Capitolo 5
La mattina dopo mi svegliai presto, con il desiderio di poter restare a letto tutto il giorno. Non avevo dormito bene e avevo un aspetto ancora più disastroso del solito. Ma si addiceva al mio umore.
Stavo per darmi una lavata e scendere a fare colazione quando qualcuno suonò al campanello. Infilati i miei vecchi pantaloni della tuta e una maglietta extralarge, corsi verso la porta d’ingresso. Era ancora presto e in casa regnava il silenzio. Cecilia, Andrew e Andrea dovevano ancora dormire.
Guardai dallo spioncino e vidi Amy che, impaziente, spostava il peso da un piede all’altro. Cosa la rendeva così euforica già di prima mattina? Aprii la porta e le feci cenno di entrare.
«Sei già in piedi», le dissi mentre la guidavo in cucina. «Vuoi un po’ di succo?»
Amy scosse la testa. «Hai fatto il test genetico per Alex Wilson e hai dato loro le informazioni per la spedizione?»
«Sì, perché?», risposi versandomi un bicchiere di succo d’arancia.
Amy sollevò una busta indirizzata a me. Il mittente era l’azienda di Alex Wilson.
«Ah, già. Ho usato il tuo indirizzo. Cecilia mi stava assillando con la storia di sposare un Alfa ricco che potesse prendersi cura di me. Non volevo che si facesse strane idee sul fatto che potessi essere l’erede di un miliardario.»
«Certo, che destino orribile», la prese in giro Amy. Incrociò gli occhi e ridacchiò.
«Non voglio sposare un uomo che non amo. E sono ben lontana dall’essere pronta a sposarmi.» Le feci una linguaccia e cambiai argomento. «Wow. Non posso credere che i soldi siano arrivati così in fretta.» Presi la busta e iniziai ad aprirla con un tagliacarte.
«È strano. La busta non è arrivata nella nostra cassetta della posta», disse Amy. «L’ha portata a casa mia un uomo dall’aria molto distinta. Non era un corriere normale o cose del genere. Indossava giacca e cravatta.»
«Incredibile! Hai fatto il test per vedere se sei la Principessa Alfa perduta di Alex Wilson», disse Andrea ridendo, mentre faceva capolino in cucina. «Stai delirando, Daisy. Cosa ti fa pensare che una sfigata buona a nulla come te possa essere Alberta Wilson?»
«N-non… non penso di essere Alberta Wilson», dissi ad Andrea, maledicendomi mentalmente per la mia incapacità di parlare senza balbettare quando lei era nei paraggi. Perché Andrea origliava sempre le mie conversazioni? «P-perché sei sempre così cattiva con me?»
«P-perché sei una s-sfigata», rispose Andrea, scimmiottando la mia balbuzie. «Non posso credere che tu pensi di essere un’Alfa. Fa troppo ridere.»
Sentii la rabbia montarmi dentro, ma cercai di concentrarmi per restare calma e parlare chiaramente. «N-non… non vorrei essere una ragazza Alfa ricca e viziata. Sono felice di essere me stessa.»
Andrea non poteva capire che non avevo bisogno di essere ricca o potente per essere felice. Ho alcune persone che tengono a me e sono disposta a lavorare sodo per ottenere ciò che voglio.
«Stai mentendo. Speravi di essere nata ricca e Alfa.» Andrea alzò gli occhi al cielo. «Per quale altro motivo avresti fatto il test?»
«Avevo bisogno dei mille dollari che Alex Wilson sta dando a tutte le ragazze che si sottopongono al test del DNA per vedere se è loro padre», ammisi. Sentirmelo dire ad alta voce mi fece sentire peggio del giorno prima.
«Sfruttare le persone non è una cosa che farei normalmente», spiegai. «Ma o facevo il test e ricevevo mille dollari, pur sapendo di non essere l'erede scomparsa, oppure dovevo permettere al padre di Amy di pagare un abito costoso che avevo rovinato.»
