7. Paura!

Il punto di vista dell'autore

«Stai comoda?»

Mi chiese Rafael e io annuii con un piccolo sorriso.

Ero seduta nella sua macchina con lui e altri due uomini, gli stessi che si trovavano in casa mia la prima volta che l'avevo incontrato. Non sapevo come si chiamassero, ma entrambi sembravano piuttosto legati a Rafael.

Rafael cercava sempre di fare conversazione con me, ma io non prendevo quasi mai l'iniziativa. Sapevo che mi aveva aiutata, ma in fin dei conti era un criminale e non volevo avere a che fare con nessuno della mafia.

Non sapevo che idea si fosse fatto di me; sapeva che andavo a letto con Dominick Moretti per soldi. Non credevo che avesse un gran giudizio nei miei confronti, e questo mi metteva a disagio con lui.

Ero in ufficio a lavorare, quando Gomez mi aveva detto che dovevo controllare delle altre transazioni finanziarie. Mi aveva ordinato di andare con Rafael, e così eccomi qui.

Almeno ero fuori dalla sua vista.

Rafael parcheggiò l'auto in un enorme spiazzo e scendemmo tutti. Solo a guardare il parcheggio, ebbi la sensazione che fosse un posto molto costoso.

«Vieni, Grace» disse Rafael e io lo seguii.

«Rafael, che posto è questo?» chiesi mentre cominciavamo a entrare.

«È un club BDSM… appartiene al Capo» rispose lui con nonchalance, mentre ci fermavamo davanti all'ascensore.

«BDSM?!»

Deglutii. Anche a lui piacevano quel genere di cose? Non aveva mai provato nulla del genere con me, a parte legarmi le mani, ma se l'avesse fatto? Oh, mio Dio!

«Sì, BDSM» disse Rafael, ed entrammo entrambi nell'ascensore. «Abbiamo il sospetto che il manager del club stia pasticciando con i profitti… Tutto quello che devi fare è controllare i rendiconti finanziari e fare le verifiche contabili… Siamo qui per un'ispezione» mi spiegò, e io annuii.

Mi sentivo molto a disagio in quel posto. Per fortuna ero lì solo per lavoro.

«Signorina, il suo abbigliamento…»

Il buttafuori mi sbarrò la strada con il suo braccio enorme, facendomi fermare di colpo.

«Tieni le mani a posto, se ci tieni alla vita…» lo avvertì Rafael, e quello si ritrasse immediatamente.

«Scusi, non sapevo fosse con lei» si scusò.

«Allora chiedi, idiota» sputò fuori Rafael.

Mi fece cenno di precederlo e così feci. Appena entrai nella sala, mi bloccai sul posto.

La stanza puzzava di sesso, ma non era quello il problema. C'erano tantissime donne nude. Aggrottai le sopracciglia quando vidi che portavano al collo dei grossi collari con delle catene. Alcune indossavano ancora della lingerie.

Trasaliì sentendo un urlo di dolore e guardai verso il palco, dove una donna nuda veniva frustata mentre tutti la osservavano come se fosse un film.

Avevo sentito parlare di BDSM, di relazioni sub-dom, ma era la prima volta che ne ero testimone.

Non spettava a me giudicare, ma continuavo a non capire perché qualcuno si sarebbe spogliato nudo davanti a un mucchio di gente solo per piacere.

Io lo facevo davanti a un solo uomo, e la vergogna e il senso di colpa mi stavano divorando da dentro. Come potevano loro?

Come si può trarre piacere dal dolore?

Sgranai gli occhi quando vidi un Dom usare un grosso dildo sulla sua sub e distolsi subito lo sguardo. Era terrificante da vedere, lei stava letteralmente diventando blu per via dei legacci.

Non riuscivo a sopportare le loro urla e i loro gemiti, mi spaventavano. Mi ricordavano la mia prima notte con lui. Ogni volta che ci pensavo, una morsa di dolore mi stringeva le viscere.

Sobbalzai quando qualcuno mi toccò una spalla.

«Stai bene, Grace?»

Era Rafael.

«Da questa parte» mi indicò.

Lo seguii in silenzio, cercando di ignorare tutto e tutti. Questo mondo oscuro non faceva per me, non riuscivo a gestirlo.

Speravo solo che lui non mi facesse una cosa del genere. Se riusciva a essere così rude nel sesso normale, mi avrebbe letteralmente uccisa con quelle pratiche dominanti.

Non volevo che mi frustasse in quel modo. Non volevo indossare un collare. Non volevo usare sex toys. Non con lui, almeno.

Entrammo nell'ufficio, che aveva una parete a specchio unidirezionale. Tutto il rumore svanì, ma potevamo ancora vedere la gente.

Quando entrammo, l'uomo di mezza età seduto nell'ufficio si alzò. Aveva i capelli biondo sporco e i baffi. Aveva il tipico aspetto italiano.

