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ALTHEA
Erano passati cinque anni. Cinque anni da quando l’amore della mia vita era partito per la capitale per completare il suo addestramento da alpha. Sarei dovuta andare con lui, in quanto genio del secolo – così mi chiamavano, da quando avevo superato il test dell’accademia reale. Sfortunatamente, la fortuna non era stata dalla mia parte. Nonostante avessi battuto il record del nostro amato re, mi fu ordinato di non mettere mai più piede nella capitale.
La vita era davvero ingiusta. Stupida e senza senso. Venivo punita per qualcosa che avevano fatto i miei genitori. I traditori erano loro, non io. Ma il branco era determinato a punirmi. O meglio, si stavano tutti approfittando di me. Mi avevano spogliato la casa, rubato tutto ciò che avevo. Tutto perché il Beta Calvin mi aveva ordinato di smontare le porte di casa mia. Nemmeno il mio sacrificio, e la cicatrice che portavo in volto, erano riusciti a fargli cambiare idea su di me.
Di loro non mi importava affatto. Quel giorno ero felicissima. Perché dopo cinque, lunghi anni, il mio amato stava tornando a casa. Dopo cinque anni di duro addestramento e un numero incalcolabile di ossa rotte, lividi e innumerevoli ferite nell'anima, ero finalmente in grado di assestare qualche colpo ad Alexander. L’Alpha Damon lo aveva scelto come mio istruttore perché Alexander era di fatto il migliore. E io non avevo mai detto nulla, neanche quando mi rompeva le ossa. Sapevo che quell’addestramento mi avrebbe almeno permesso di diventare una guerriera del branco.
Era sempre la stessa storia. Mi allenava solo perché erano ordini dell'Alpha. E come sempre, non si sforzava nemmeno di nascondere l’odio che provava per me. Non sapevo perché mi odiasse. Ero sua cugina. Eravamo famiglia, soprattutto da quando non era rimasto più nessuno, l’uno per l’altra. Non che la cosa mi ferisse ancora. A quell’odio mi ci ero abituata. Ero la figlia di due traditori.
A volte mi chiedevo se mia madre avesse avuto ragione su tutto. Il branco non aveva accettato nulla del mio sacrificio. Non vedevano come fossi rimasta indietro per subire tutto l’odio, rimanendo fedele al mio Alpha.
Ciò che mi faceva più male era il modo in cui la Luna mi aveva voltato le spalle. Per me era sempre stata una figura materna. E Callista voleva che andassi a vivere con lei. Ma la Luna era andata su tutte le furie e Callista aveva dovuto abbandonare l’idea. Cercavo di ignorare tutto, ma era doloroso. Nessuno mi permetteva di lavorare. Alla fine, fui costretta a fare la donna delle pulizie nei bagni di un bar solo per riuscire a sbarcare il lunario. Callista mi aiutava di tanto in tanto. Mi faceva fare i suoi compiti e in cambio mi pagava. Le ero grata di avere un’amica come lei.
Eravamo fuori, sul campo di addestramento. Alexander mi afferrò per il collo e mi sbatté a terra. «Posso tornare a casa prima, oggi?» gli chiesi finalmente la domanda che volevo fargli da quando ero arrivata.
«E perché mai? Non è che ci sia qualcuno ad aspettarti a casa.» Come sempre, Alexander mi provocò. Riaprì quella stessa ferita, sapendo bene quanto mi facesse male.
Espirai con un tremito e deglutii a fatica. A tutta quell’amarezza nella mia vita mi ci ero abituata. «Randy torna a casa oggi. L’Alpha mi ha chiesto di essere nel suo ufficio per poterlo incontrare. La Luna mi ha proibito di andarlo a prendere alla stazione.» risposi a bassa voce, senza mostrare quanto le sue parole mi avessero ferita.
Alexander mi lasciò il collo e si allontanò di qualche passo. «Va bene! Per oggi sei libera di andare. Ma domani ti aspetto alla stessa ora per un po’ di allenamento extra. Il mio lavoro non sarà finito finché non sarai in grado di affrontare almeno due licantropi insieme.» mi ringhiò contro, seccato, mentre si allontanava.
Annuendo, mi alzai. Tornai a casa. Feci una doccia veloce e uscii dal bagno. Ero in piedi davanti allo specchio, a fissare il mio riflesso. Come al solito, Alexander mi aveva dipinto il corpo di lividi blu, rosa, viola e rossi. «Devo nasconderli con la cipria che ho comprato. Non voglio che Randy veda questi brutti segni sul mio corpo.» dissi, parlando alla mia immagine nello specchio.
Mi vestii in fretta e nascosi tutti i lividi con il fondotinta in polvere. Mi truccai un po’ con i cosmetici che mi aveva lasciato mia madre. Misi solo un po’ di lucidalabbra e l’eyeliner. Mi fissavo allo specchio. La tristezza mi velò il viso mentre mi guardavo. «Come nascondo queste brutte cicatrici che ho in faccia?» mi chiesi, mentre le lacrime mi salivano agli occhi.
Il cuore mi batteva all’impazzata nel petto mentre mi dirigevo verso l’ufficio dell’Alpha. Avevo qualche busta in mano. Erano piene di regali che gli avevo comprato per i suoi compleanni. Non avevo potuto spedirglieli perché mi era stato proibito di mandare qualsiasi cosa alla capitale del regno. L’Alpha mi aveva detto di tenere tutto lì. E di darli a Orlando quando fosse tornato a casa.
Mi si bloccarono i piedi mentre mi avvicinavo all’ufficio dell’Alpha. Mi fermai contro il muro. Stringevo forte la busta con i suoi regali. «Figlio mio! Finalmente sei qui.» annunciò l’Alpha a gran voce. Il cuore mi perse qualche battito e un piccolo sorriso mi spuntò sul viso. L’amore della mia vita era tornato a casa.
