Capitolo 4

Il punto di vista di Tessa

Forse il tempo stava finalmente sbiadendo la cicatrice. Sarebbe stato bello. Ero stanca di ricordare l'aggressione di Eva ogni volta che mi guardavo allo specchio.

Incrociai il mio stesso sguardo nel riflesso. Per un istante, i miei occhi sembrarono dorati, non verdi. Doveva essere stato un gioco di luce.

Lo sguardo scese più in basso e notai un'ombra sulla scollatura della mia camicia da notte. La scostai e vidi un livido netto e rotondo nel punto in cui il collo si univa alla spalla.

Mi ricordai della bocca di Leo sul mio collo. Era stato così piacevole. Il viso mi si accese al solo guardare quel segno.

Dovevo nasconderlo. Se qualcuno l'avesse visto, avrebbe capito subito come me l'ero procurato. Come l'avrei spiegato?

Ok, non c'era motivo di farsi prendere dal panico. Sapevo come nascondere un livido. Era solo quello, un piccolo livido.

La cosa strana era che non volevo nasconderlo. Volevo toccarlo e ricordare come fosse comparso. Ma non c'era tempo per quello.

Afferrai la mia trousse dei trucchi. La tenevo sempre ben fornita. Dovevo nascondere i segni quando Eva esagerava. Altrimenti la gente avrebbe fatto domande, e poi avrei dovuto vedermela con la Luna.

Annette odiava quando la gente mi notava. Non le importava che Eva mi picchiasse. Le importava solo che qualcuno potesse pensare che la sua preziosa figlia non fosse perfetta, se si fosse venuto a sapere.

Perciò ero piuttosto brava a nascondere ogni tipo di segno. I lividi sono violacei e rossastri, quindi applicai un po' di verde, un po' di giallo e li sfumai sulla pelle. Coprii il tutto con un velo di fondotinta e un tocco di cipria per uniformare la grana. Ecco, fatto.

Inclinai la testa a sinistra, a destra, in alto e in basso. La luce non rivelava nulla che non dovesse. Poi mi vestii e mi affrettai a iniziare la giornata.

Per prima cosa, preparai la colazione. Dovevo farne di più, perché Leo e suo fratello alloggiavano a casa nostra. Il resto del suo branco era accampato lì vicino.

Misi a friggere il bacon e lo stomaco mi si rivoltò. C'era qualcosa che non andava nella carne? Sollevai una striscia cruda. Sembrava a posto. Ma l'annusai e mi venne da vomitare.

Decisi di preparare delle salsicce. Il profumo mi fece venire l'acquolina in bocca e dovetti reprimere l'impulso di mangiare i pezzi ancora mezzi crudi. Perché avevo così tanta fame?

Beh, ero rimasta sveglia fino a tardi la sera prima. E forse avevo saltato la cena. Ero così impegnata a servire tutti gli altri. Quindi aveva senso che il mio stomaco si comportasse in modo strano.

Presi un po' di pane e burro e un pezzetto di salsiccia e mangiai prima che qualcuno se ne accorgesse. Mi sarei presa una bella sberla per aver mangiato prima di chi era superiore a me, ma se avessi vomitato non sarei riuscita a finire la colazione. Così mangiai in fretta, poi impiattati tutto per la famiglia e mi dileguai prima che arrivasse qualcuno.

Mi nascosi quasi tutto il tempo in lavanderia e uscii di soppiatto per spazzare i pavimenti. Pulii la sala dei banchetti mentre tutti erano impegnati altrove. Dovetti fermarmi più volte per riposare. Perché ero così stanca?

Passarono alcuni giorni. Dovetti guardare Eva fingere di adularlo e poi sgattaiolare via per incontrarsi con Zane. Era disgustoso. Leo meritava di meglio.

Eva non mi chiese più di sostituirla. A quanto pare Leo era troppo impegnato in riunioni con nostro padre. Dovevano definire i dettagli su come i due branchi avrebbero interagito.

L'Alfa Arthur voleva che il branco di Leo rimanesse, per difendere il nostro dai randagi rimasti. Leo voleva che il suo branco continuasse a spostarsi, perché anche altri branchi avevano bisogno di aiuto. Passavano lunghe ore a discutere, così Eva era libera di trascorrere il suo tempo con Zane.

Diventava sempre più difficile fare il mio lavoro. Ero sempre stanca. E avevo fame, ma la metà delle volte che provavo a mangiare, rimettevo tutto. Speravo di non stare male.

Se mi fossi ammalata, non avrei potuto lavorare. Nessuno si sarebbe preso la briga di prendersi cura di me e avrei dovuto superare la febbre da sola nella mia stanza. Peggio ancora, se non avessi potuto lavorare, non avrei potuto guadagnare le cure per mia madre. Non sapevo per quanto tempo Eva e Annette mi avrebbero concesso di assentarmi prima di tagliarle fuori.

