Capitolo 10

Quella singola tazza di caffè trascinò Julie a forza attraverso due ore di biologia. Ricordandosi che dopo c’era fisica, andò in bagno a buttarsi dell’acqua fredda in faccia. Tutto il dolore di quella giornata le piombò addosso. Chi sapeva come stavano le cose avrebbe detto che stava seguendo le lezioni; chi non lo sapeva avrebbe pensato che la stessero torturando in un sito nero della CIA.

Julie Carven, oh, Julie Carven. Il tuo secondo nome è Miseria.

Il momento più felice dell’intera giornata si rivelò essere la cena in mensa.

Si ricordò che, in quel periodo della sua vita precedente, aveva un appetito enorme. Divorò una ciotola gigantesca e a buon mercato di insalata e carne, poi trascinò Tania al negozio del campus per comprare degli snack. Tania si lasciò trascinare dall’entusiasmo e prese due pacchi di ramen secco.

Oggi il tempo era bellissimo. Il corridoio fuori dall’aula era completamente dorato dalla luce morbida e color miele del tramonto. La natura era davvero la più grande artista; lo spettacolo era di una bellezza mozzafiato.

Warren stava aiutando il rappresentante di classe a riportare dall’ufficio insegnanti l’ultima pila di compiti corretti. Mentre percorreva il lungo corridoio, vide una ragazza appoggiata con noncuranza alla ringhiera. La posa lasciava scoperto un lembo del suo fianco pallido e sottile. Aveva il mento appoggiato sulle braccia e guardava il cielo; il tramonto cremisi le illuminava un lato del viso.

Lui distolse lo sguardo in silenzio, aggiustò la presa sulla grossa catasta di fogli e rientrò in aula per appoggiarla sulla cattedra.

In serata, la temperatura era finalmente scesa di qualche grado.

Dalle finestre dell’edificio scolastico filtrava la luce. Le risate e il chiasso degli studenti riecheggiavano nei corridoi, mescolandosi alle canzoni pop trasmesse dall’altoparlante del campus. L’ora emo di Julie era finita. Si rimise seduta al banco, il viso tra le mani, un’espressione mortalmente seria, come se stesse meditando sul destino dell’universo.

Il suo sguardo vagò senza meta.

Pochi secondi dopo scattò di nuovo, fermandosi sulle spalle larghe di Warren. Giusto. Gli doveva ancora sei dollari.

Frugò in tasca e tirò fuori una banconota da cinque, stropicciata, che spianò con decisione sul banco; poi pescò una moneta da un dollaro dall’astuccio.

Si alzò, fece due passi, poi si bloccò e tornò indietro. Infilando la mano in fondo al vano sotto il banco, le dita sfiorarono la sua scorta di snack.

«Warren!»

Warren aveva la testa china, completamente concentrato su un gioco di corse sul cellulare. La chiamata improvvisa lo fece sobbalzare e il pollice gli scivolò. Sbagliò la derapata. Lentamente alzò lo sguardo. Siccome lui era seduto e Julie in piedi, dal suo punto di vista lei era tutta in controluce, ritagliata dalle luci al neon dell’aula.

«I soldi del caffè.»

Julie assunse praticamente la stessa postura professionale che riservava alla consegna di documenti importanti ai dirigenti. Posò con cura i sei dollari sul suo banco.

Warren annuì, dicendo con noncuranza: «Va bene.»

Abbassò gli occhi, deciso a salvare la gara prima che la macchina finisse completamente fuori pista. Non si accorse nemmeno di quando Julie se ne andò. Ma quando suonò la campanella di avviso e lui, da bravo, uscì dal gioco, abbassò lo sguardo.

Perfettamente appoggiata sopra la banconota da cinque stropicciata c’era una barretta di Kit Kat.

«...»

Istintivamente, Warren girò la testa a guardare Julie.

