Capitolo 11

Mentre l’insegnante, in cattedra, ripassava le risposte del compito, Julie poté solo ringraziare qualunque dio stesse ascoltando che si trattasse soltanto di un’interrogazione a sorpresa. Se fossero stati gli esami di metà trimestre, sarebbe finita ultima in classe.

Alle 22:10, finalmente suonò la campanella che segnava la fine dello studio serale.

Non era obbligatorio avere voglia di arrivare a scuola, ma se non avevi voglia di andartene avevi un serio problema psicologico. Ai tempi in cui faceva l’impiegata-schiava in azienda, anche se Warren Gale e gli altri dirigenti conservavano un briciolo di decenza umana pagando davvero gli straordinari, lei lo detestava lo stesso. La cultura aziendale era stata ottima — per lo più giovani che avevano visto attraverso l’illusione capitalista. Alle 17:30 tutti stavano già, in silenzio, infilando le cose nelle borse.

Ogni minuto in più passato in ufficio richiedeva un’ora di terapia per riprendersi.

La scuola non era diversa.

Perfino una studentessa modello come Tania Graf non voleva restare in quell’aula un secondo più del necessario. Si mise in spalla la borsa, afferrò Julie e, insieme, si strinsero nella calca, scivolando giù per le scale come pesci e scattando verso i dormitori come se ne andasse della loro vita.

Nei dormitori c’era un bagno in camera, ma era condiviso tra sei ragazze. Se arrivavi ultima, non andavi a letto prima delle undici passate!

Julie non si era nemmeno resa conto di quanto in fretta fosse ricaduta nella modalità studentessa. Non erano passate neppure ventiquattr’ore. Era ancora piena di lamentele, ma aveva già smesso di sognare di svegliarsi magicamente nel suo corpo di ventisette anni.

«Troppo lente!»

Piombarono nella stanza del dormitorio e trovarono la porta del bagno ben chiusa. Julie si portò una mano al petto, sconfitta senza appello.

Tania svitò il tappo della borraccia, ansimando mentre beveva un sorso. «È sicuramente Lara.»

Se era Lara Rohl, non restava che accettare la sconfitta. Quella ragazza si iscriveva ogni anno agli 800 metri femminili al meeting di atletica di primavera e tornava sempre con una medaglia.

Julie e Tania si riposarono un attimo, poi il corpo entrò automaticamente in modalità corsa contro il tempo. Si misero al lavandino del balconcino a lavarsi la faccia e a lavarsi i denti. Tania si bagnò con cura la frangia, massaggiandoci dentro una puntina di shampoo. Era questa la realtà delle liceali: lavarsi i capelli una volta per farli durare tutta la settimana e, quando diventavano grassi, lavare solo la frangia nel lavandino per guadagnare altri due giorni.

Lara non ci mise molto. Pochi minuti dopo spalancò la porta del bagno in una nuvola di vapore. «Dio, che caldo!»

Fare la doccia con quel tempo era indistinguibile dallo stare in sauna.

Tania, ancora intenta a sciacquare la frangia, borbottò: «Julie, vai tu per prima.»

«Ci penso io.» Julie afferrò il pigiama e si infilò dentro.

Sul balconcino, Lara stese ad asciugare la biancheria intima lavata. «Ma quando si rinfresca, esattamente? Io non ce la faccio più.»

Tania rise. «Probabilmente non prima di ottobre.»

Nel bagno angusto, Julie si mise sotto il soffione, lasciando che l’acqua calda le portasse via la stanchezza della giornata. La felicità aveva sempre bisogno della sofferenza come contrasto. Capiva finalmente perché gli adulti ripensavano all’ultimo anno di liceo con una nostalgia così intensa. Perché momenti come quello — l’odore del cibo scadente della mensa, le canzoni pop che rimbombavano dagli altoparlanti, la sensazione dell’acqua calda sui muscoli indolenziti — erano incredibilmente preziosi.

Più invecchi, più si alza la soglia della felicità.

A ventisette anni era stata felice, ma ci voleva qualcosa di enorme per farle provare ciò che sentiva in quel momento.

Sono così fortunata.

Il profumo del suo bagnoschiuma alla pesca era economico e stucchevolmente dolce, rispetto a quelli di marca che avrebbe usato dieci anni dopo, ma in quel bagno minuscolo e pieno di vapore le sembrò perfetto.

Ricordandosi che fuori c’erano ancora quattro ragazze ad aspettare, si sciacquò in fretta la schiuma di dosso, si asciugò e si infilò la camicia da notte.

Uscì, e Tania entrò. Lo scaldabagno non ebbe nemmeno un secondo di tregua.

Julie era seduta alla scrivania, si spalmava la crema sulle braccia e controllava distrattamente il telefono. Era un modello vecchio che sua madre le aveva passato: poca memoria, ma indistruttibile. Era caduto un’infinità di volte e non aveva neppure un graffio.

