CAPITOLO 7: Grown Distant

Sarah

Rimasi spiazzata quando la voce di Amir risuonò al telefono. Il cliché di rimanere scioccati non rende minimamente l'idea della mia sorpresa. Per un breve istante, i miei pensieri si bloccarono mentre un'ondata di incredulità mi travolgeva.

Il risentimento di Amir nei miei confronti era nato da un malinteso riguardo alla sua ragazza, un'accusa che io avevo negato con tutte le mie forze. Nonostante i miei tentativi di spiegare, lui aveva interrotto ogni comunicazione per tre lunghi anni.

«Fratello?» intervenni, cercando di mascherare l'incertezza con un velo di rassicurazione.

«Sì, esatto!» La sua conferma echeggiò vuota, un duro promemoria dell'abisso che ci separava.

La nostalgia di mio fratello mi trafisse come una pugnalata. Eppure, la crudele realtà era che lui aveva già reciso i nostri legami. Nella pausa carica di tensione che seguì, ebbi la sensazione che percepisse il tumulto di emozioni che si agitava dentro di me, un riflesso silenzioso del vuoto tra noi.

«Ascolta, so che ci sono state tensioni per tre anni, ma tra noi scorre lo stesso sangue. Ci siamo sempre sostenuti a vicenda» disse Amir.

«Quel legame l'hai spezzato tu, quando hai scelto di credere e dare priorità a quella vipera della tua ragazza invece che a me!» Le parole mi sfuggirono dalle labbra, grondanti di rancore. Nella rabbia, avevo persino dimenticato il suo nome.

«Sarah, Jess è una brava donna. Ci sposiamo presto» annunciò la sua voce attraverso la linea.

Ah, Jessica Woods! Il nome mi risuonò in testa come un ritornello sinistro. Con una risata amara, non potei fare a meno di deridere la crudele ironia della situazione.

«Beh, congratulazioni! È questo l'unico motivo della tua chiamata? Rinfacciarmi che, nonostante le sue azioni riprovevoli, hai deciso di sposarla?»

Unisciti a me nella mia follia! Ecco cosa volevo trasmettergli. Sembrava che la pazzia avesse messo radici nella mia famiglia. Avevo confidato a lungo ad Amir i veri sentimenti di Jessica per lui, spiegandogli che non lo amava davvero e che era interessata solo al patrimonio dei Benner.

Ma il bello era questo: l'infatuazione di Amir per Jessica era così intensa che pendeva dalle sue labbra, ignorando ogni mio avvertimento.

Frequentavo la stessa università di Jessica e avevo scoperto che aveva una tresca con un professore e che flirtava con altri studenti. Lo raccontai ad Amir, ma lei, come una vipera che striscia nel giardino della fiducia, gli avvelenò la mente contro di me, tessendo una tela di bugie e manipolazioni che offuscarono il suo giudizio e oscurarono la verità.

Per rappresaglia, Jessica mi sottopose a ogni tipo di tormento a scuola. Mi perseguitava senza tregua, arrivando persino a diffondere la voce maligna che fossi incinta e che il padre fosse un tossicodipendente. Naturalmente, non c'era niente di vero!

Nonostante i miei tentativi di parlarne con Amir, lui non mi ascoltò, spingendosi fino ad accusarmi di aver causato la rottura nella sua relazione a causa di un presunto bullismo da parte mia.

Avrei dovuto gioire della loro separazione, ma ero sopraffatta dalla sinistra manipolazione di Jessica su mio fratello, che mi aveva lasciata con un senso di totale abbandono e tradimento.

Poi ci fu l'incidente sullo yacht, quando Jessica cadde in acqua; Amir non solo ignorò le mie suppliche, ma mi accusò anche di aver quasi causato il suo annegamento.

Di fronte a un'accusa e a un tradimento così ingiusti, mi trasferii all'Università di Crestwood e ricominciai da capo a Highland Hills City.

«Ascolta, questo è solo uno dei motivi per cui ti ho chiamata. Volevo sinceramente sapere come stavi. Ti ho portata io in ospedale ieri sera, dopo averti trovata fuori dalla tua villa. Ma nonostante l'influenza che avevi ancora, tuo marito ha insistito spudoratamente per riportarti a casa. Pensavo che fossi soddisfatta della tua vita dopo aver lasciato la tenuta di nonno Mitchell, tagliato i ponti con me e sposato un Cornell.»

Lo pensavo anch'io... pensavo che la mia vita sarebbe stata più felice.

La sua domanda riaccese una tempesta dentro di me, minacciando di scatenare ancora una volta un torrente di lacrime.

«Mi hai portata tu in ospedale?» Il ricordo del mio sogno, in cui il volto di Amir era sfocato, divenne improvvisamente reale.

«Sì, ma tuo marito ti ha riportata a casa senza un briciolo di umanità. Non ha mostrato alcuna preoccupazione, anche se stavi quasi per sentirti male nella tua villa!» Il suo tono tradiva la sua frustrazione.