In quel momento stava chiacchierando con Beth Meier, ridendo così forte da piegarsi completamente sul banco.

«E quello da dove salta fuori?»

Oggi Gary era di turno per le pulizie. Lui e un altro ragazzo avevano portato fuori la spazzatura e Gary si era lavato le mani non meno di cinque volte, tornando con un’espressione cupa. Ma quando vide il Kit Kat sulla cattedra di Warren, parve sinceramente sorpreso.

In classe chiedevano spesso favori a Warren — aiuto con i compiti, far passare messaggi — e quelli più furbi di solito gli compravano da bere o uno snack come tangente. Ma lui quasi non accettava mai. Chiunque lo conoscesse anche solo vagamente sapeva che non gli piacevano i dolci né il cibo spazzatura.

Warren non rispose. Si limitò a dire: «Se lo vuoi, prendilo.»

Gary rifiutò all’istante. «È letteralmente la cosa che odio di più al mondo.»

Non fecero in tempo a dire altro che l’insegnante entrò. Nel giro di pochi istanti l’aula piombò in un silenzio assoluto. Il posto di Warren era piuttosto in vista, e la sua cattedra impeccabilmente ordinata faceva risaltare ancora di più l’involucro rosso acceso del Kit Kat. Prima che l’insegnante potesse voltarsi a guardare, lui afferrò la barretta e se la infilò con un gesto brusco nella tasca dei pantaloni della tuta; sul suo volto passò per un attimo un lampo di frustrazione impotente.

Restituirono i compiti in classe. Julie scrisse il proprio nome in alto e poi il cervello le andò completamente in tilt.

Lesse le domande una per una. Se qualcuno in quel momento avesse potuto sentire i suoi pensieri, avrebbe udito solo un ululato puro, incontaminato: che razza di sofferenza umana è questa?!

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Questo tipo di verifica a sorpresa si basava interamente sull’onestà degli studenti — libro aperto, libro chiuso, decidevi tu. Ma Julie non era onesta. Continuava a sfogliare il manuale sotto il banco, così in ansia che per sbaglio si strappò del tutto l’elastico dai capelli. Alla fine della prima sessione serale di studio, si trascinò fuori dall’aula con le gambe molli, diretta in bagno.

Sperava disperatamente che nessuno le stesse badando, altrimenti avrebbero davvero pensato che avesse un problema di controllo della vescica. Chi è che va in bagno a ogni singola ora come se timbrasse il cartellino?

Dopo il calare del buio, il corridoio che portava ai bagni era silenzioso. Non c’erano aule su nessuno dei due lati e l’illuminazione era fioca. Fece qualche passo e sentì una voce maschile familiare. Si rese improvvisamente conto che il ragazzo che camminava pochi metri davanti a lei era il suo futuro capo, Warren Gale.

«Che storia è quella di Mr. Jenkins?» risuonò dal vano scale una voce maschile che rideva. «Ha stampato il compito sbagliato? Le domande erano troppo facili. Che noia. Una perdita di tempo totale.»

Julie: «?»

Neanche Warren sembrava particolarmente entusiasta, ma rispose: «Probabilmente sa che non siamo ancora del tutto sul pezzo.»

Julie: «??»

Ah ah ah.

Vi ammazzo. Vi ammazzo a mani nude.

«Che c’è?» chiese l’amico.

Warren aveva una mano infilata in tasca. Le dita gli sfiorarono l’involucro del Kit Kat. Le spalle gli si irrigidirono per una frazione di secondo. «Niente.»

Al massimo, era solo un po’ curioso. Quanto enorme doveva essere il favore che lei stava per chiedergli?

Voleva saltare lo studio del mattino? O farsi esonerare dalla sessione serale?

Era l’ultimo anno. Se doveva chiedere un permesso, stavolta le serviva una scusa decente, non come prima, quando gli si piazzava davanti con le guance perfettamente rosate e in salute e diceva: «Non mi sento bene.»

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