Capitolo 2
Sì, Warren Gale era il suo capo. Ma lo sarebbe stato dieci anni dopo.
Nella sua vita precedente, le rimpatriate del liceo erano rare e la sua classe di diploma si sentiva a malapena. Eppure, ancora prima di tornare a vivere a Bayview, le voci sul suo successo finivano sempre per raggiungerla. Aveva rifiutato le offerte di ammissione anticipata — a quanto pare, le scuole d’élite che lo volevano non erano le sue prime scelte — e aveva preso il massimo al SAT, come ci si aspettava. Due delle università più prestigiose della capitale lo avevano corteggiato con insistenza per i loro corsi di punta. Prima ancora di laurearsi, aveva cofondato una startup tecnologica con alcuni amici. Alla fine aveva riportato le sue attività a Bayview, aveva sfruttato un’ondata di incentivi fiscali locali e aveva fatto crescere l’azienda in modo aggressivo. Da un giorno all’altro, era diventato il nuovo, più intoccabile miliardario della tecnologia della città.
Quando Julie aveva inviato il curriculum la prima volta, non aveva prestato alcuna attenzione al nome dell’amministratore delegato. Solo dopo aver superato i colloqui e aver lavorato lì per qualche giorno, la consapevolezza l’aveva colpita in pieno: lavorava per un suo vecchio compagno di liceo.
Non che importasse. Lei era un’impiegata di basso livello; lui era il CEO. Le loro orbite non si incrociavano mai.
Nelle rare occasioni in cui si capitava insieme nella sala pausa, lui si limitava a rivolgerle un cenno freddo, indifferente.
La cosa ironica era che, in realtà, era stata proprio l’ultima persona che aveva visto prima della sua rinascita.
Si avvicinava la fine dell’anno fiscale e Julie aveva infilato una serie di turni serali massacranti. Sfinita, si era trascinata in ascensore verso le otto di sera. Warren era dentro per caso, diretto al parcheggio sotterraneo mentre lei sarebbe scesa nella hall. Lei aveva mormorato con educazione: «Buonasera, signor Gale». Lui aveva accennato un sorriso, in segno di risposta.
Se solo l’ascensore fosse stato un po’ più lento. Nel momento stesso in cui era uscita dall’edificio, ancora in cerca di fiato, era andata a sbattere dritta contro il suo ex fidanzato tossico, appostato fuori per implorarla di tornare con lui.
Le aveva afferrato il braccio, piagnucolando e strattonandola, ignorando del tutto le sue richieste di lasciarla andare.
Julie aveva provato a divincolarsi, barcollando all’indietro. Invece di finire sull’asfalto, era andata a schiantarsi contro un petto solido e ampio. Sorpresa, si era voltata di scatto e si era immobilizzata. Era il suo capo.
La mano grande di Warren le si era chiusa con decisione sulla spalla, tirandola fisicamente via dall’ex e mettendosi tra loro. La sua voce era stata bassa, attraversata da una calma pericolosa, mentre diceva al suo ex che lei era una sua dipendente e che, se non si fosse allontanato immediatamente, l’avrebbe fatto arrestare per molestie.
Il suo ex era sgattaiolato via come un topo. Julie, ancora tremante, lo aveva ringraziato in fretta.
L’espressione di Warren era rimasta piatta, indecifrabile. Le aveva detto soltanto di stare attenta. Dopo aver visto la sua elegante auto nera uscire dal vialetto, Julie era praticamente corsa a casa, si era fatta una doccia e aveva subito scritto a Tania — che all’epoca era incinta fino al collo — per spettegolare sull’incontro.
Tania era sempre stata una delle migliori studentesse e sapeva della vita privata di Warren molto più di quanto ne avesse mai saputo Julie.
[È davvero un bravo ragazzo,] le aveva risposto Tania. [Di sicuro è la persona di maggior successo della nostra classe, ma non si dà mai arie per questo.]
[Beato lui, vincitore nella vita,~] aveva scherzato Julie.
[Non del tutto. Ognuno ha i suoi pesi. Ho sentito da un’amica che i suoi genitori lo stanno pressando in modo assurdo con appuntamenti al buio per farlo sposare.]
Julie non aveva risposto. Da ingranaggio aziendale con a malapena un anno di esperienza alle spalle, sapeva bene che era meglio non spettegolare sulla vita privata del CEO, nemmeno con la sua migliore amica. Aveva cambiato argomento con naturalezza, dirottando la conversazione su qualche scandalo di celebrità a caso.