Le labbra mi si serrarono in una linea tesa e amara, mentre un’ondata di emozioni minacciava di travolgermi. La fondatezza delle parole di Amir mi aveva ferita nel profondo, soprattutto dopo aver incontrato l’audace ex fidanzata di Philip, che con noncuranza mi aveva suggerito di lasciare mio marito come se fosse un’impresa da nulla.

«Adesso ti riporto in ospedale per assicurarmi che tu stia bene» propose Amir.

Mentre le forze mi abbandonavano e il forte desiderio di rivederlo cresceva dentro di me, accettai con fervore la sua proposta.


Feci in modo che l’autista mi lasciasse all’ospedale dove io e mio fratello ci eravamo dati appuntamento. Era l’opzione più sicura, volevo evitare qualsiasi congettura o domanda da parte di Philip nel caso qualcuno avesse visto me e Amir insieme fuori.

Mentre vagavo per il corridoio echeggiante, immersa nella luce sterile delle lampade al neon, un bip improvviso interruppe il silenzio solenne. Diedi un’occhiata al telefono: un messaggio di mio marito, un sussurro nella cacofonia dei miei pensieri.

Philip: Sei andata in ospedale?

Ero certa che l’autista lo avesse informato.

Sarah: Sì.

Come previsto, non ci fu nessun’altra risposta. La nostra comunicazione seguiva in genere questo schema: una domanda, una risposta.

Dirigendomi verso il giardino dell’ospedale, vidi Amir seduto da solo su una panchina spaziosa, accompagnato da un uomo corpulento che gli faceva da guardia del corpo. Appena il suo sguardo si posò su di me, si alzò di scatto e colmò la distanza tra noi.

«Lascia che ti aiuti. Stai bene?» mi toccò delicatamente il collo e la fronte, controllando se avessi qualche sintomo di influenza.

La sua età era evidente, portava l’impronta inconfondibile del tempo che passa. Aveva dieci anni più di me, ormai ne aveva trentadue. Mentre mi conduceva alla panchina, il calore del suo tocco mi diede un senso di stabilità, offrendomi conforto in mezzo al tumulto che mi ribolliva dentro. Appena mi sedetti, un’ondata di emozioni minacciò di sopraffarmi, con il pizzicore delle lacrime che mi pungeva agli angoli degli occhi.

«Dio, quanto mi sei mancato» mormorò lui.

«Ti odio» sussurrai, anche se la voce mi uscì quasi dal naso, perché anche mio fratello mi era mancato. «Tre anni di silenzio, e tutto per colpa di Jessica!»

Lui fece una smorfia. «Scusami… lo so, sono stato uno stronzo. A dire il vero, non avevo intenzione di vederti, ma quando ti ho trovata priva di sensi proprio davanti alla tua villa, non ho potuto fare a meno di preoccuparmi. Che ti è successo?»

Presi la drastica decisione di glissare sull'argomento della sua ragazza, dato che lui lo evitava palesemente ogni volta che veniva menzionata Jessica.

«Sto bene. C’è stato solo un piccolo problema di comunicazione e un malinteso tra me e mio marito.»

«È uno stronzo!»

«Fratello, ti prego… Non è giusto che parliamo di mio marito quando tu eviti costantemente l’argomento Jessica» non potei fare a meno di lamentarmi, con un tono velato di frustrazione e delusione.

Lui strinse le labbra e fece spallucce. Poco dopo, cambiammo argomento. Mi chiese dei miei studi e della vita che avevo scelto, e io risposi con invenzioni intrecciate come una fitta rete di inganni.

Conosco mio fratello, e so che se gli parlassi dei maltrattamenti che ricevo dai miei suoceri, agirebbe in modi che non potrei prevedere.

«Nonno Mitchell sarà anche debole ora, ma non ha ancora superato la delusione per la tua scelta di matrimonio» disse Amir.

«Spero che stia abbastanza bene» risposi, con una punta di tristezza nella voce.

Nonno Mitchell era sempre stato la mia ancora di salvezza durante i periodi difficili nel rapporto con mio padre e Amir. Ma quando decisi di sposare Philip, per lui fu difficile accettarlo, tanto che alla fine tagliò i ponti con me. L’idea di affrontare la famiglia del suo amico, che sperava io sposassi, era troppo dolorosa da sopportare, perché significava perdere la faccia nella nostra cerchia.

Riconosco i miei errori. Ho abbandonato tutto ciò che c’era di buono per inseguire una vita con Philip. Tuttavia, rimuginare sui rimpianti ormai non serve a nulla.

Sentendomi poco bene, dopo aver parlato con Amir andai in una clinica. Nonostante la mia riluttanza, lui insistette per accompagnarmi. Ma per evitare domande indesiderate, non usai il mio nome da sposata, presentandomi come Sarah Mitchell.

Mi fecero fare alcuni esami. E poi, come un fulmine a ciel sereno, le parole del medico trafissero l’aria: «Congratulazioni, signorina Mitchell, lei è incinta!»

In quell’istante fugace, il tessuto stesso del mio mondo si sgretolò sotto i miei piedi.

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