Capitolo sette

Il punto di vista di Cassie

«Cathy.» Mi sfilai le scarpe e chiamai la vecchia Omega che mandava avanti la casa in cui ora vivevo.

Da sola.

Vivevo da sola in un’enorme villa tentacolare, piena delle cose più belle. Diamine, quel posto era così grande che ero sicura di non averne ancora visto tutte le stanze.

C’eravamo solo io e Cathy, la governante, anche se a lei non piaceva essere chiamata così, perché, ancora una volta, il mio nuovo marito non si era ancora fatto vedere.

Erano passati giorni e non si era nemmeno degnato di comparire.

Il che mi diceva tutto quello che c’era da sapere su di lui.

Avanzando a piedi nudi e doloranti per la casa, mi feci strada fino in cucina, dove sapevo che avrei trovato l’anziana signora.

Non potevo biasimarla per il fatto che passasse il suo tempo lì, comunque. Era la stanza più bella di tutta la casa. Piena di luce, grazie a una parete interamente finestrata, aperta per far entrare il sole del tardo pomeriggio e il profumo dei pini che circondavano i giardini e si inerpicavano sulle colline alle nostre spalle.

Sospirando di piacere, scivolai su uno degli sgabelli. «Scusa il ritardo. Spero di non aver rovinato la cena.» Chinandomi, cominciai a massaggiarmi le piante dei piedi, cercando di alleviare il dolore. «È stato un turno infernale, un ricovero dell’ultimo minuto per un incidente.» Feci una smorfia al ricordo. «Un brutto scontro d’auto.» Aggrottai le sopracciglia. «Erano tutti umani. Sono così fragili. Vorrei che si prendessero più cura di sé.»

Quelle immagini mi avrebbero perseguitata a lungo, ma aiutare le persone era uno dei motivi per cui ero diventata un medico.

«E poi sono andata a casa», continuai. Era strano, perché di solito non parlavo molto, ma Cathy mi piaceva e mi ascoltava sempre. Da quando ero arrivata, avevamo cenato insieme ogni sera. Fino a stasera, almeno. Ero in ritardo e non sapevo se avesse mangiato senza di me.

Lei alzò di scatto lo sguardo. Una ruga le comparve tra le sopracciglia mentre mi fissava.

«Intendo l’altra casa», mi affrettai a dire. «E sono rimasta lì seduta a piangere, perché non vivo più là. Vivo qui.» Feci un gesto intorno a me. «E qui è bellissimo, ma non è casa mia.»

Delle rughe profonde le comparvero intorno agli occhi, che si addolcirono. «Arriverai a considerarla casa tua.»

Alzai le spalle, a disagio. Ne dubitavo seriamente, ma non potevo dirlo ad alta voce. Lei era molto orgogliosa di quel posto e l’avrei ferita. Era l’ultima cosa che volevo.

«Comunque», dissi tutto d’un fiato, «poi sono finita nel traffico dell’ora di punta per tornare dall’altra parte della città, ho saltato la cena e mi dispiace tantissimo. So che avrai preparato qualcosa di delizioso e…»

Allungando una mano sopra l’isola di marmo, mi diede una pacca sulla mia. «Sei così infelice, Cassie.»

«Non è vero. Davvero», mentii.

«Sei una pessima bugiarda, Cassie!» ridacchiò lei. «Mi piacerebbe giocare a poker con te.»

Non potei farne a meno, sorrisi.

«Perché sei così infelice qui? A volte di notte ti sento piangere e proprio non capisco. Sei giovane, bella, hai un ottimo lavoro. So che la tua vita familiare non è il massimo, ma la vita è ciò che ne fai e, da quel che vedo io, potresti avere una vita fantastica.»

Girandole la mano nella mia, le strinsi le dita. «Hai ragione, Cathy. A volte mi dimentico di quanto sono fortunata.» Sorridendo, mi appoggiai di nuovo allo schienale dello sgabello. «Almeno siamo solo noi ragazze, eh?» scherzai. «Niente uomini. Credo che potrei abituarmi a questa cosa ed essere felice. Mi piace vivere con te.»

Un’espressione di panico le attraversò il viso. Un’espressione che non compresi, finché una voce profonda e tonante non rise. «Sembra che io non sia il benvenuto a casa mia. Che la mia presenza non sia necessaria.»

Voltandomi di scatto, mi ritrovai per la prima volta faccia a faccia con mio marito. Solo che, mi resi conto, non era la prima volta. Lo avevo già visto, a un ballo molti anni prima. Semplicemente non sapevo che fosse lui.

Mi stava fissando. Il suo viso era aperto e ostile. Seduto su una delle sedie nel patio, aveva davanti a sé un tavolo imbandito di cibo e un bicchiere di vino mezzo vuoto accanto al gomito.

Arrossii. Com’era possibile che non lo avessi percepito per niente, se adesso che potevo vederlo era tutto ciò che riuscivo a sentire? Il potere che emanava da lui era diverso da qualsiasi cosa avessi mai provato prima.

Nel profondo, la mia lupa interiore guaì flebilmente e il suono sfuggì dalle mie labbra umane, facendomi arrossire ancora di più.

«Mi dispiace, non mi ero resa conto che tu fossi…»

Fece un cenno verso la sedia di fronte a lui e io aggrottai la fronte. Cos’aveva la gente, ultimamente, a pretendere che mi sedessi di fronte?

«Che sarei tornato a casa mia? E perché no? Io vivo qui. Ora siediti. Abbiamo delle cose di cui discutere.»

Volevo ricordargli che non viveva affatto qui quando mi ci ero trasferita. Avevo controllato e non c’era nessun oggetto maschile, da nessuna parte. Solo le mie cose.

«Sì, Julian, non intendevo…» cominciai, ma la voce mi morì in gola quando lui picchiettò le dita su una pila di fogli ordinatamente stampati.

Lo stomaco mi si rivoltò. Sapevo cosa fossero.

«Ti prego…» iniziai a dire, ma mi fermai.

«Voglio che firmi queste carte, Cassie.» La sua voce era dura, ma i suoi occhi erano quasi dolci mentre vagavano sul mio viso e scendevano lungo il mio corpo. «Nessuno di noi due voleva questa unione. Diavolo, non sapevo nemmeno che aspetto avessi, almeno non prima.» Un piccolo sorriso gli increspò gli angoli della bocca. «Ma non posso restare sposato con un’estranea e so che per te è lo stesso. Quindi firma i documenti di annullamento e il contratto sarà invalidato.» Sorseggiò il vino, osservandomi da sopra l’orlo del bicchiere di cristallo. «Firma, e rendici entrambi liberi.»

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