Capitolo 5

Julie Carven stava davvero pregando qualunque dio le venisse in mente, ma era del tutto, tragicamente inutile.

Suonò la campanella stridula e l’insegnante di matematica marciò dentro l’aula. Aveva un grosso pacco di compiti in classe incastrato sotto il braccio e un thermos in mano. Il suo sguardo da falco passò in rassegna la classe di adolescenti sfiniti, accasciati sui banchi. «La lezione comincia adesso!»

«Buongiorno, professoressa», rispose la classe in coro, senza energia. Almeno metà dell’aula sembrava composta da morti viventi.

L’insegnante aveva assegnato una quantità brutale di prove d’esame, e quel giorno era dedicato esclusivamente a rivedere le risposte. Julie abbassò gli occhi sul foglio, poi li rialzò verso la lavagna, completamente nel pallone. Tanto valeva che stesse ascoltando latino antico. Il suo corpo, però, reagiva con un puro istinto animale di sopravvivenza: ogni volta che gli occhi della professoressa scandagliavano la sua zona dell’aula, la testa di Julie scattava giù all’istante, a fissare il banco.

Avrebbe voluto disperatamente seguire la spiegazione. Ma non aveva nemmeno elaborato il primo passaggio dell’equazione che l’insegnante era già passata al problema successivo.

Quarantacinque minuti di pura agonia.

Con il cuore che le sprofondava, Julie capì di aver sottovalutato la cosa in modo clamoroso. Nella sua vita aziendale, le riunioni interminabili erano una tortura, ma almeno poteva staccare la spina e perdersi a fantasticare. Lì, invece, doveva costringere il cervello ad assorbire attivamente informazioni.

Furono i quarantacinque minuti più lunghi di tutta la sua vita.

Quando finalmente suonò la campanella della fine dell’ora, parve un coro di angeli. Julie si rianimò all’istante, si piegò di lato e diede una gomitata alla compagna di banco. «Tu hai capito qualcosa?»

Beth Meier si stiracchiò pigramente, facendo scrocchiare le spalle. «Se avessi capito tutto quello, secondo te starei ancora seduta accanto a te?»

Julie si morse il labbro. Giusto.

L’insegnante coordinatore non gestiva mica un’opera di beneficenza. I posti erano stabiliti rigidamente in base ai risultati dei test. Gli studenti migliori non erano santi dal cuore tenero; a malapena avevano il tempo di reggere i propri carichi di lavoro spaventosi, figuriamoci mettersi a fare da tutor a quelli nella media. Per questo Julie e Beth finivano praticamente incollate ogni semestre, o fianco a fianco o una davanti all’altra.

Vedendo la faccia di Julie, amara come un limone pestato, Beth sogghignò. «Che ti prende? Hai intenzione di rigare dritto e diventare una secchiona?»

Julie avrebbe voluto maledire il cielo. Se proprio doveva rinascere, perché non poteva essere il giorno dopo gli esami SAT?!

«Vado a lavarmi la faccia», borbottò, alzandosi di scatto.

Non poteva fallire. Se avesse fatto un disastro completo agli SAT, i suoi genitori l’avrebbero letteralmente ammazzata, e lei non sarebbe riuscita a vivere nemmeno con quell’umiliazione. Da quel momento decise che si sarebbe lavata la faccia con acqua gelida dopo ogni singola lezione, per dare una scossa al sistema. Si concedeva esattamente un mese per riattivare il suo QI da liceale. Se non ci fosse riuscita, sarebbe morta lì.

Mentre Julie usciva dalla stanza a passo deciso, con un’espressione cupa e pesante, Dan Butler sbirciò da sopra la scrivania alle loro spalle. «Che cosa ha fatto scattare Julie?»

Beth scrollò le spalle. «Fatti i fatti tuoi.»

Fuori, nel corridoio affollato, Julie si fece strada verso il bagno. La stupiva sempre quante cose riuscissero a fare gli adolescenti in dieci minuti di cambio dell’ora. In mezzo agli studenti che ridevano e correvano, lei scivolava come un fantasma infelice.

Si fermò al lavandino, aprì l’acqua fredda e si spruzzò il viso, inzuppandosi anche i capelli sottili sulla fronte.

«Julie!»

Qualcuno si piazzò al lavandino accanto, chiamandola con autentica sorpresa.

Julie girò la testa, forzando un sorriso educato. «Oh, ehi. Che coincidenza.»

Era Erica Darshi. Al primo anno, prima che dividessero le classi, erano state nella stessa classe d’appello e avevano condiviso una stanza durante il ritiro di orientamento per le matricole. Erano state molto legate, ma dopo che Erica era passata al percorso AP di Scienze umane e Julie allo STEM, si erano naturalmente allontanate.

