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ALTHEA

Il mio mondo andò in frantumi davanti ai miei occhi mentre li guardavo insieme. La mia migliore amica, con il mio compagno. L'uomo di cui avrei dovuto fidarmi ciecamente, l'uomo che credevo fosse la mia felicità. Quello stesso uomo mi stava tradendo. La mia migliore amica era seduta sulle sue gambe, mentre scopavano. Le lacrime mi salirono agli occhi mentre li spiavo attraverso la fessura della porta.

Dopo tutte le sue promesse, gli avevo dato la mia completa fiducia. Gli avevo creduto. E lui mi stava tradendo nel suo ufficio, con lei. Era il suo compleanno. Avevo preparato un banchetto per lui. Ero solo uscita di casa per prendergli una torta. La torta cadde a terra quando spalancai la porta e feci irruzione nel suo ufficio.

«Oh, Dea!» sussurrò Callista, la mia migliore amica, colei a cui avevo salvato la vita dai randagi, mentre scendeva dalle gambe del mio compagno, cercando tra i vestiti sparsi per terra qualcosa con cui coprirsi.

«Davvero? "Dea"? È così che esordisci? "Dea". Dopo aver commesso adulterio con il mio compagno, invochi la Dea. Sono forse io il terzo incomodo? O eri così disperata da dover allargare le gambe per il mio compagno come una puttana?!» le urlai contro, furiosa.

«THEA?!» sentii il mio compagno gridare il mio nome. Prima che potessi voltarmi a guardarlo, uno schiaffo violento mi colpì in pieno viso. La testa mi scattò di lato, il collo prese a farmi male e caddi a terra. Sentii il sapore del sangue in bocca.

Mi rialzai, fulminandolo con lo sguardo. «Mi hai appena schiaffeggiata per lei? Sono io la tua compagna. Lei non dovrebbe significare niente per te» ringhiai, fissando Callista che si nascondeva dietro di lui. Non si era nemmeno preoccupato di rimettersi i boxer.

«Compagna! È questo il tuo vanto? Non sei altro che un'imbarazzante macchietta.» Le sue parole mi spezzarono il cuore.

«Sarei un'imbarazzante macchietta per te? Non la pensavi così ieri notte. Non la pensavi così prima» urlai, cercando di difendermi.

«Pensi davvero che sarei mai potuto essere felice con te? Non sei nessuno. Non hai niente. Non hai una buona istruzione, non hai un lupo e non potrai mai essere la donna Beta che questo branco merita.» La sua risposta mi trafisse il cuore.

«Eri tu a volere questo. Mi hai supplicato di marchiarti qualche anno fa. Non puoi cambiare idea quando ti pare e piace. Non puoi fare sempre come ti comoda» gli urlai di rimando. Volevo mettere le mani addosso a Callista per avermi tradita dopo tutto quello che avevo fatto per lei.

Alexander continuava a spingermi via da lei. «Mi dispiace, Althea. Non sono riuscita a controllarmi. Lo amo così tanto. Non ho mai voluto ferirti. È successo e basta. Non era mia intenzione.» Come sempre, si mise a piangere lacrime di coccodrillo.

Stavo vedendo il vero volto delle due persone di cui mi fidavo di più. Mi avevano tradita entrambi nel peggiore dei modi. «Non sembrava che lo amassi così tanto quando scopavi con Dylan e gli dicevi quanto poco virile fosse Alexander, brutta puttana falsa. Ti ammazzo» le urlai di nuovo contro, la rabbia mi stava facendo perdere il senno.

«Come ti permetti di insultarla, fottuta donna inutile e sterile?» Quelle parole mi distrussero l'anima in un modo che non avrei mai immaginato. Poi mi afferrò la nuca e mi sbatté la testa contro il suo tavolo di vetro. Caddi a terra, sprofondando nel vuoto.

