Capitolo cinque
Il punto di vista di Cassie
Ero a metà strada verso l'ospedale per il mio turno di notte quando mi squillò il telefono. Appena premetti il pulsante, la voce profonda e tonante del mio amico Ford riempì di colpo l'abitacolo della mia utilitaria.
«Ehi, Cassie.»
«Ehi, Ford.» Frenai di botto mentre il traffico davanti a me si bloccava. Diedi un'occhiata all'orologio. Non sarei arrivata in ritardo, perché il mio turno non sarebbe iniziato prima di qualche ora, ma avrei voluto passare quel tempo a leggere per mia madre. Ultimamente mi sembrava di vederla a malapena e, dopo tutto quello che era successo, volevo solo sedermi accanto a lei e raccontarle ogni cosa. Anche se non poteva svegliarsi e sistemare tutto, mi avrebbe fatto sentire meglio. Passare del tempo con lei ci riusciva sempre.
«Come vanno le cose?»
Non rispose, e quando Ford non rispondeva significava che voleva qualcosa da me.
«Che cos'è stavolta?»
Dall'altro capo del telefono si sentì una risatina. «Mi conosci così bene, Cassie. Me ne occuperei io, ma tra mezz'ora devo entrare in sala operatoria e non posso assentarmi.» Inspirò con un sibilo. «Però è un VIP.»
Alzai gli occhi al cielo. «Certo che lo è, ma perché non vanno direttamente in ospedale? O non mandano…»
«È un VIP molto, molto speciale. Non ti chiederei di farti coinvolgere se non fosse importante, e sei l'unica persona di cui mi fidi per questa cosa. Dobbiamo essere discreti e sappiamo entrambi che Megan…»
«Non aggiungere altro» dissi ridendo. «Sì, te lo sistemo io, mandami l'indirizzo. Ho solo poche ore e voglio vedere mia madre prima di andare al lavoro, quindi è meglio non metterci troppo.»
«Ti devo un favore, Cassie.»
«Me ne devi circa un centinaio ormai, Ford» gli ricordai ridendo.
«Come sta tua madre?»
La risata mi si spense sulle labbra. «Come sempre.»
«E tuo padre? O anche lui è come sempre?»
Non gli risposi. Sapeva come stavano le cose.
«Mi dispiace, Cassie» disse a bassa voce.
«Non è colpa tua. Mi hai mandato l'indirizzo?»
Non volevo più parlare. Soprattutto non della situazione della mia famiglia.
«Sì, e grazie ancora, Cassie. Sei davvero una su un milione.»
«Sì, certo» borbottai mentre chiudevo la chiamata e davo un'occhiata al telefono per vedere l'indirizzo. Che per fortuna non era lontano da lì. Sospirando, mi appoggiai allo schienale e aspettai che il traffico ripartisse, così da poter svoltare e dirigermi verso la zona ricca della città.
Non ci volle molto; una volta uscite dalle strade principali, il traffico non era affatto male. In men che non si dica, mi ritrovai davanti al complesso recintato di una villa enorme. Una di quelle situate sulle colline boscose, quindi capii che si trattava di qualcuno ricco sfondato e importante.
Dissi il mio nome e il motivo della mia visita, poi attesi che i cancelli elettrici si aprissero. Mi diede il tempo di sistemarmi il foulard di seta che avevo legato intorno al collo per nascondere i segni dei morsi sulla pelle.
Un uomo mi venne incontro prima che potessi scendere dall'auto. Mi aprì la portiera.
«È lei il medico?» Non attese la mia risposta. «Mi segua.»
Lo feci docilmente, guardandomi intorno e notando gli arredi sfarzosi mentre attraversavamo la splendida casa e salivamo le scale.
La stanza in cui mi condusse era immersa nel buio più totale. Anche con la mia vista potenziata, riuscivo a malapena a distinguere la sagoma di un uomo sul letto. Non era altro che un'ombra.
«Non posso lavorare al buio.» Mi avvicinai al letto. Nessuno si mosse per accendere una luce e persi la pazienza. «Devo poter vedere il mio paziente per curarlo. Accendete quella maledetta luce o smettetela di farmi perdere tempo.»
Forse avrei dovuto essere più educata. L'uomo sul letto era ovviamente qualcuno di importante.
