Capitolo 3
Non appena suonò la campanella, l’aula esplose come durante un’evasione. Nel giro di sessanta secondi metà degli studenti era sparita. Tania si avvicinò con il portafoglio in mano. Julie aveva altri amici fuori da quella classe, ma passava la maggior parte del tempo appiccicata a Tania come un’ombra: andavano in bagno insieme, mangiavano insieme, sopravvivevano insieme.
Julie lasciò uscire un gemito soffocato, in segno di assenso.
Anche se il cielo le fosse crollato addosso, lei aveva comunque bisogno di fare colazione.
Le due si intrecciarono a braccetto e uscirono nel corridoio. Tania notò la postura completamente abbattuta di Julie. «Se ti senti così male, riposati in classe. Ti porto io qualcosa.»
«No, sto bene.»
Julie scosse la testa. Restare seduta in quell’aula soffocante a fissare i libri l’avrebbe fatta mancare d’aria. Lei aveva bisogno di respirare.
Alla Bayview High non c’erano regole rigide sulle divise, purché non indossassi qualcosa che facesse scattare l’intervento del preside disciplinare. Tania girò la testa per controllare Julie e rimase a fissarla. La fronte di Julie era liscia, i lineamenti netti e d’impatto. Con la luce del mattino che le colpiva la pelle, mettendo in risalto la lieve peluria color pesca sulle guance, Tania non poté fare a meno di sospirare. «Mi chiedo davvero che effetto faccia essere bella come te.»
Non era solo il viso. Julie sapeva vestirsi. Dieci anni dopo, la gente l’avrebbe chiamata “avere un grande stile personale”.
Anche con una semplice t-shirt e dei jeans, sembrava tutto naturale. Le sue sneakers erano immacolate, i lacci annodati in un modo particolare, studiato.
Julie rise, un suono leggero, arioso. «Io scambierei volentieri la mia faccia con il tuo cervello. Dai, scambiamoci il QI.»
Tania ridacchiò. «Non sei stupida. Studi solo nel modo sbagliato. Dovresti chiedere ai tuoi di prenderti un tutor privato per i weekend. Aiuta davvero, però dev’essere un vero genio. Mio zio l’estate scorsa ha assunto uno di Stanford University per fare ripetizioni a mio cugino, e i suoi voti sono schizzati alle stelle.»
«E dove dovrei trovarne uno così?» sospirò Julie.
In quel periodo il consiglio scolastico locale stava facendo una stretta pesante. Gli insegnanti delle scuole pubbliche erano troppo impegnati per seguire studenti privatamente, e se li beccavano a fare lezioni extra rischiavano il posto. E gli universitari? Quelli bravi avevano già i loro orari massacranti. I tutor di alto livello erano impossibili da prenotare.
Però non poteva limitarsi a tirare a campare. Se in classe fosse stata completamente persa, avrebbe supplicato i suoi di pagare un aiuto extra. Nella sua vita precedente non era una studentessa da tutti dieci, ma di certo non era un’idiota: alla Bayview High non ci entravi con voti scarsi. Il suo obiettivo minimo era rientrare esattamente nella stessa università che aveva frequentato nella vita passata. Era una questione d’orgoglio, per una viaggiatrice del tempo.
Le due chiacchieravano mentre camminavano, e per arrivare in mensa passarono proprio davanti ai campetti da basket all’aperto.
Mentre Julie stava ancora affogando nella disperazione scolastica, Tania guardò verso i campi con un’invidia totale. «Sinceramente, preferirei scambiare il cervello con Warren. Guardalo. Noi a malapena siamo sopravvissute a una sessione di studio, e lui ha ancora energia per giocare a basket.»
Di solito gli insegnanti consigliavano con garbo agli studenti dell’ultimo anno di smetterla con gli sport troppo aggressivi. Se si rompevano un braccio, il programma di studio andava completamente a rotoli. Visto che era solo settembre, gli insegnanti chiudevano un occhio, ma dal semestre successivo qualunque ragazzo sorpreso sul campo si sarebbe beccato una ramanzina velenosamente passivo-aggressiva dal coordinatore di classe.
Sentendo il nome di Warren, Julie alzò lo sguardo proprio mentre dal campo esplodeva un boato di tifo.
Era lì. Con una maglietta a maniche corte e una tuta grigio chiaro, Warren Gale infilò con grazia un tiro in sospensione. Era già alto, ma, rispetto all’uomo massiccio e imponente che sarebbe diventato dieci anni dopo, sembrava ancora un po’ asciutto, un po’ ragazzino.
La palla schioccò nella rete, poi rimbalzò pesante sull’asfalto.
Warren si stava solo scaldando. Si lasciò sfuggire una risata bassa, senza fiato, batté il cinque al compagno e i denti bianchi gli guizzarono in un sorriso raro, non sorvegliato.
Julie lo fissò, gli occhi che seguivano il movimento delle sue spalle.
Tania la trascinò via prima che si facesse beccare a fissarlo, tirandola verso la mensa. Ma quando Julie si sedette con la sua ciotola di pasta, un pensiero pericoloso, inebriante, cominciò a mettere radici nella sua mente.
Rinascere includeva un trucco?
Sì. Quei dieci anni di ricordi in più non l’avrebbero aiutata a passare chimica, ma, a differenza di tutti gli altri, lei poteva prevedere il futuro.
Per esempio, sapeva che Tania avrebbe preso un punteggio abbastanza alto da entrare in una Ivy League. Sapeva che lì avrebbe incontrato il suo futuro marito, che entrambi avrebbero ottenuto un master completamente finanziato e che si sarebbero sposati subito dopo la laurea. Se Julie fosse rinata anche solo qualche mese più tardi, avrebbe persino saputo il sesso del bambino di Tania.
E sapeva anche un’altra cosa.
Warren Gale sarebbe stato il suo futuro capo.
Dopo aver lavorato per lui un anno, di quell’uomo non aveva praticamente altro che elogi da fare. In una cultura aziendale tossica, trovare un datore di lavoro umano e generoso era più difficile che trovare un buon marito. La sua azienda garantiva i fine settimana liberi, pagava gli straordinari, offriva ottimi benefit e bonus natalizi enormi: niente tirchie feste aziendali con la pizza, solo contanti o costose gift card. I dipendenti avevano ferie annuali prolungate e lo stipendio aumentava con regolarità, ogni singolo anno.
Sapeva anche che i dipendenti che erano stati con Warren fin dai tempi della sua startup al college guadagnavano cifre da far venire l’acquolina in bocca, letteralmente.
In tutti quei romanzi sui viaggi nel tempo, il protagonista usava sempre le proprie conoscenze per dominare la borsa o diventare miliardario. Ma, guardando la sua fredda e dura realtà, Julie sapeva che avrebbe dovuto studiare come una matta solo per riuscire a rientrare nella sua università mediocre, di nuovo. Cercare di diventare una magnate degli affari era ridicolo.
Però se era destinata comunque a fare la schiava in ufficio… perché prendere la strada più lunga?