«Sei da sola?» chiese Erica.

«Mi sentivo solo un po’ soffocare,» sospirò Julie, asciugandosi il viso. «Avevo bisogno di acqua fredda.»

«Oggi fa un caldo assurdo,» si lamentò Erica, strofinandosi via l’inchiostro della penna dalle mani. «Non hai idea di quanto puzzino i ragazzi della mia classe. Io, giuro, devo mettermi il Vicks sotto il naso solo per riuscire a respirare senza avere conati!»

Vicks?

Gli istinti di sopravvivenza aziendale di Julie si accesero all’istante. «Ma ti tiene davvero sveglia?»

«Ti brucia le narici, però è un milione di volte meglio dell’odore del sudore dei ragazzini,» disse Erica, facendo finta di avere un conato. «Te lo giuro, secondo me non si fanno nemmeno la doccia. Che schifo.»

Julie rise. «Diglielo.»

«Loro dicono che è il loro “odore da uomo”,» ribatté Erica alzando gli occhi al cielo in modo teatrale.

Julie non riusciva a immedesimarsi. A lei erano sempre piaciuti i ragazzi che facevano sport, ma con lei erano sempre impeccabilmente puliti. Il suo gusto in fatto di uomini era incredibilmente specifico e del tutto incrollabile: alti, gambe lunghe, atletici e un po’ sempliciotti. Una volta sua cugina aveva riassunto senza pietà il suo tipo in due parole: idioti adorabili.

«Ci vediamo dopo, Julie!» Erica salutò con la mano, mentre le sue amiche la chiamavano.

Julie se lo annotò mentalmente. Non sapeva se il minimarket del campus vendesse il Vicks, ma di certo poteva chiedere in giro. Anche se non riusciva a capire l’insegnante di matematica, doveva costringersi a tenere gli occhi aperti e concentrarsi.

Fece il giro più lungo per tornare alla Terza, caricandosi per l’ora successiva.

E, così immersa nei propri pensieri, non si accorse dell’attenzione che attirava mentre passava davanti alle altre aule. Le gerarchie del liceo di solito erano rigidamente separate. Ai ragazzi dello STEM non importava chi fosse il primo in Scienze umane, e viceversa. Però una ragazza carina era una moneta spendibile ovunque.

«Chi è quella?» sussurrò un ragazzo appoggiato al muro, dando una gomitata all’amico.

«Terza C, credo?»

Il gruppetto di tipi annoiati cominciò a squadrare Julie senza pudore, con gli occhi che indugiavano sulle gambe e sulla curva morbida della vita. Uno di loro aprì bocca per fare un commento—

e all’istante si strozzò con il proprio respiro.

Tutto il gruppo si irrigidì quando una figura alta e imponente passò accanto a loro. Warren Gale rallentò appena, di una frazione. Non disse una parola. Non ce n’era bisogno. Si limitò a voltare la testa, e i suoi occhi scuri tagliarono i ragazzi con uno sguardo gelido, vuoto.

Era uno sguardo che aveva un peso reale, soffocante. Di solito gli adolescenti si mettevano subito sulla difensiva per un’occhiataccia, ma sotto lo sguardo di Warren ogni voglia di fare a botte si prosciugò del tutto.

«Che problema ha quello?» sibilò uno di loro, dopo che Warren si fu allontanato.

«Taci, quello è Warren della Terza C,» borbottò l’amico, ritrandosi.

Alcuni rappresentanti di classe erano ferocemente protettivi con i propri compagni. Sentire dei ragazzi di un’altra classe che oggettificavano apertamente una ragazza della sua aula aveva chiaramente superato il limite.

«Vabbè. Che stanno insieme o cosa?»

«Neanche per sogno...»

Gli studenti migliori erano i tesori più preziosi per gli insegnanti. Anche se avevano cotte segrete, la direzione avrebbe stroncato con decisione qualsiasi storia durante l’ultimo anno.

«E allora perché diavolo ci fissa così?» brontolò il primo, anche se aveva la faccia pallida. Si dispersero in fretta, prima che un insegnante li beccasse a bighellonare.

Tornata al suo banco, Julie non aveva la minima idea che il suo futuro capo avesse appena “giustiziato” in silenzio un gruppo di ragazzi per conto suo. Afferrò la penna e, con aria solenne, cominciò a scrivere un piano di sopravvivenza su un ritaglio di carta.

