Capitolo 3

Usando la torcia del telefono, capii come accendere la luce a soffitto. Niente di strano in camera da letto. Anche il bagno era a posto. Scendendo le scale, mi chiesi cosa avrei fatto se avessi trovato un intruso. Ero nuda, a parte le soffici pantofole a forma di Bigfoot che avevo ai piedi. Forse il mio corpo candido li avrebbe spaventati, oppure il riflesso della luce sulla mia pelle li avrebbe accecati. Ai piedi della scala, mi guardai intorno. Di nuovo, tutto sembrava esattamente come l'avevo lasciato. Controllai che le porte fossero tutte chiuse a chiave. Prima di andare a letto avevo già verificato le finestre, ma le ricontrollai comunque. La bocca secca mi spinse verso il frigorifero. Non avevo mai sentito parlare di quei succhi di frutta, ma in quel momento ne avevo una voglia matta. Quello che tirai fuori stavolta era all'ananas.

Non avevo ancora guardato l'etichetta. Erano prodotti artigianalmente e imbottigliati in una delle cantine vinicole lì vicino. Me ne sarei portata a casa sicuramente un paio di casse. Speravo facessero spedizioni. Mi fermai un istante davanti alla parete a vetri a guardare la luna alta nel cielo. Era piena. C'era luce a sufficienza per distinguere il profilo della linea degli alberi. Dato che in casa non sembrava esserci nulla di strano, dovetti supporre di essere stata svegliata da qualche animaletto. O forse dal mio stesso russare. Ridacchiando tra me e me, tornai di sopra.

Una volta di sopra, andai in bagno e poi mi rimisi a letto. Stavolta feci attenzione a mettere gli occhiali dove non sarebbero potuti cadere a terra tanto facilmente. Con il telecomando, spensi le applique. Mentre ero lì ad aspettare che il sonno mi cogliesse, gli occhi si abituarono e con la luce della luna riuscii a distinguere le forme nella stanza. Trasali quando, vagando, lo sguardo si posò di nuovo su un'ombra dalla sagoma umana vicino alla porta del bagno. Sul serio? Basta serie TV inquietanti per me. Sospirando, feci per girarmi dall'altra parte. Solo per scoprire che non riuscivo a muovermi.

Freneticamente, provai di nuovo a girarmi. Niente. Provai a mettermi a sedere. Ancora niente. Il telefono. Dovevo prendere il telefono. Ormai spaventata, cercai di raggiungere il cellulare. Le braccia non si muovevano. Il respiro si stava facendo affannoso. L'unica cosa che riuscivo a muovere erano gli occhi. Oh, Dio. Perché non riesco a muovermi?

Con la coda dell'occhio, la vidi. L'ombra si spostò dallo stipite della porta verso di me. Era una figura maschile, enorme e indefinita, con un cappello in testa. Non c'era abbastanza luce perché potessi vederla bene. Una volta raggiunto il letto, si fermò. A meno di trenta centimetri da me, e non riuscivo a distinguere nessun dettaglio. Solo il contorno. Il cuore mi batteva all'impazzata e il respiro era irregolare.

Le nocche di una mano maschile mi sfiorarono la mascella, dall'orecchio al mento. Il tocco era delicato. Persino intimo. Una risata roca e seducente riempì l'aria che odorava ancora di candela. «So di cosa hai bisogno, piccola gazzella.»

L'ombra tremolò. Ora riuscivo a vederne i dettagli. Era alto almeno un metro e novanta. Pelle scura, testa rasata, e indossava jeans che aderivano alle gambe muscolose. Una camicia sbottonata color viola scuro mostrava il petto scolpito. La luce della luna illuminò il suo splendido sorriso mentre si chinava verso di me. Provai a parlare, ma non mi uscì alcun suono. «Shhh. Sistemerò tutto io.»

Capitolo precedente
Capitolo successivo