2. Trappola fatta da te!
Il punto di vista di Grace
Ancora non riesco a dimenticare la notte in cui la mia rovina bussò alla porta di casa.
Quel giorno ero felice perché avevo finalmente finito gli studi in ragioneria ed ero impaziente di entrare nel mondo del lavoro. Volevo imparare ed esplorare nuove opportunità.
Andai a casa per dirlo a mio padre. Non avevo idea se ne sarebbe stato felice o meno. Dopo la morte di mia madre, era diventato un uomo smarrito. Erano passati cinque anni e non aveva ancora superato il lutto. Avevo sempre cercato di capirlo e di dargli supporto emotivo, ma non aveva funzionato. Eppure non potevo abbandonarlo, perché mi aveva adottata quando avevo bisogno di una famiglia. Sì, sono stata adottata. Come potevo lasciarlo, proprio lui che mi aveva dato questa vita? Non potevo essere ingrata. È mio padre e gli voglio bene.
Ci eravamo trasferiti in Italia nella speranza che questo lo aiutasse a guarire, ma vedevo la sua salute peggiorare di giorno in giorno. Ambientarsi in un nuovo paese non era stato facile, ma l'avevo fatto per lui. Aveva dei cugini in Italia che ci avevano aiutato a sistemarci. Se solo avessi saputo, non avrei nemmeno preso in considerazione l'Italia, figuriamoci trasferirmici.
Quando arrivai a casa, lo vidi seduto sul divano con un'espressione seria. Sembrava spaventato, sudava e tremava.
«Papà, che è successo?» chiesi. La mia felicità era svanita da un pezzo vedendolo in quello stato.
«Grace, devi andartene…» disse all'improvviso. «Lascia questa casa… Vai da qualche parte, ovunque! E non tornare…»
Le sue parole mi spezzarono il cuore. Pensai che mi stesse abbandonando.
«Papà, non mi vuoi più bene?» domandai con la voce rotta.
Mi guardò con tristezza.
«No, tesoro… Ti voglio bene, più di me stesso, ma in questo momento sono in un grosso guaio. Non posso metterti in pericolo… Vattene, Grace.»
Avrei dovuto ascoltarlo, ma non lo feci, e fu l'errore più grande della mia vita.
«No, papà, non ti lascio… Come posso scappare proprio ora che sei in difficoltà? Sembri così spaventato, che sta succedendo?» provai a chiedere, ma all'improvviso la porta di casa si spalancò con un colpo secco.
Papà indietreggiò spaventato mentre alcuni uomini facevano irruzione. Sembravano scagnozzi.
«Rafael, è qui» gridò uno di loro, e un altro uomo entrò in casa come se ne fosse il padrone.
Rafael era un uomo alto ma piuttosto magro, con lunghi capelli neri che gli arrivavano alle spalle. Era decisamente il più attraente tra i suoi uomini.
«Non saresti dovuto scappare, Stuart. L'hai combinata davvero grossa…» lo schernì Rafael.
«Rafael, ho solo bisogno di qualche altro giorno… Ti restituirò tutto…» lo supplicò papà, mentre io li guardavo confusa.
«Mi dispiace, amico… Il capo ha ordinato di occuparci di te, ormai nessuno può salvarti» disse Rafael. «Devo ucciderti.»
«Mi scusi?» sussultai a quelle parole. «Chi siete e perché state minacciando mio padre in questo modo?» chiesi, smarrita.
Rafael mi guardò come se si fosse appena accorto di me e inarcò le folte sopracciglia nere. I suoi occhi si soffermarono su di me prima di parlare.
«Tesoro, tuo padre ha preso in prestito dei soldi da me e non ha intenzione di restituirli… Ed è per questo che sono qui per ucciderlo» disse, come se mi stesse parlando del tempo.
«Possiamo parlarne razionalmente, per favore?» lo pregai. Sembrava pericoloso, così decisi di procedere con cautela, ma in realtà mi stavo scavando la fossa da sola.
Rafael grugnì, infastidito.
«Siediti» ordinò, facendomi esitare. «Non fare la timida, siediti. È casa tua…» mi prese in giro, e i suoi uomini risero.
Mi sedetti accanto a mio padre, che sembrava terrorizzato.
«Quanti soldi le ha preso? Posso restituirglieli io.»