  1. Vicks (scrivere a mamma di comprarlo in farmacia, ritirarlo nel fine settimana).

  2. Caffè solubile e un thermos opaco.

  3. L’esercizio sveglia il cervello. Fare giri di corsa intorno alla pista ogni mattina o sera.

Era un piano brillante, infallibile.

Esattamente dieci minuti dopo l’inizio della seconda ora, stava già crollando dal sonno.

La sua compagna di banco, Beth, era una maestra nel fare più cose insieme. Sedeva con la fronte aggrottata, sembrava completamente assorta nella lezione dell’insegnante. Ma sotto il banco la sua matita volava su un foglio da disegno, e quel lieve fruscio—scrash, scrash—era sorprendentemente rassicurante.

Julie si sporse appena, gli occhi assonnati attratti dal foglio.

Nella sua vita precedente, Julie era rimasta in contatto con Beth, scrivendole a caso un paio di volte l’anno. Non ricordava che cosa avesse studiato Beth all’università, ma di certo non aveva nulla a che fare con l’arte. Dopo due anni di un lavoro aziendale miserabile, giusto per “tenere in vita i parametri vitali”, Beth era completamente scoppiata. Aveva mollato il lavoro, si era trasferita in una città economica e sperduta, ed era diventata un’artista a tempo pieno.

Nello specifico, un’artista che disegnava porno estremamente esplicito e incredibilmente popolare.

Beth non aveva mai rivelato quanto guadagnasse esattamente con le commissioni online, ma di certo era abbastanza da permetterle una vita molto comoda e lussuosa.

Julie si sporse a guardare meglio lo schizzo, e la ventisettenne che aveva dentro ansimò quasi. La differenza di altezza. Dio, sì.

Per il momento era solo un disegno grezzo, fatto di linee senza volto. Un ragazzo alto e dalle spalle larghe abbracciava da dietro una ragazza più piccola. Le sue mani forti le cingevano con decisione la vita, ingabbiandola del tutto, mentre il mento gli poggiava con innocenza sulla sommità della sua testa.

Chi non lo vorrebbe?

Beth si accorse che Julie la fissava. Si fermò con la matita e le lanciò di sbieco uno sguardo compiaciuto. «Non male, eh?» mimò in silenzio.

«Fantastico», sussurrò Julie in inglese.

Se Julie avesse avuto davvero diciassette anni, forse sarebbe arrossita. All’epoca era così ingenua che le bastava leggere in un romanzo una vaga descrizione di «increspature in un bicchiere d’acqua sul comodino» per nascondere la faccia nel cuscino.

Ma adesso? Se un romance non schiacciava l’acceleratore fino in fondo, non le interessava.

A dirla tutta, l’arte di Beth aveva plasmato completamente i gusti di Julie in fatto di uomini. Le piacevano i ragazzi con le spalle larghe e una corporatura forte, imponente, ma senza quell’aspetto eccessivamente gonfio da culturista. Ogni ragazzo con cui fosse mai uscita rientrava naturalmente in quello stampo preciso.

Beth sorrise, profondamente soddisfatta del massimo elogio che la sua migliore amica potesse farle.

Ma quello che Julie non sapeva era che ogni artista ha bisogno di una musa. Nel primo semestre del loro secondo anno, Beth era seduta sulle gradinate durante educazione fisica, in cerca d’ispirazione. Il suo sguardo si era agganciato a una ragazza con una coda di cavallo che rimbalzava, che buttava indietro la testa per guardare un ragazzo alto e indifferente.

«Warren, giuro che mi sento malissimo», si era lamentata la ragazza, sbattendo le ciglia. «Se corro gli ottocento metri, svengo sul serio.»

Il ragazzo l’aveva fissata dall’alto per un lungo, pesante istante, poi aveva fatto un unico cenno secco con la testa. Liberata dalla sua tortura, la ragazza era scattata via all’istante, dimenticandosi completamente di fingere di stare male, leggera come l’aria.

La matita di Beth aveva toccato subito la carta, catturando con aggressività la tensione grezza e l’enorme differenza di altezza tra loro.

«Però…» mormorò Julie, controllando con attenzione che l’insegnante di matematica stesse ancora scrivendo alla lavagna. Si chinò più vicino, abbassando la voce in un sussurro basso e cospiratorio. «Sii più audace. Non limitarti a fargli appoggiare il mento sulla sua testa. La posa è troppo rigida.»

Julie picchiettò sul foglio. «Fallo affondare con la faccia proprio nel suo collo.»

Fiato caldo che sfiora la pelle sensibile… sì, per favore.

Gli occhi di Beth si accesero all’istante di un fuoco scuro e creativo. «Cazzo, sì!»

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