Per una viaggiatrice nel tempo del 2026, quel telefono non aveva alcun fascino.

Questo, finché non vide i messaggi non letti di Ryan Acker.

[Perché mi stai ignorando?]

[Vuoi i bignè? O quelli al cacao e biscotto?]

[Hai lasciato il telefono in dormitorio?]

[Mi manchi [Bacio]]

Le sopracciglia di Julie si contrassero in una smorfia tesa. «...»

Per poco non si era dimenticata di tutto quel casino. Giusto. Aveva di nuovo diciassette anni. A parte la montagna infinita di compiti e il suo capo appena “inaugurato”, il suo “passato” in quel momento era il suo “presente”.

Al secondo anno di liceo, lei e alcune amiche erano andate su una pista di go-kart, ed era lì che aveva conosciuto Ryan. Frequentava un altro liceo. Aveva la sua età, i voti erano del tutto nella media, però era alto, oggettivamente bello e sempre pronto a dare una mano. Lei aveva quasi centrato il suo kart, ma lui aveva sterzato appena in tempo.

All’inizio si era infuriato. Si era strappato via il casco e le era piombato addosso a passi pesanti.

Lei, terrorizzata, si era messa a scusarsi subito.

Ma nel momento in cui le aveva visto la faccia, si era bloccato. Era diventato paonazzo. «No, no, no, no! Colpa mia! Ero completamente cieco, non guardavo la pista!»

Dopo, aveva insistito a tutti i costi per offrirle un bubble tea “per farsi perdonare”. Una cosa aveva portato all’altra, e Julie si era ritrovata impigliata con lui fino al collo. Avevano passato tutto il semestre a girarsi intorno, sempre a un passo dal metterci un’etichetta. Nella sua vita precedente, avevano iniziato ufficialmente a stare insieme subito dopo il Gaokao.

Ryan la trattava bene, ma era soffocante, appiccicoso in modo insopportabile. All’università saltava spesso le sue lezioni per venire nel suo campus, ignorando le sue proteste finché non aveva rischiato di essere espulso per troppe assenze. Era costantemente paranoico che qualcuno gliela portasse via, le controllava di nascosto il telefono e praticamente voleva che cancellasse ogni singolo contatto maschile che aveva.

Una volta, una fotografa l’aveva contattata per un servizio. La fotografa era una ragazza, ma aveva un nome un po’ maschile. Senza chiedere, Ryan si era segnato il numero e le aveva scritto, avvertendo “lui” di stare lontano dalla sua ragazza e dandogli del rovinafamiglie da quattro soldi.

La fotografa era rimasta completamente interdetta. Aveva rintracciato Julie e le aveva mostrato i messaggi in privato. Julie era stata così imbarazzata e furiosa che per poco non le si era fuso il cervello.

Anche se fosse stato un ragazzo, certe cose non si fanno.

Avevano litigato. Avevano urlato. Lei aveva chiuso. Lui l’aveva implorata di tornare insieme più volte, ma lei non aveva mai ceduto e, alla fine, si erano spenti fino a diventare niente. Alcuni amori sono come gli snack in edizione limitata del minimarket: esistono solo dentro la bolla della scuola.

...E adesso?

Julie era assolutamente certa di non provare più nulla per Ryan Acker. Non avrebbe ripercorso quella stessa strada estenuante un’altra volta. Scorrendo la cronologia della chat, prese una decisione immediata e digitò una risposta:

[Ho le lezioni piene. Non ho tempo di guardare il telefono. Vediamoci sabato, se sei libero.]

In ogni caso, certe cose era meglio affrontarle faccia a faccia.

Ryan rispose all’istante: [Puoi rispondere al telefono?]

Julie si ricordò. Nella sua vita precedente, quello era il periodo in cui lui la teneva al telefono per ore, ogni singola sera. Le sue povere coinquiline l’avevano subita. Si ripromise mentalmente di comprare a tutte delle tartellette all’uovo quando sarebbe tornata in campus la domenica, come scusa.

Julie: [Spengono le luci. Vado a dormire. Ne parliamo sabato.]

La delusione di Ryan sembrava trasudare dallo schermo: [Va bene. Buonanotte [Luna]]

Quando la stanza si rinfrescò un po’, Julie salì sul letto a castello di sopra. Aprì l’app della sveglia, con il dito che esitava dolorosamente tra le 5:40 e le 5:45. Alla fine si consolò pensando che non si ingrassa per un solo boccone. Il ritmo è tutto. Piano e costante.

Impostò la sveglia alle 5:45.

Verso le undici, il bagno si zittì e le coinquiline si infilarono a letto. Nel buio, Julie ascoltò il loro chiacchiericcio sommesso. Qualche minuto dopo, le voci si spensero e tutte scivolarono nel sonno.

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