Dissi, e un'altra ondata di risate si diffuse per la casa.
Persino Rafael ridacchiò.
«Piccola, neanche se vendessi il tuo bel corpicino potresti ripagare questo debito...» affermò. «Tuo padre ha fatto un casino enorme... ha preso dei soldi con il dieci per cento di interesse e adesso mi deve un milione...»
A quelle parole, mi cadde letteralmente la mascella.
«Un milione?» ripetei, incredula.
«Papà, perché avevi bisogno di così tanti soldi? Che ci hai fatto?» domandai, ma in risposta ottenni solo uno sguardo colpevole.
«Gioco d'azzardo e droga... A quanto pare non sai che tuo padre è un rottame. È un tossicodipendente» disse Rafael.
«Papà, perché?» lo guardai, con il cuore a pezzi. Non riuscivo a capire cosa lo avesse spinto a prendere decisioni così estreme.
«Mi dispiace» mormorò lui. Avrei voluto urlargli contro, ma non era il momento giusto. Dovevo fare qualcosa per salvarci entrambi.
«La prego, signore, mi dia un po' di tempo. Le assicuro che la ripagherò» promisi, anche se non avevo la minima idea di come avrei fatto.
Rafael non mi credette.
«Non puoi» dichiarò con fermezza.
«In ogni caso, non otterrà niente uccidendoci. Allora perché non darci una possibilità? Ho appena finito gli studi, troverò presto un lavoro. Per favore, mi dia un po' di tempo» lo supplicai.
Rafael sospirò.
«Ragazza, perché non capisci? Con il dieci per cento di interesse non puoi ripagarlo così... continuerà ad aumentare... E io non sono il capo, eseguo solo i suoi ordini. Fidati, se il capo fosse qui, a quest'ora sareste già morti» mi rimproverò.
«Signore, la prego, so che mio padre ha commesso un errore, ma non sta bene... Per favore, mi dia una possibilità...» non ero pronta a perdere la speranza.
Rafael si massaggiò la fronte e guardò i suoi uomini. Uno di loro si fece avanti e gli sussurrò qualcosa all'orecchio.
«Sei una contabile?!» mi chiese, e io annuii.
«Bene, vediamo se si può fare qualcosa...» disse, porgendomi un biglietto da visita. «Vieni a questo indirizzo e cerca il signor Gomez... Se sei abbastanza fortunata, forse sopravviverai. Altrimenti, dovrò tornare io.»
«Grazie mille» gli sorrisi e lui mi guardò in modo strano. Un rossore evidente gli colorò le guance mentre distoglieva lo sguardo.
«Non te la meriti, Stuart... Le hai distrutto la vita» disse Rafael, guardando mio padre con odio prima di andarsene.
Dopo, provai a parlare con mio padre e lui si scusò per il suo comportamento. Non potevo farci niente. In qualche modo ero riuscita a salvarci entrambi per il momento, ma non potevo fare promesse sul futuro.
Quel giorno misi piede in un fango che macchiò tutta la mia vita. Per quanto mi sforzi, non riesco a lavarlo via.
Mi riscossi dai miei pensieri quando il taxi si fermò davanti a casa. Scesi e mi precipitai in bagno.
Aprii la doccia e iniziai a strofinarmi il corpo con furia, finché la pelle non divenne rossa. Non importa quanto ci provi, non riesco a liberarmi del suo tocco.
Lanciai la saponetta sul pavimento e urlai per sfogare la frustrazione. Mi accasciai a terra, distrutta. Mi sento una puttana, una che va a letto con uno sconosciuto per soldi. Mi sento sporca quando mi tocca senza amore. Sono solo un oggetto che soddisfa i suoi bisogni, che può usare quando e come vuole.
Non voglio tutto questo, eppure mi sento in colpa perché il suo tocco mi piace. È sbagliato. Ciò che mi fa sentire ancora più in colpa è che provo piacere, pur sapendo che è una cosa terribile. Mi sta divorando da dentro.
Forse sarebbe stato più facile se non provassi alcuna soddisfazione fisica.
Non avrei mai pensato che la vita mi avrebbe messo di fronte a cose del genere. Volevo solo una vita normale.
Spero solo che finisca presto. O sto forse sognando l'impossibile?
