Capitolo primo
Il punto di vista di Cassie
«Smettila di agitarti.» Accanto a me, mio padre ringhiò, la schiena dritta come un fuso nel suo abito che gli stava male. Controvoglia, costrinsi le dita ad allentare la presa mortale che avevano sul vestito semplice che mi aveva obbligata a indossare, lisciando la stoffa sulle cosce.
«Dico sul serio, Cassie, potresti almeno fingere di essere emozionata.»
Lo guardai con la coda dell’occhio, accigliata. Doveva decidersi. O mi agitavo troppo per il nervosismo, o non ero abbastanza emozionata.
Mordendomi le labbra, tornai a guardare l’altare. Eravamo lì già da un’ora. Sessanta minuti interi da sola con mio padre, che mi odiava a morte per il solo fatto di essere nata femmina.
Era un’ora di troppo.
«Questo è un giorno importante», continuò a borbottare con un angolo della bocca. «E un onore. Non rovinare tutto per la tua famiglia. Devi fare il tuo dovere.»
Anche stavolta rimasi in silenzio. Avevo sentito quella tiritera così tante volte. Prima da ragazzina, quando avevo scoperto l’accordo che mi avrebbe vista sposata con l’erede del re dei Lycan, e poi da adulta, quando era diventato chiaro che lui non aveva trovato la sua compagna predestinata e che l’accordo si sarebbe fatto.
Era una cosa arcaica. Così antiquata che avrei dovuto leggerla su un libro di storia, non viverla.
«Sì, ho capito. È ora che io salvi la famiglia.» Non riuscii a trattenermi. Alzai gli occhi al cielo, una cosa che non facevo da quando ero un’adolescente.
Accanto a me, mio padre emise un ringhio basso e duro. L’odio che conteneva avrebbe dovuto spaventarmi, ma non mi faceva più effetto. Convivevo con quell’odio da anni.
Mi afferrò crudelmente il mento tra il pollice e l’indice, costringendomi a sollevare il viso verso il suo.
«Basta con le tue rispostacce, Cassie. Sei un’adulta. Lo farai per la tua famiglia, per il nostro buon nome.»
Fissandolo con aria di sfida, liberai il viso dalla sua presa e ringhiai contro di lui. Da che pulpito veniva la predica sul buon nome della nostra famiglia. Lui, che aveva dilapidato la nostra fortuna e ci aveva resi dei reietti. Lui, che aveva abbandonato me e mia madre nel momento del bisogno per scappare con una giovane lupa che era più tette che cervello.
Mio padre era tutto ciò che un uomo non dovrebbe essere e l’ultimo lupo al mondo che potesse farmi la paternale sul mio dovere.
Ma era l’uomo che controllava i soldi e, senza il suo aiuto, non sapevo come avrei pagato le spese mediche di mia madre.
«Sì, papà.» Abbassai lentamente gli occhi. Odiavo mostrargli qualsiasi forma di sottomissione, ma aveva ragione. Dovevo farlo. Magari non per i motivi che diceva lui, ma per mia madre. E poi non sarebbe stato così terribile. Sarei stata di nuovo accolta nel branco e mia madre avrebbe avuto le migliori cure che il denaro potesse comprare.
Dietro di me, la porta si aprì e dei passi pesanti si avvicinarono. Mio padre si voltò, trascinandomi per mano affinché potessi vedere per la prima volta il mio nuovo compagno.
La mia determinazione andò in frantumi nell’istante in cui posai gli occhi su quel vecchio.
Era decrepito. Più vecchio persino di mio padre.
Sfilai la mano da quella di mio padre e strinsi tra le dita la semplice collana che portavo. Attorcigliai la catenina finché non mi si conficcò nella pelle.
Non potevo farlo. Non potevo.
Era semplicemente troppo vecchio.
Come potevano pretendere che mi legassi a qualcuno che aveva l’età di mio nonno?