Ero quasi al confine del territorio del branco. Respiravo a fatica, sbirciando da dietro i cespugli. Dovevo assicurarmi che nessuno mi stesse seguendo. Sapevo che se mi avessero presa, per me sarebbe stata la fine. L'Alpha era un mostro. E io non volevo più stare con lui.

Quando le guardie fecero per darsi il cambio, capii che era il mio momento di correre. Mi alzai e stavo per fuggire da quell'inferno per sempre, quando qualcuno mi afferrò per i capelli e mi sbatté a terra. «Te ne vai da qualche parte, Luna? L'Alpha è furioso.» Era il suo Beta.

«Ti prego, non riportarmi da lui. Non mi ucciderà, ma mi torturerà finché non implorerò la morte. E anche allora non mi darà quello che voglio» supplicai il Beta, terrorizzata all'idea di essere trascinata di nuovo alla baita dell'Alpha.

Ma lui era il Beta di quel mostro. Come avevo potuto anche solo immaginare che avrebbe avuto pietà di me? Fui riportata di peso alla baita, dove l'Alpha si stava schioccando le nocche. I suoi occhi erano scuri di rabbia. Venni consegnata all'Alpha come un sacco di patate.

L'Alpha mi trascinò dentro la baita, fino alla sua camera da letto. Quando alzai la testa, il ghigno sul suo volto mi fece quasi pisciare addosso. Ne sarei stata disgustata, ma ero molto più preoccupata per la mia incolumità. All'improvviso, si accovacciò proprio di fronte a me e mi afferrò un braccio.

«Volevi scappare da me? Hai osato commettere un errore simile?» mi ringhiò contro. Indossava di proposito una maschera che mi scuoteva l'anima dalla paura.

Cominciò a torcermi il braccio, lentamente ma in modo molto doloroso. Cercai di non emettere alcun suono, dato che odiava quando qualcuno piangeva davanti a lui. Li definiva deboli. «Alpha! Alpha, ti prego! Non farmi male. Ti prego, lasciami andare» lo implorai, ma lui non smise di torcermi il braccio.

Scoppiò in una risata fragorosa, una risata malvagia che mi fece contorcere lo stomaco dalla paura. Come tutti gli altri nella mia vita, anche lui si stava prendendo gioco di me. «Lasciarti andare! E così vorresti che ti lasciassi andare tanto facilmente. Se fai un errore, vieni punita» mi sussurrò all'orecchio. Le sue parole erano così crudeli che mi fecero venire i brividi lungo la schiena. Riuscivo a malapena a respirare dopo averlo sentito pronunciare la parola "punizione" con tanta noncuranza.

Con la mano libera gli afferrai un piede, sperando che la mia sottomissione lo risvegliasse da quella crisi. Aveva queste crisi in cui non riusciva a controllare la rabbia. E dato che io ero l'unica a non avere nessuno che mi difendesse, diventavo sempre io la vittima della sua furia. «Ti prego, Alpha. D'ora in poi mi comporterò bene. Non proverò più a scappare. Ti prego, non farlo. Mi stai facendo male» lo supplicai di nuovo. Ma non ebbe alcuna pietà.

Sapevo di essere il suo sacco da boxe personale. Me lo aveva fatto capire più di una volta da quando ero arrivata nel suo branco. Il mio corpo era coperto di lividi e tagli. Tutto ciò che avevo ricevuto da lui. «Ti avevo detto che non saresti mai potuta scappare. Faceva parte del nostro accordo. E tu hai deciso di disubbidirmi» mi sussurrò all'orecchio, per poi leccarmi il lobo.

Vidi il suo ghigno trasformarsi in qualcosa di contorto e malizioso. Urlai di dolore quando mi spezzò l'avambraccio. Mi ruppe l'osso proprio a metà, spaccandolo in due. «Se mi tradisci, farò della tua vita un fottuto inferno» ringhiò al mio orecchio, prima di spingermi a terra e andarsene.

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