Capitolo 1

Il punto di vista di Anila

«Anila!! Non osare dirmi che stai ancora dormendo!!!»

Spalancai gli occhi al suono della voce della mia matrigna, Claire. Stava diventando sempre più forte, il che significava che si stava avvicinando. Mi misi a sedere di scatto, con il cuore che batteva all'impazzata e il panico che mi divorava.

La porta della mia camera si spalancò e Claire apparve sulla soglia.

Aveva il respiro affannoso e un fuoco le ardeva negli occhi color ghiaccio. I suoi lunghi ricci biondi le ricadevano su una spalla. Se ne stava con le mani sui fianchi e le labbra perfette, dipinte di rosso, serrate in una linea sottile.

«Hai la minima idea di che ore siano?» domandò Claire con un tono basso e minaccioso.

Scossi la testa, deglutendo il nodo che mi si era formato in gola.

«Sono le dieci del mattino» sibilò tra i denti. «Conosci le regole, Anila. Nessuno può restare a letto dopo le nove.»

«La sveglia non è suonata» le dissi, torturandomi nervosamente le dita e tenendo lo sguardo fisso a terra. «Ieri notte sono tornata tardi dal lavoro e…»

«Questa non è una scusa. Devi finire tutte le faccende e andare a lavorare!» sibilò, quasi come un serpente, facendomi venire un brivido lungo la schiena. «Sbrigati!»

Detto questo, uscì dalla mia stanza, lasciandomi sola con i miei pensieri.

Una prigioniera.

È l'unico modo in cui posso descrivere la mia vita. Ero prigioniera nella casa in cui ero cresciuta. Ogni cosa che facevo e chiunque con cui parlavo doveva essere approvato da Claire. L'unica cosa che le importava davvero era fare soldi.

Mi trattava come una macchina da soldi in grado di sbrigare anche tutte le faccende domestiche. Per assicurarsi di tenermi sotto controllo, non mi lasciava il minimo tempo libero.

Scossi la testa, cacciando via quel pensiero mentre indossavo una camicetta e un paio di jeans. Mi legai i capelli in una coda bassa sulla nuca e inspirai profondamente.

Prima che Claire decidesse di urlarmi di nuovo contro, scesi al piano di sotto ed entrai in cucina. Proprio in quel momento, Gina, la mia sorellastra quindicenne, figlia di mio padre e Claire, entrò di corsa tenendo in mano una grossa busta gialla.

«Mamma! È arrivata un'altra lettera dall'università per Anila» disse Gina, porgendo la busta a Claire.

Rimasi impietrita, fissando la busta che Claire ora stringeva tra le mani.

«Non le darei troppe speranze, tesoro» disse Claire a Gina, posandole una mano sulla spalla. «Ricordi cos'è successo con le ultime tre università che hanno mandato lettere di rifiuto? Siamo a malapena riuscite a farla uscire dalla sua stanza.»

Aveva ragione. Era stato difficile accettare il fatto che le mie possibilità di andarmene da questa piccola città e ricominciare da capo si stessero esaurendo.

Andare all'università era la mia unica occasione di libertà. Claire aveva promesso a mio padre, sul letto di morte, che avrebbe permesso a entrambe, a me e a Gina, di frequentare l'università. A patto, ovviamente, che io fossi stata ammessa.

Pensavo che le buste grandi significassero che ero stata accettata, ma proprio come per le altre tre, non sembrava essere così.

Mi sentii male mentre Claire strappava la busta ed estraeva un foglio di carta. Mentre scorreva le parole sulla pagina, il suo viso rimase impassibile. Poi raddrizzò le spalle e si schiarì la gola.

«Un altro rifiuto» borbottò e, prima che potessi dire qualsiasi cosa, stava già strappando la lettera a metà; e poi la strappò ancora, e ancora. «Sei sempre una delusione per tuo padre.»

Ogni strappo della lettera era come uno schiaffo in faccia. Trasalii sentendo il rumore della carta che si lacerava, poi piccoli frammenti volarono in aria e atterrarono sul pavimento della cucina.

In un istante, il mio cuore andò in frantumi.

Gina si limitò a ridacchiare, concentrata sul suo telefono.

«Perché te ne stai lì impalata?» chiese Claire, inarcando un sopracciglio. «Hai delle faccende da sbrigare!»