«Stai bene?» chiese di nuovo Warren, riportandola al presente.
Quella mattina era uscito di corsa dal dormitorio, in ritardo, e non si era nemmeno accorto che lei gli stava venendo incontro con la testa altrove, finché non si erano scontrati. Vedendo le sopracciglia di Julie aggrottate e quell’espressione stordita, muta, sul suo viso, aveva dato per scontato di averle fatto davvero male.
Tania scattò in avanti e le afferrò il braccio. «Julie, ti sei fatta male?»
«…Sto bene.» Julie si impose un respiro e si spremette un sorriso luminoso, che fece comparire le fossette appena accennate sulle guance. «Solo che non guardavo dove mettevo i piedi.»
«Sei sicura?» Gli occhi scuri di Warren si strinsero, studiandole il volto.
«Sicurissima!» sbottò Julie. A dire il vero, se lui avesse avuto addosso quegli occhiali eleganti dalla montatura argentata che portava da amministratore delegato, lei avrebbe perso del tutto la faccia. Ma in quel momento non era il suo capo intoccabile. Era soltanto Warren.
Warren non insistette. Controllò l’orologio, la mascella tesa. «Lo studio del mattino sta per cominciare. Vai in classe.»
Senza aggiungere altro, le passò accanto—stavolta assicurandosi con cura che tra le loro spalle ci fosse una distanza più che generosa—e si avviò in aula con passo lungo.
Julie stava ancora andando nel panico dentro di sé quando Tania la trascinò dalla porta sul retro. Le regole della Bayview High erano draconiane: a meno di un’importante esenzione medica, tutti gli studenti dell’ultimo anno erano obbligati a vivere nei dormitori. Lo studio del mattino iniziava alle 6:30 e quello serale finiva alle 22:10. Essere uno studente pendolare era praticamente una condanna a morte.
Alle 6:20 l’aula era quasi vuota.
Alle 6:30 in punto, tutte e passa le quaranta postazioni erano occupate da adolescenti sfiniti, con lo sguardo spento.
Julie non riusciva nemmeno a ricordarsi dove avrebbe dovuto sedersi. Passò in rassegna la stanza con gli occhi, finché riconobbe finalmente il volto della sua vecchia compagna di banco, e quasi si lasciò cadere sulla sedia, spingendo lo zaino pesante nel vano sotto il banco.
La compagna di banco, rischiando la rovina totale, succhiò con aggressività una scatoletta di latte con la cannuccia prima che arrivasse l’insegnante. «Hai finito la scheda di chimica avanzata? Fammi copiare.»
Bastò sentire la parola chimica perché a Julie venisse voglia di raggomitolarsi e morire.
Tirò fuori il libro dallo zaino e lo aprì. La vista le si oscurò all’istante.
Ti prego, Dio, fa’ che sia un incubo.
«Non lo so», sussurrò, con la voce che tremava. «Cercatelo da sola.»
La compagna di banco ghignò. «Non l’hai fatto, sicuro.»
Julie non sapeva come si sentissero gli altri quando, per magia, rinascevano nel proprio corpo da liceali, ma per lei era peggio che vedere un fantasma. Un fantasma non poteva costringerla a rifare i test d’ammissione.
Perché l’universo la stava punendo così?
Aveva vissuto una vita buona, onesta. Non meritava di attraversare per la seconda volta l’inferno delle domande per l’università!
«Lo odio», borbottò tra sé.
Lo studio del mattino era dedicato al ripasso individuale. Reprimendo un’ondata di nausea fisica, sfogliò i libri. La loro classe aveva praticamente finito tutto il programma del liceo entro la fine del penultimo anno. L’ultimo anno era riservato esclusivamente agli insegnanti che li trascinavano in un ripasso brutale, lungo un anno, di qualunque cosa avessero mai imparato.
Non farti prendere dal panico, si ripeté nella testa. Non farti prendere dal panico.
Ma davanti alle formule complesse sulla pagina, le sembrava che il cervello le si stesse sciogliendo. Come facevo a saperlo fare? Dieci anni di vita adulta le avevano completamente cancellato l’hard disk. Lei e quei libri erano perfetti estranei.
L’unico lato positivo era che quelle cose le aveva già studiate. Da qualche parte, sepolte nel cervello, c’erano le basi. Anche se si sentiva morire, alla fine della sessione di studio la nebbia nella sua testa si era diradata, anche solo di un soffio.
«Andiamo a mangiare!»
