lupi assetati di sangue caricava contro i robusti portoni di Casa Constantine. I loro occhi brillavano di una fame ferina, i loro ringhi echeggiavano nella notte.

«Fermatevi!» tuonò la voce di Malakai attraverso il collegamento mentale, la sua aura da alfa che infondeva nelle sue parole un'autorità pura. Le bestie si placarono all'istante, aprendogli un varco. Mentre si avvicinava, chinarono il capo in segno di sottomissione, i loro istinti primordiali sopraffatti dal suo comando.

Malakai non perse tempo, sfondando i portoni con violenza come se fossero fatti di nulla. Con un ringhio minaccioso, intimò ai lupi di non seguirlo, e quelli si dispersero in cerca di altre prede. Nonostante l'odore della sua presenza fosse fortissimo, l'apprensione di Malakai crebbe a dismisura quando non riuscì a trovarla.

Gli ci volle un tempo angosciosamente lungo prima di riuscire finalmente a rintracciare la sua scia. Fu in quel momento, mentre seguiva la pista, che sentì le sue urla strazianti — le stesse urla che da allora tormentavano senza sosta ogni sua notte.

Improvvisamente, un colpo secco alla porta lo riportò bruscamente alla realtà. «Avanti», concesse.

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