Capitolo 6.

Punto di vista di Ro

«Posso dirlo con la mano sul cuore: non ho mai fatto uso di droghe e non ho mai bevuto alcol. Prendo tutti dieci, e mi concentro sulla scuola e sul lavoro.» risposi, guardando entrambi gli agenti negli occhi.

«È un’ottima cosa, e noi le crediamo.» disse l’agente Stark con un piccolo sorriso.

«Ha idea di che cosa possa aver causato l’incendio?» chiese con cautela l’agente Quinn. Rimasi un attimo immersa nei miei pensieri, poi rialzai lo sguardo verso di loro e scossi la testa.

«Stamattina sono uscita di casa quando dovevo andare a scuola. Quando me ne sono andata, a casa era tutto a posto. Loro due erano ancora un po’ fatti per via della notte prima, ma a parte quello sembrava tutto normale» risposi sinceramente.

«Ho finito di lavorare alle nove e poi sapevo che dovevo sbrigarmi a tornare, perché dovevo preparare la cena per loro. Quando sono fatti gli viene sempre fame. E so che non posso fidarmi a lasciargliela preparare, perché tendono a dimenticarsi che hanno qualcosa sul fornello. Però, per via di quell’incidente con Mr Turner, sono tornata più tardi del solito» spiegai.

E, sinceramente, non era una bugia. E in più potevo dare loro un’idea di come fossero davvero i miei genitori.

Entrambi gli agenti mi guardarono con tristezza; pareva avessero capito che stavo alludendo al fatto che i miei genitori erano stati molto negligenti con me. E di certo non meritavano il premio di genitori dell’anno.

«Ha qualche familiare da cui potrebbe stare?» chiese l’agente Stark, e io scossi la testa.

«A dire il vero siamo sempre stati solo io e i miei genitori. Non parlano mai di altri familiari» dissi, e quello li fece guardarmi con ancora più dispiacere.

«Per lei va bene se le facciamo un test del DNA? Così vediamo se possiamo trovare dei suoi parenti. Se sono presenti in qualche archivio, li troveremo» chiese con cautela l’agente Quinn.

Di nuovo guardai Dawson.

«Penso sia una buona idea. E posso venire io con lei, personalmente, e accompagnarla. Così non incontrerà da sola qualcuno che non conosce» disse Dawson.

«Ci conosciamo da oggi, ma sono un avvocato, e anche bravo. Se vedo che non sarebbe un posto adatto a lei, troveremo un’altra soluzione. Non la lascerò affrontare tutto questo da sola. Mi sento responsabile per questa cosa, quindi farò tutto quello che è in mio potere per aiutarla.» Dawson mi guardò serio, e io annuii.

«Per me va bene, potete fare il test del DNA» dissi, alzando gli occhi verso gli agenti. L’agente Stark si alzò e uscì dalla sala riunioni.

«So che oggi è stato lungo e che adesso la sua vita può sembrare un disastro. Ma le prometto che andrà meglio. Ho perso anche io i miei genitori quando avevo la sua età. Sono dovuto andare a vivere con dei parenti lontani. Ma la vita è migliorata, anche se la perdita dei miei genitori è stata dura. So che loro volevano che andassi avanti e che mi costruissi una vita buona e felice» disse l’agente Quinn, con voce bassa e attenta.

Alzai lo sguardo verso di lui e vidi che non stava mentendo. Sentii di nuovo le lacrime premere agli occhi; le sue parole, così sincere, significavano molto per me. So che, comunque vada, starò bene perché ho la mia crew. Ma in questo momento c’è così tanto di ignoto nella mia vita. E fa paura.

Dawson mi attirò a sé con cautela, stringendomi in un abbraccio. È anche uno dei membri più fidati della mia squadra. Mi conosce quasi meglio di quanto mi conosca io stessa. Mi ha sempre guardata davvero come una nipote e tiene a me più di quanto riesca a dire.

«Andrà tutto bene, Ro», sussurrò, e io annuii con il viso premuto contro il suo petto.

Proprio in quel momento l’agente Stark tornò insieme a un’agente donna; lei prelevò il campione di DNA e disse che avrebbe richiesto un’analisi urgente.

Quando se ne andò, un uomo che sembrava un detective o qualcosa del genere entrò nella sala riunioni e si sedette.

«Ro, ti presento il detective Kim Nash. È lui che sta conducendo l’indagine sull’incendio», disse l’agente Stark.

Io alzai lo sguardo; lui mi porse la mano e gliela strinsi.

Sembrava avere quarantadue anni ed essere alto un metro e ottantanove. Aveva i capelli corti color castano nocciola, gli occhi verde nocciola e il naso leggermente all’insù.

«Mi dispiace molto per la tua perdita, Ro», disse il detective Nash con un’espressione addolorata. Io mi limitai a un piccolo cenno del capo, in segno di ringraziamento.

«Quando i vigili del fuoco sono riusciti a spegnere l’incendio, della casa era rimasto ben poco. E sì, abbiamo effettivamente trovato due corpi all’interno. So che non è piacevole parlarne, ma credo sia importante che tu lo sappia», continuò Nash, e io annuii di nuovo.

«L’incendio è partito dalla cucina e si è propagato in fretta da lì. Non abbiamo trovato nulla che faccia pensare a un atto doloso. I corpi rinvenuti sono quelli di un uomo e di una donna e, anche se era tutto più o meno fuso o bruciato… abbiamo trovato tracce di siringhe e un laccio emostatico sulle braccia», proseguì.

Lasciai che le lacrime mi scivolassero giù per le guance, senza più trattenerle.

«Faremo esaminare i corpi per stabilire la causa della morte, ma per come appare la situazione in questo momento… sembra che siano morti per un’overdose e che fossero già deceduti prima dell’incendio. Oppure erano così fatti da non aver nemmeno sentito odore di fumo. Se fosse stata un’overdose, erano già morti prima del nostro arrivo sul posto e non hanno provato dolore quando se ne sono andati», disse il detective Nash, con voce più morbida.

Io annuii ancora, lasciando che le lacrime continuassero a cadere.

«Il medico legale che avevamo sulla scena è molto competente, e ha detto che sembra che l’uomo fosse verso la fine dei trent’anni, mentre la donna a metà dei trenta. E questo corrisponde alla descrizione dell’età del signor e della signora Perry», disse Nash.

«Anche se è ancora troppo presto per dirlo con certezza, dalla conformazione del bacino della donna il nostro medico legale ha detto che non sembra abbia partorito. Sai se tua madre ha avuto un parto cesareo quando ti ha messa al mondo?» chiese il detective Nash, e io lo fissai, confusa.

«Cosa? No. Mia madre mi ha sempre detto che dovevo solo essere grata, perché aveva sopportato un dolore tremendo per mettermi al mondo. Diceva che “spingere fuori un’anguria” da… ehm, insomma, da lì, era una sofferenza, e per quello non aveva mai voluto altri figli dopo di me», dissi, smarrita e sotto shock.

«Capisco. Come ho detto, è ancora presto e il nostro medico legale deve approfondire. Ho pensato soltanto che fosse giusto chiedertelo», disse il detective Nash.

Io annuii, ancora sconvolta.

Che diavolo? Adesso sono confusa.

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