Si sentì un fruscio di lenzuola dal letto, poi un clic, e la stanza si illuminò.
Sbattei le palpebre, cercando di orientarmi.
L'uomo sul letto era a torso nudo, il petto perfettamente abbronzato e scolpito. Il tipo di fisico che avrebbe dovuto campeggiare sulla copertina di una rivista di moda. Tutto linee dure e muscoli definiti.
«Hai intenzione di darti una mossa o vuoi solo stare lì a fissarmi?»
Distogliendo lo sguardo dal suo petto, alzai gli occhi dove avrebbe dovuto esserci il suo viso, ma fui accolta da un ammasso di stoffa. Immaginai che avesse usato la camicia per coprirsi la faccia, così che non potessi vederlo.
Aggrottai la fronte e scossi la testa. Sedendomi sul bordo del letto, sondai il graffio che deturpava la perfezione del suo torace.
«Artigli?» Alzai lo sguardo, ma non c'era nessun altro nella stanza. Solo io e lui. «È stato fatto con degli artigli o con una lama?» domandai alla stoffa.
Dio, quanto odiavo quella situazione. Perché tutta quella segretezza? Non aveva alcun senso.
«Artigli» borbottò, e la sua voce mi smosse qualcosa dentro. Mi sentii a disagio. Provare quel genere di sensazioni non era professionale e dovevo controllarmi.
«Sta già guarendo.» Accigliata, seguii il contorno del segno. Non era grave. Né profondo né lungo, ma c'era qualcosa che non mi convinceva. I bordi erano di un rosso chiazzato e la pelle scottava al tatto. Anzi, tutta la sua pelle era calda e appiccicosa.
«Però…» Agendo d'istinto, mi chinai su di lui e annusai il graffio rossastro. Le mie paure erano fondate. Aveva un odore sbagliato. Marcio ma dolciastro. Come cibo andato a male. Indietreggiai di scatto.
«Veleno.»
«Sì, è quello che abbiamo pensato anche noi. Sistemalo» ordinò, e io mi accigliai.
Odiavo i lupi autoritari.
«Farò del mio meglio.» Arricciando il naso, cominciai a tirare fuori l'occorrente dalla mia borsa.
«Il tuo meglio?» sogghignò lui. «Sei il medico, il tuo lavoro è guarire la gente, quindi guariscimi.»
Ricacciai in gola la risposta che mi stava nascendo sulle labbra. Discutere con lui non avrebbe aiutato nessuno dei due.
«Dev'essere un qualche tipo di veleno creato per la nostra specie, altrimenti saresti già guarito. Farò un tampone e controllerò, ma dovrei avere qualche asso nella manica per farti sentire meglio finché non troveremo l'antidoto o il tuo lupo non ti guarirà.»
Il suo lupo era forte. Più forte di qualsiasi altro avessi mai percepito. Lo sentivo premere contro la sua pelle, desideroso di uscire, e la cosa mi spaventava. Il che non aveva senso. Ero un lupo, e lo era anche lui. Eppure il suo mi terrorizzava.
«Fatto.» Inserii l'ago con il medicinale nella pelle del suo braccio e mi alzai. «Non c'è altro che possa fare oggi, ma farò analizzare il tampone dal laboratorio e riferirò i risultati a Ford o…»
«Da questa parte, prego.»
Mi voltai di scatto mentre una donna minuta entrava nella stanza, con gli occhi incollati al pavimento, come se avesse paura di guardare verso il letto.
Raccolsi le mie cose e seguii la donna più anziana fuori dalla stanza.
«Devo ricordarti che…»
«No. Non c'è bisogno che mi ricordi nulla. Sarò discreta.» Repressi l'impulso di alzare gli occhi al cielo.
Ma chi era questo tizio? Qualcuno di veramente importante o solo uno che si credeva tale? Era una domanda a cui, probabilmente, non avrei mai avuto risposta.
«Non parlo di discrezione. Ti sto dicendo di non farne parola con nessuno. Ti uccideranno, se lo fai.» Senza aggiungere altro, mi sbatté la porta in faccia, lasciandomi a fissare la casa a bocca aperta.
Uccidermi?
Ma chi diavolo era quella gente?
