Capitolo 2
Il punto di vista di Anila
«Compagno?»
La mia voce uscì come un sussurro. Xaden, quell’incredibile Alpha licantropo, era in piedi di fronte a me e affondava i suoi occhi verde foresta nei miei, come se fossi una gemma preziosa.
«Ho atteso questo momento per un bel po’» disse, prendendomi la mano e portandosela alle labbra. «Come ti chiami?»
Il mio viso si scaldò all’istante al suo solo tocco.
«Anila Montgomery» sussurrai.
«Anila…» mormorò, assaporando il mio nome sulla lingua. Adorai il modo in cui suonava pronunciato dalla sua bocca. Poi i suoi occhi si strinsero e mi guardò come se mi avesse riconosciuta. «Montgomery?»
Annuii, non fidandomi della mia voce.
Aggrottò la fronte, poi si frugò in tasca ed estrasse un foglio di carta piegato. Lo aprì e lo esaminò per un istante prima di incrociare di nuovo il mio sguardo.
«Stamattina hai ricevuto una lettera che ti invita all’Accademia Lunare. Hai pensato di accettare?»
Rischiai di soffocarmi con la mia stessa saliva.
Non avevo visto nessuna lettera, a parte quella di ammissione al college. Anzi, a dire il vero non avevo visto neanche quella.
Mentre i miei pensieri cominciavano a correre all’impazzata, Xaden catturò il mio sguardo.
«Non l’hai ricevuta?» mi chiese.
Scossi la testa, sentendo la bocca secca.
Che Claire mi avesse mentito?
«Com’è possibile? Sono solo una ragazza umana…» domandai, continuando a scuotere la testa incredula.
«Non sei umana» mi disse. «Anche se vivi in questa città di umani. Chi sono i tuoi genitori?»
Ci pensai un attimo: mio padre era morto quando avevo sei anni, e mia madre quando ero ancora una neonata. Non ricordavo molto di nessuno dei due, ma sapevo che mio padre mi amava più di ogni altra cosa e voleva solo il meglio per me.
«Mio padre era umano al cento per cento» gli dissi.
Le sue sopracciglia si aggrottarono.
«Era?»
Distolsi lo sguardo dal suo e fissai il pavimento.
«È morto quando avevo sei anni» spiegai.
«Mi dispiace» disse, e da una punta di tristezza nella sua voce capii che era sincero. «E tua madre?»
Rimasi in silenzio per un momento; non volevo rovinare l’atmosfera, ma non volevo neanche mentirgli. Fissai il pavimento con aria impacciata.
«È morta quando ero una neonata. Non so nulla di lei» ammisi.
Mi mise le dita sotto il mento, sollevandomi la testa per costringermi a guardarlo negli occhi.
C’era qualcosa nel suo sguardo che non conoscevo, perché non l’avevo mai visto negli occhi di nessuno che mi avesse parlato prima. Ma sapevo cos’era.
Era comprensione.
«L’unico modo in cui potresti essere la mia compagna è se anche tu fossi una licantropa» spiegò. «E anche una forte, per essere stata ammessa d’ufficio all’accademia. Tua madre doveva essere speciale.»
Scossi la testa, e una risata amara mi sfuggì dalle labbra, cosa che sembrò sorprenderlo, perché inarcò un sopracciglio.
«Ho vissuto tutta la vita sentendomi inferiore. È impossibile che io sia una licantropa.»
Non era mia intenzione dirlo, ma non appena le parole mi uscirono di bocca, serrai le labbra e sentii il calore salirmi alle guance.
Aggrottò la fronte.
«Inferiore? Chi ti farebbe sentire inferiore?»
Aprii la bocca per rispondergli, perché volevo che sapesse tutto di me, senza mentirgli. Ma poi il pensiero di Claire che scopriva che stavo parlando male di lei mi invase la mente, soffocando le mie parole.
Rendendosi conto che non avrei detto altro, mi prese di nuovo le mani. Il suo pollice mi accarezzò dolcemente le nocche, inviando un'ondata di brividi in tutto il corpo. Era una reazione strana per me; avevo appena conosciuto quell'uomo e mi aveva già rubato il cuore.
Potevo davvero essere la sua compagna?
«Quando compi diciannove anni?» mi chiese, cogliendomi di sorpresa.
«Tra poco più di un mese» gli risposi.
«Quando compirai diciannove anni, riceverai il tuo lupo e avrai la tua prima trasformazione» mi spiegò. «Non ci resta molto tempo. Parti con me stanotte.»
«Partire per dove?» domandai in un sussurro.
«Per l'Accademia Lunare» rispose, allontanandosi da me.
Mi porse un altro foglio di carta che non mi ero accorta avesse in mano, e sgranai gli occhi quando lessi la prima riga.
Congratulazioni, sei stata invitata a frequentare l'Accademia Lunare nella Stardust Valley.
Continuai a leggere l'invito, trattenendo il respiro.
«È vero?» sussurrai, ancora incredula per la situazione.
«C'è un aereo privato che parte stanotte a mezzanotte» spiegò, facendo un passo indietro. «Verrò a prenderti e partiremo insieme.»
Lo fissai mentre continuava ad allontanarsi.
Mi vorticavano in testa circa un milione di domande, ma l'unica cosa che riuscii a chiedere fu: «Ti serve il mio indirizzo?».
Lui sorrise, e il suo sorriso era radioso.
«Seguirò il tuo odore, piccola compagna» disse, e poi mi fece l'occhiolino, mandandomi il cuore in subbuglio.
Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso e, quando si voltò per tornare dal gruppetto con cui era arrivato, non trovai la forza di muovere le gambe. Sapevo di dover portare quella lettera a Claire e dirle che sarei partita stanotte.
Sarei andata all'Accademia Lunare.
Quella lettera tra le mie mani era il mio biglietto per la libertà.
Riuscii finalmente a distogliere lo sguardo da Xaden, che ora era impegnato a parlare con altri. Mi precipitai in direzione di casa. L'entusiasmo mi riempiva il corpo, e ci volle tutta la mia volontà per non saltare e gridare di gioia.
Quando entrai in casa, Claire era seduta sul divano a fare zapping. Un'ondata di rabbia e tradimento mi travolse. Sapevo che era una persona orribile, ma nascondermi questa lettera di ammissione?
«Lo sapevi?» mi ritrovai a chiederle, fissandola dalla soglia.
Lei si voltò e strinse le labbra in una linea sottile.
«Perché non sei al lavoro?» chiese, socchiudendo gli occhi.
Le mostrai la lettera di ammissione.
«Sono stata ammessa all'Accademia Lunare. Lo sapevi?»
I suoi occhi si spalancarono mentre si alzava di scatto e si precipitava verso di me. Mi strappò il foglio dalle mani, quasi ferendomi.
Senza una parola, lo strappò a metà, facendomi trasalire. La mente mi riportò a quella mattina, quando aveva fatto a pezzi la lettera di ammissione.
«Era la stessa lettera che hai strappato stamattina... vero?» chiesi, mentre la consapevolezza si faceva strada in me.
Lei rise amaramente.
«Se pensi di andartene da qui, ti sbagli di grosso. Tu non andrai mai da nessuna parte» sibilò, con un fuoco che le ardeva negli occhi e che mi fece rabbrividire.
Le sue parole mi spezzarono il cuore.
Scossi la testa, facendo un passo verso la porta.
«Me ne vado e non tornerò più» dissi a denti stretti.
Feci per voltarmi, ma lei mi afferrò un braccio con una tale forza che emisi un gemito.
«Scordatelo.»