Diedi la busta ad Amy. «Dalla a tuo padre insieme agli altri soldi che ho in camera. Saprà lui a chi darli.» Non riuscivo a pronunciare il nome di Victor davanti ad Andrea.
Amy scosse la testa. «Non posso accettare i tuoi soldi, e nemmeno mio padre lo farà. Hai lavorato sodo per ogni centesimo che hai, e non spendi mai niente. Adesso prendi quest'assegno e lo incassi. Lo metti in un conto di risparmio per l'università.»
Amy sfilò l'assegno dalla busta e si bloccò. «Quanto pagava Alex Wilson le ragazze per un campione del loro DNA?» domandò. «Credevo avessi detto mille dollari.»
Annuii. «Sì, la pubblicità diceva che avrebbero dato mille dollari a ogni ragazza selezionata che avesse fatto il test.»
«Ma quest'assegno non è di mille dollari» disse Amy. Allontanò l'assegno da Andrea, che stava cercando di strapparglielo di mano.
«Oh, no» gemetti. «Mi... mi servono altri mille dollari per pagare quel vestito.»
«Riuscirai a pagarlo, quel vestito» disse Amy. Capivo che si stava sforzando di non sorridere. «Potrai comprarti tutti i vestiti che vuoi. Guarda.»
Amy mi tenne l'assegno davanti agli occhi. Era intestato a me, per centomila dollari.
Lanciai un gridolino. «È un errore. Devo restituirlo e farmene dare uno dell'importo giusto.»
«Certo che sei stupida» disse Andrea. «Dovresti tenere la bocca chiusa e dare quell'assegno ai miei genitori. Ti hanno cresciuta per tutti questi anni. Glielo devi.»
«Sarebbe come rubare. Non sono soldi miei» le risposi, esaminando l'assegno più da vicino. Sotto l'indirizzo di Alex Wilson c'era un numero di telefono. «Chiamo il signor Wilson per dirgli dell'errore.»
Ma il campanello suonò di nuovo prima che potessi comporre il numero.
«Forse si... si sono accorti dell'errore e mi hanno rintracciata per riavere l'assegno» dissi, e corsi a vedere chi fosse alla porta.
Aprii, pronta a restituire l'assegno troppo cospicuo. Ma quando vidi chi c'era sull'uscio, non riuscii più a muovermi né a parlare.
Era Victor. Entrò in casa indossando un abito elegante, con un grande mazzo di rose rosso vivo in una mano. Era più affascinante che mai e profumava di un costoso dopobarba.
Dietro di lui, il suo assistente trasportava più di una dozzina di scatole regalo di lusso con sopra i nomi di varie marche di stilisti. Che stava succedendo?
Victor mi guardò, notando il mio aspetto mattutino più trasandato del solito, e il suo viso si irrigidì. Ma un istante dopo, sfoderò un sorriso super affascinante mentre si faceva avanti per entrare in casa.
Squadrò tutte e tre. «Chi di voi è Daisy?» chiese educatamente.
Tornai in me e risposi rigidamente: «Sono io, Daisy».
Perché era qui?
Mi morsi il labbro e cercai di tenere il viso lontano da Victor. Forse non mi avrebbe riconosciuta, non si sarebbe ricordato di me al ristorante.
Ma Victor mi osservò da capo a piedi, dai capelli crespi, raccolti indietro con un elastico, ai pantaloni della tuta larghi con i buchi sulle ginocchia. La sua espressione mostrava che non mi trovava attraente, ma non sembrava nemmeno ricordarsi di me.
«Quindi... tu sei la figlia scomparsa del signor Wilson.»
Sembrava serio, ma doveva essere per forza uno scherzo.
«Ho portato alcune cose, regali che ti spettano di diritto.»
«No... Aspetta... cosa?» balbettai. «Cosa... cosa vuoi dire?» La testa mi girava. Victor stava dicendo quello che pensavo stesse dicendo?
«Sono il tuo fidanzato, Alberta» disse Victor con un sorriso seducente.
