Capitolo 1

Quando un piatto di sushi dall'aspetto incredibile mi fu fatto scivolare davanti, alzai lo sguardo con un sorriso distratto. Completamente assorta in un libro che prometteva di dare a chiunque il pollice verde, non mi ero accorta che qualcuno si fosse avvicinato. La barista non ricambiò il mio sorriso. Aveva l'espressione acida di chi ha passato troppo tempo a lavorare a contatto con il pubblico. Il trucco pesante che si era spalmata sul viso le dava l'aria di una vecchia frequentatrice di bar. La osservai mentre tornava impettita verso l'angolo del bancone, accanto alla finestra per le consegne. Pensando che nessuno la guardasse, si accese una sigaretta, soffiando il fumo fuori dalla finestra. Dopo tre tiri, la spense. Scossi la testa pensando a quello spreco di soldi e assaggiai uno dei roll ricoperti di riso che avevo nel piatto. Il tobiko rosso in cima lo rendeva molto colorato.

«Mmmh…» La deliziosa combinazione di tempura di gamberi, avocado e cetriolo era una tentazione per il palato. Mi guardai intorno, un po' in imbarazzo, per vedere se qualcuno avesse notato quel mio momento quasi orgasmico con la cena. Per fortuna, gli altri clienti del ristorante sushi/thailandese sembravano tutti concentrati sui propri piatti. Passai a un wonton ripieno di granchio e formaggio, mentre osservavo la gente nello specchio sopra il bancone. I miei occhi furono subito attratti dalla donna con gli occhi azzurri e delle vivaci ciocche rosse tra i capelli biondi. Indossava un maglione blu a trama larga sopra una canottiera di pizzo viola. Il medaglione rotondo con una pietra viola, che pendeva da una catenina d'argento, si abbinava alla canottiera. Caspita, ero proprio carina. Diedi un'occhiata al posto vuoto accanto a me. Di solito, mangiare da sola non mi pesava. Quella sera, però, la sala sembrava piena di coppiette felici. Erano passati quasi due anni da quando avevo rotto con il mio ultimo ragazzo. Stavo indiscutibilmente meglio senza di lui, ma ultimamente avevo iniziato a sentirmi sola. Ogni tanto pensavo di rimettere un piede nel mondo degli appuntamenti ma, a quanto pareva, quella piscina non veniva pulita da un pezzo. Tornando al mio libro, continuai a mangiare cercando di capire perché uccidessi tutte le mie piante.

«Vivienne!» mi chiamò un uomo dall'aria anziana, vestito con l'abito tradizionale di un maestro di sushi. Vedendomi alzare la mano, mi portò un sacchetto da asporto con degli involtini primavera. Conoscendomi bene, sapevo che avrei cercato uno spuntino di mezzanotte. Tanto valeva avere qualcosa di buono a portata di mano. Dopo aver pagato il conto, scesi i gradini fino alla mia auto a noleggio. La mia amica mi aveva detto che una vacanza mi avrebbe aiutata a uscire dal mio periodo no. Giurava che un viaggio a Helen, in Georgia, fosse proprio quello di cui avevo bisogno. A quanto pare, lì c'era il negozio di dolciumi più incredibile del mondo. Io avevo alzato gli occhi al cielo di fronte alla sua esagerazione, ma alla fine avevo prenotato una baita per le vacanze. Guidando per le strade tortuose, non potevo fare a meno di chiedermi perché ci fossero così tanti negozi di alcolici. Quanta gente beveva da queste parti?

Dieci minuti dopo, accostai davanti a una graziosa casetta di legno immersa nel bosco. Mentre mi fermavo sulla stradina di ghiaia, osservai la mia oasi temporanea. Un muretto di contenimento fatto di pietre grigie e arrotondate incorporava una scala, anch'essa in pietra. La metà inferiore dell'esterno era rivestita di tronchi di legno chiaro, tondi e lucidi, mentre quella superiore era coperta da scandole. Il tetto sporgeva, lasciando a vista delle splendide travi.

Sorridente, trascinai il mio trolley viola rigido oltre lo spazio esterno, aggirando il braciere incassato nel terreno e circondato da divani da giardino dall'aspetto comodo. Sul fianco della casa c'era una terrazza dal legno lucente, a cui si accedeva tramite una scala altrettanto scintillante. Vista la tettoia sopra la porta in cima alla scala di pietra, dedussi che quello fosse l'ingresso principale. Grata di aver viaggiato leggera, portai la valigia su per i gradini perfettamente livellati.

All'interno, il parquet lucido permise al trolley di scorrere liscio mentre io mi guardavo intorno a bocca aperta. Sulla parete di fronte alla porta, altro legno scintillante formava delle librerie a muro sormontate da intonaco bianco con finiture in legno scuro. Tra di esse, si ergeva un camino in pietra grigia che arrivava fino al soffitto. A sinistra, una parete interamente a vetri si affacciava sulla montagna. Lasciando lì la valigia, corsi a lanciare gridolini di meraviglia davanti al panorama. Era magnifico. Gli alberi erano coperti di rosso, marrone e arancione: le foglie avevano cambiato colore ma non erano ancora cadute. Il sole, svanendo dolcemente, scompariva dietro il fogliame color del fuoco. Rimasi a guardare finché anche i rosa e i viola del tramonto non si spensero.

Voltandomi dalla parete a vetri, notai la cucina, sistemata lungo il muro in fondo. Piani di lavoro in marmo poggiavano su mobili grigi. I pensili si trovavano solo sulla parete interna; quella esterna era una vetrata che andava dal piano di lavoro al soffitto. Al centro, c'era una grande isola, sempre con il ripiano in marmo. La mia attenzione, però, fu catturata dalla porta sul retro. Attraverso il vetro, potevo vedere la terrazza che avevo notato arrivando. Altri mobili dall'aria accogliente erano disposti vicino a un tavolo da esterno. L'unica altra porta conduceva a un bagno di servizio. Mi voltai e ispezionai la scala a chiocciola intagliata che si trovava tra la cucina e il salotto.

Era splendida. Il legno si curvava come se fosse stato modellato. Le colonnine incise riempivano lo spazio tra il corrimano e i gradini. Afferrando il trolley, lo portai con cautela su per quella sinuosa opera d'arte. In cima trovai la camera da letto. Era completamente aperta sul piano di sotto e affacciata sulla parete a vetri. Non vedevo l'ora di svegliarmi con la vista degli alberi dolcemente illuminati dal sole nascente. Ero anche sollevata che chiunque avesse costruito quel posto non volesse essere svegliato dall'alba e avesse messo la vetrata a ovest invece che a est.

Tornata di sotto, con il mio libro e una bevanda elaborata alla fragola che avevo trovato in frigo, mi rannicchiai su una chaise longue in terrazza. Circondata dalla fauna degli Appalachi e dai suoni ovattati del bosco, speravo di assorbire per davvero il dono di non uccidere ogni pianta che portavo a casa. Non importava quanto fosse resistente, io riuscivo a farla secca. Ogni volta che dicevo di aver preso una pianta nuova, la mia famiglia e i miei amici iniziavano a chiamarla "la mia ultima vittima".

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