«Non mettermi in imbarazzo» sibilò mio padre.
«C’è qualche problema?» Fermandosi di fronte a me, lo sconosciuto mi studiò il viso. I miei pensieri dovevano essere fin troppo evidenti, perché si schiarì la gola rumorosamente. «Sono Casper. Sono qui per conto di Gabriel. Purtroppo, il principe non è potuto venire oggi, ma manda i suoi più cari saluti.»
Tirai un sospiro di sollievo, spostando lo sguardo dall’uno all’altro.
«Vogliamo cominciare? Ho una prenotazione per cena.»
«Aspetta, cosa?» Confusa, feci un passo indietro. I miei occhi si fissarono su mio padre. «Ma il principe non è qui. Come possiamo…»
«Lo sostituirò io e firmerò ciò che dev’essere firmato a suo nome. Ho già il suo giuramento di sangue. Non è l’ideale, ma…»
«Ma come può essere legale? Come può volermi sposare, legarsi a me senza nemmeno avermi incontrata? Potrei anche non piacergli!» mi lamentai.
Entrambi si voltarono verso di me con un’espressione divertita. «Posso garantirti che è tutto perfettamente legale e vincolante. Procediamo, che ne dici?»
I due uomini si fecero avanti insieme, chiacchierando a bassa voce, e io non potei fare altro che fissarli. Non poteva essere vero, era impossibile.
Si aspettavano davvero che andassi fino in fondo? Che sposassi un uomo che era letteralmente un estraneo?
«Vieni, Cassie. Firma qui e sarà tutto finito.»
Sbattendo le palpebre, mi misi tra loro. Con il respiro affannoso, fissai la pergamena srotolata davanti a me.
Sotto il nome del principe c’era una macchia di sangue.
«Firma.»
Tremavo così tanto che quasi feci cadere la penna mentre firmavo il mio nome accanto al suo.
«Cassie.» L’avvertimento ringhiato da mio padre mi fece sobbalzare. Voleva che facessi qualcosa, ma non sapevo cosa.
La confusione mi annebbiò la mente.
«Oh, giuro che sei inutile quanto tua madre.» Afferrandomi la mano, se la portò alla bocca. I suoi denti mi lacerarono un dito e il sangue sgorgò. Poi premette il mio dito insanguinato sulla carta.
Sigillando il mio destino e legandomi a un uomo che non si era nemmeno degnato di presentarsi al nostro matrimonio.
Era stato così semplice.
Così rapido.
«Ecco.» Lasciò andare la mia mano come se lo disgustassi. E stavolta, nel guardarmi, non provò nemmeno a nascondere il suo odio. «È fatta. Tu e quella buona a nulla di tua madre non siete più un mio problema.»
«Papà?»
«No, Cassie. Sei così insignificante che nemmeno il tuo compagno riesce a stare nella stessa stanza con te. Che delusione.» Scosse la testa. «Ho chiuso con te.»
«Papà, ti prego.» Non lo avevo mai implorato in tutta la mia vita adulta. Mai. Ma lo supplicai in quel momento. Lo supplicai di non abbandonarci.
Allontanandosi, non si voltò neanche. Uscì semplicemente dalla chiesa per andare incontro alla sua nuova moglie e mi lasciò con lo sconosciuto, che mi fissava con un’espressione indecifrabile.
«Io, uhm…» Mi strofinai il viso, sbavandomi il trucco sotto gli occhi.
«C’è un posto dove posso accompagnarti, Cassie?»
«Non lo so» riuscii a mormorare. «Il principe non mi incontra?»
Qualcosa cambiò nel suo sguardo. «Manderà a chiamarti presto, ne sono certo, ma per ora?»
«All’ospedale, allora.» Raddrizzando le spalle, fissai la porta da cui mio padre era sparito. Non avevo bisogno di lui. E nemmeno del principe, se è per questo.
Me la sarei cavata. Come sempre.
«Se non servo più, vado al lavoro.»