Indicò con un dito la tabella delle faccende che aveva appeso alla parete della cucina; consisteva per lo più in cose che dovevo fare io. Ma Gina aveva uno spazio dedicato a pulire la sua stanza.

Mi imposi di muovere i piedi. Non volevo più restare in cucina con loro. Ero completamente paralizzata e scoraggiata. Quella lettera era la mia ultima possibilità di andarmene da questa città ed essere me stessa, non la persona che Claire voleva che fossi.

La consapevolezza che ero davvero bloccata lì, nella mia prigione, si fece strada dentro di me.

«Allora?» mi incalzò lei, esortandomi a parlare.

«Mi sono appena ricordata di aver detto al mio capo che oggi sarei andata al lavoro prima» mentii; in realtà, il mio capo mi aveva chiesto di prendermi il giorno libero. «Quindi, forse è meglio che vada.»

Serrò le labbra con decisione mentre mi studiava. Conoscevo bene Claire e sapevo che non si sarebbe lasciata sfuggire l'opportunità di farmi andare al lavoro a guadagnare soldi.

«Va bene» disse alla fine.

Mi rilassai un po'. Dovevo andarmene da lì.

Il pub non era lontano a piedi. Viviamo in una cittadina piccola, quindi tutto si trova a circa un miglio di distanza.

Mentre camminavo, notai che la città era più affollata del solito. Stavano allestendo degli stand per la selezione e sembrava che stessero preparando anche delle aree per dei giochi.

Che fosse una specie di fiera?

Non appena il pensiero mi affiorò alla mente, capii esattamente di cosa si trattava.

La Fiera di Reclutamento per l'Accademia Lunare.

Ogni anno, la squadra di reclutamento dell'Accademia Lunare viaggia per il mondo in cerca di studenti meritevoli. Gli studenti meritevoli sono esseri mitici e coloro che possiedono la magia.

Viviamo in un mondo in cui la magia esiste: lupi mannari, vampiri e altre creature camminano tra noi.

La squadra di reclutamento si staziona in determinate zone della regione, e chiunque sia interessato a sostenere le loro prove e a mettersi in gioco è libero di recarsi lì e tentare di entrare nella scuola.

Questo spiegava perché oggi in città ci fossero un sacco di facce sconosciute.

A me non era mai stato permesso di partecipare alla fiera, perché Claire diceva sempre che non ero abbastanza meritevole o speciale. Così, non mi ero mai preoccupata di provare i loro test e i loro giochi.

Mentre continuavo a camminare tra la folla di persone che attendevano con impazienza la loro occasione di impressionare la squadra di reclutamento, i miei occhi si posarono su qualcuno che se ne stava in lontananza, dietro a un lungo tavolo insieme a pochi altri.

Xaden Gresham. L'erede Alfa del branco di lupi mannari più grande del mondo.

Lo avrei riconosciuto ovunque.

Era alto e aveva muscoli da vendere, ben evidenti sotto la camicia a maniche corte che indossava. Per non parlare del fatto che era incredibilmente bello.

L'avevo già visto in TV. Insieme a suo fratello Zach Gresham, al più forte degli orsi mannari Harley Burlow e al mago più talentuoso Damian West, erano le future stelle più promettenti dell'Accademia Lunare.

Se in questo mondo tutti gli esseri magici sono dei privilegiati, loro erano quelli che avrei dovuto sentirmi onorata anche solo di vedere dal vivo; e invece ero lì, in mezzo alla piazza, a fissare il magnifico Xaden Gresham.

Come se sapesse che lo stavo guardando, gli occhi di Xaden incrociarono i miei. Mi si seccò la bocca e il cuore cominciò a battermi forte nel petto. Mi stava guardando come se mi riconoscesse, e io non riuscivo a distogliere lo sguardo.

Se era una persona così inavvicinabile, perché sentivo questa innegabile connessione?

Lui cominciò a camminare verso di me. Un profumo inebriante di agrumi e mora mi colpì le narici. Una stretta mi si formò nel petto.

Prima che potessi salutarlo nel modo più rispettoso possibile, si chinò, fermandosi a pochi centimetri da me. Per un istante, respirammo la stessa aria guardandoci negli occhi.

Poi, con mia totale sorpresa, colmò la distanza tra noi, premendo le sue labbra sulle mie.

Il bacio durò solo un attimo, prima che lui sussurrasse: «Compagna».

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