Capitolo tre

Il punto di vista di Cassie

Scesi dalla scrivania e feci una smorfia quando un dolore acuto e pungente mi trafisse le parti intime. Nel turbine della passione, non avevo sentito alcun male. C’erano stati solo piacere e bisogno, ma adesso erano svaniti.

Subito rimpiazzati dalla vergogna.

Mi tirai su i pantaloni in fretta e furia, sistemandomi i vestiti sul corpo, poi allungai una mano verso la sedia e mi ci lasciai cadere.

Che cosa mi era preso?

Avevo già provato desiderio in passato, ma mai niente del genere. Niente di così travolgente, e non sapevo nemmeno il suo nome o che aspetto avesse. Aveva detto che sarebbe tornato da me, ma quella era la cosa peggiore che potesse fare.

Piegandomi in avanti, affondai la testa tra le braccia.

Non avrei mai più potuto rivederlo. Ero sposata con il principe. Intrappolata a vita con un uomo che non avevo mai incontrato. Quello che era successo oggi non doveva ripetersi mai più, per quanto lo desiderassi.

Sopra la mia testa, le luci si accesero di colpo e alzai una mano per proteggermi gli occhi da quella luminosità accecante. Un’ondata di vertigini mi travolse, la nausea mi salì in gola e dovetti ricacciarla giù.

«Stai male?» La voce era femminile e familiare, ma non amichevole.

Con gli occhi ancora strizzati, fissai la dottoressa di mia madre. L’unica altra lupa nello staff. La cosa avrebbe dovuto renderci amiche, ma Megan non lo era mai stata per me.

«No.» Sforzandomi di raddrizzarmi, sorrisi. «No, sto bene» mentii. «Ho solo avuto un capogiro.»

«Ci scommetto.» Un sorriso d’intesa le si allargò sul viso duro mentre scrutava la scrivania di fronte a me. «Dopotutto, oggi è un giorno speciale per te.» Ridacchiò. Quel suono mi irritò, ma del resto tutto ciò che faceva Megan mi dava fastidio. Se non avessi avuto bisogno di lei per prendersi cura di mia madre, non le avrei rivolto la parola.

«Che ci fai qui, Megan?»

«Sono venuta a lavorare.» Fece una smorfia, come se persino pronunciare quelle parole la disgustasse. «Ovviamente. E tu che ci fai qui nel tuo giorno speciale, Cassie?»

Accigliata, cominciai a riordinare la scrivania, raddrizzando le cornici e le scartoffie che erano state sparpagliate durante i minuti passati con il mio uomo misterioso. Mi diede il tempo di pensare a cosa dire, e avevo bisogno di ogni singolo secondo.

«Mi hai mandato un messaggio, ricordi?» le rammentai. «Dicevi che non potevi lavorare, così sono venuta io.»

Gli occhi dalle ciglia folte si strinsero mentre mi rivolgeva un sorrisetto compiaciuto. Dio, quanto la odiavo.

«Lavorare.» Ridacchiò di nuovo, lanciando un’occhiata alla scrivania. Le sue narici si dilatarono e capii cosa stava annusando.

Sesso.

Impregnava la stanza. Denso, inebriante e inconfondibile.

«È così che lo chiami, Cassie?» Scoppiò a ridere ancora più forte e io arrossii violentemente.

«Beh, se ci sei tu…» Non volendo passare un altro minuto in sua compagnia, mi alzai dalla sedia. «Allora me ne vado a casa. Hai ragione, non mi sento molto bene. Puoi chiamarmi se ci sono novità su mia madre?»

Glielo chiedevo ogni giorno, ma in fondo sapevo che non sarebbe cambiato nulla. Mia madre era in coma. In coma da così tanto tempo che tanto valeva fosse morta. Erano le macchine a tenerla in vita. Le macchine, e io, perché non sopportavo l'idea di essere sola al mondo senza di lei.

Era egoista, e lo sapevo.

Le labbra di Megan si arricciarono in un ghigno. «Malata.» Roteò gli occhi, proprio come avevo fatto io quel giorno. «Certo che sei malata. Vattene a casa, poverina.» La sua voce grondava sarcasmo. «Però magari vorrai coprirti i segni di morsi che hai sul collo» mi gridò dietro mentre raggiungevo la porta. «Perché sembra proprio che tu abbia fatto qualcosa che non avresti dovuto fare, Cassie.» Mi fece l'occhiolino, come se fossimo due amiche che si scambiano un segreto. Non eravamo affatto amiche, e il fatto che sapesse cosa fosse successo solo pochi minuti prima mi terrorizzava. Se l'avesse detto a qualcuno, la mia vita sarebbe finita.

«Non so di cosa parli.» Non mi presi nemmeno la briga di salutarla. Mi strinsi le braccia al petto e mi precipitai lungo il corridoio deserto verso il parcheggio.

Tutto ciò che volevo era arrivare a casa e farmi una doccia. La vergogna mi divorava. Avevo tradito i miei voti lo stesso giorno in cui li avevo pronunciati. Che razza di donna ero?

E se Megan ne avesse parlato con qualcuno, allora... Rabbrividii. Non potevo pensare a una cosa del genere. Se Megan avesse detto qualcosa, sarebbe stata la mia parola contro la sua. Nessuno aveva visto cos'era successo. Nessuno tranne me e lo sconosciuto a cui avevo permesso di fare l'amore con me.

Non c'erano testimoni.

Nessuna prova.

Le labbra mi si incurvarono in un sorriso amaro. Be', nessuna tranne quel dolore delizioso tra le cosce e i segni sul collo.

Dovevo solo tornare a casa e ripulirmi. Lavare via ogni sua traccia dalla pelle.

Un'ondata di piacere mi travolse dal nulla. Inciampai e mi appoggiai al muro per non cadere. Respirando affannosamente dal naso, chiusi gli occhi.

Era come se la memoria mi stesse facendo rivivere quel piacere. Un piccolo orgasmo, solo a ripensarci.

Non avevo mai sentito niente del genere.

Alla fine, mi raddrizzai. Dovevo tornare a casa e ripulirmi. Dovevo dimenticare che fosse mai successo.

Dovevo.

Ma non volevo.

Non volevo lavarlo via dal mio corpo e di certo non volevo dimenticarlo.

Mai. Ma quale altra scelta avevo? Non avrei mai più potuto rivederlo.

Questo non doveva essere altro che un ricordo, un piccolo atto di ribellione. Forse, a essere onesta con me stessa, anche un piccolo "vaffanculo" a mio padre.

Perché ero promessa all'erede del re dei Lycan, e avevo la sensazione che non fosse tipo da condividere.

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