«Rafael… che piacere vederti.»

A causa del suo accento italiano, le sue parole erano difficili da capire.

Rafael si limitò a un sorrisetto e gli strinse la mano.

«E questa bella ragazza… Allora, alla fine ti sei trovato la nuova sottomessa, eh?»

Mi sorrise, mettendo in mostra i denti gialli.

Deglutii. Rafael è così autoritario! Non riesco a immaginarlo fare questo genere di cose con le ragazze.

«È carina… Niente di eccezionale, ma per te andrà bene» disse.

«Possiamo dividercela? È da un pezzo che non lo facciamo.»

Chiusi gli occhi, cercando di controllare la rabbia.

«Fai attenzione, Edwin… Lei appartiene al Capo» disse Rafael, ed Edwin si allontanò subito da me.

«Non l'ho toccata…» disse, alzando le mani. La paura era chiaramente visibile nei suoi occhi.

«Si accomodi, signorina… Cosa desidera da bere?»

Il suo tono era cambiato.

A volte mi chiedo con che velocità le persone cambino atteggiamento quando hanno a che fare con i ricchi. Mi avrebbe trattata peggio di una puttana se non fosse stato per il nome del Capo.

«Acqua» risposi.

«Si sieda, prego» disse educatamente. Lo ignorai e mi accomodai su un piccolo divano.

Rafael gli disse di mostrargli i registri finanziari e lui sbiancò.

«Rafael, siamo amici da tanto tempo… Sai che piccoli errori possono capitare. La prossima volta starò più attento. Per ora, lascia perdere.»

Edwin sorrise nervosamente.

«Il Capo lo sa… Dalle ogni singolo documento, subito… Lascia che controlli lei…» lo avvertì Rafael. «Forse avrà pietà di te…»

Edwin cominciò a sudare. Mi porse tutti i documenti con le mani che tremavano.

Bene! Non sono l'unica a tremare al solo sentir nominare il suo nome.

Iniziai a controllare tutto e giuro che quest'uomo è il più grande ladro che abbia mai incontrato. Sta rubando quasi la metà dei profitti.

«Rafael, fa’ qualcosa, non voglio morire» lo supplicò Edwin.

Rafael sospirò.

«Avresti dovuto pensarci prima di fare cazzate… Non posso farci niente. Ha la tua famiglia… Tua moglie è già morta… Tuo figlio ha già restituito tutti i soldi che gli hai rubato… Siamo qui solo per assicurarci che la cifra corrisponda… A quest'ora tuo figlio sarà già morto…»

Mi raggelai sul posto sentendo le parole di Rafael. So che sono dei criminali, ma non sono abituata a cose del genere.

Glielo stava dicendo come se parlasse del tempo, non della morte della sua famiglia.

Edwin andò nel panico. Sembrava più spaventato per sé stesso che addolorato per i suoi cari.

«Ucciderà anche me» balbettò.

Scattai in piedi quando lui afferrò la pistola dal tavolo e la puntò contro entrambi.

«Lasciami andare, Rafael… Posso ancora salvarmi… spostati» ordinò Edwin.

Rafael si muoveva con cautela.

«Edwin, non fare lo stupido… Lo conosci. Non puoi scappare» cercò di farlo ragionare.

«SPOSTATI!» urlò Edwin.

Rafael stava per fare qualcosa, ma all'improvviso la porta si aprì.

Non mi voltai, ma sapevo chi fosse. Il suo profumo riempì la stanza e, per quanto mi sforzi, non potrò mai dimenticare quell'odore. Si è impresso nella mia mente.

Girai lentamente la testa e sbirciai le sue scarpe. È lui! È qui.

Edwin si bloccò sul posto mentre lui gli si avvicinava.

Lui alzò una mano ed Edwin, in silenzio, gli consegnò la pistola.

Conosco questa paura, sento quello che sta provando Edwin in questo momento.

La sua sola presenza basta a far morire di paura una persona. Edwin si era arreso completamente.

Il suo silenzio è la sua arma più letale. Nessuno può prevedere la sua prossima mossa. È più pericoloso quando sta in silenzio.

Prese la pistola da Edwin e si voltò verso di me. Il cuore mi perse un battito quando mi tese la mano. Con un respiro tremante, gli misi in mano il foglio con i calcoli.

Diede un'occhiata alla cifra e io trasalii visibilmente quando sparò a Edwin in una rotula. L'urlo mi si bloccò in gola.

Il proiettile successivo lo colpì allo stomaco.

E urlai forte quando alla fine gli fece saltare le cervella. Mi tappai le orecchie sentendo il suo cranio che si spaccava.

Il panico mi salì alla testa e tutto divenne sfocato. L'ultima cosa che ricordo è di aver sbattuto la testa contro qualcosa di duro e, in qualche modo, so che non era il pavimento.

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