Così andai avanti. Cercai di non farmi vedere per quanto possibile e mi nascosi quando avevo bisogno di una pausa. Provai a continuare a studiare, ma mi addormentavo sui libri prima di riuscire a leggere più di qualche riga.

Ero uno straccio. E ovviamente Eva si accorse che lavoravo più lentamente del solito. Mi trovò mentre lavavo il pavimento della sala riunioni e diede un calcio al secchio pieno d'acqua saponata.

«Pulisci», ordinò.

Intendevo obbedire. Sapevo bene che non dovevo oppormi alla Figlia dell'Alfa. Così tenni gli occhi bassi sul pavimento e cercai uno straccio per asciugare l'acqua.

L'odore del detersivo mi colpì di colpo. Mi piegai in due e vomitai. Meno male che c'era un secchio lì vicino.

Eva mi guardò svuotare lo stomaco. Se ne stava lì, a braccia conserte. Non sembrava arrabbiata, però. C'era una luce nei suoi occhi che non mi piaceva.

Appena ebbi finito, mi afferrò per un braccio e mi tirò su. Mi trascinò in bagno e tirò fuori una scatoletta dal suo cassetto. Sopra, in belle lettere lucide, c'era scritto Luna Blu. Era un test di gravidanza.

«Fallo», ordinò. «Subito».

«Non posso esserlo», protestai. Era successo solo una volta. «O sì?»

Eva fece spallucce. «Se sai cosa è meglio per te, ti conviene esserlo».

Uscì dal bagno sbattendo la porta. Feci un respiro profondo. Aprii la scatola e lessi le istruzioni. Era abbastanza semplice. Un po' disgustoso, ma semplice.

Seguii le istruzioni e lasciai il test in equilibrio sulla scatola. Mi fissai allo specchio mentre aspettavo, e aspettavo, i tre minuti prescritti. Non avrei mai immaginato che tre minuti potessero essere così lunghi.

Mi guardai il viso. Avevo un'aura luminosa? Portavo in grembo il cucciolo di Leo?

Il colore dei miei occhi era sbagliato? No, doveva essere solo la mia immaginazione.

Il timer che avevo impostato suonò, facendomi quasi prendere un colpo. Feci un respiro profondo, mi appoggiai al lavandino e presi il test.

C'erano due linee.

Lo posai. Chiusi gli occhi, contai fino a dieci e li riaprii. La mano mi tremava così forte che a malapena riuscii a riprenderlo.

C'erano ancora due linee.

Ero incinta.

Eva quasi buttò giù la porta. Mi strappò il test di mano. Io rimasi lì impalata mentre lei leggeva, preparandomi al peggio.

Voleva che avessi il cucciolo di Leo, lo sapevo. Ma Eva che irrompeva da una porta significava sempre botte. Perciò fu uno shock quando mi abbracciò.

«Finalmente ne hai fatta una giusta!» Eva sollevò il test. «Vieni».

Eva mi trascinò lungo il corridoio fino allo studio dell'Alfa Arthur, dove lui e Annette stavano aspettando.

«Ha funzionato. È incinta», dichiarò Eva, gettando il test positivo sulla scrivania.

Mi sarei aspettata altre domande. Tipo come facessi a essere incinta quando era Eva quella che doveva stare con Leo. Ma loro si limitarono a sorridere.

«Perfetto. Con un cucciolo come merce di scambio, quell'alfa patetico farà tutto quello che gli chiedo», disse nostro padre.

Non potevo crederci. Anche lui era parte del piano?

Certo, lasciava che Eva la passasse sempre liscia. L'aveva a malapena rimproverata per avermi sfregiato il viso. Ma questo non era troppo?

Mi sentii male mentre li ascoltavo tramare su come nascondere la mia gravidanza e fingere quella di Eva. E su come intendevano usarla per manipolare Leo.

Avrei voluto trovare Leo e dirgli tutto, ma non osai nemmeno fiatare per protestare.

«Possiamo contare su di te, vero Tessa?» chiese l'Alfa Arthur.

Trasali, ma tutto ciò che potei fare fu annuire.

«Brava ragazza», disse Annette.

Avrei voluto solo scappare. Ma solo Eva e Annette sapevano dov'era mia madre.

Un colpo alla porta interruppe le loro discussioni. Aprii con un inchino, recitando come sempre la parte della serva sottomessa.

Era uno dei guaritori del branco.

«Ho una notizia meravigliosa», disse il guaritore.

«Quale?» chiese Arthur.

«Ho appena visitato l'Alfa Leo», disse il guaritore. «Ha riacquistato la vista!»

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