Capitolo 7
Punto di vista di Elena
Dopo che ebbe riattaccato, rimasi seduta, pietrificata, per cinque minuti interi, a fissare il libro di testo senza vedere le parole. La mente mi girava su se stessa, cercando di dare un senso alla pressione che mi cresceva nel petto.
Devi andare. È una tua responsabilità.
Ma sotto, un’altra voce sussurrava: Perché? Perché devi rimediare ai suoi errori?
Alla fine, la ragione ebbe la meglio sul cuore.
Presi il telefono e chiamai un’auto.
Quando il cielo ebbe finito di scurirsi fino a diventare notte piena, l’auto si fermò davanti ai cancelli della tenuta. Le sbarre di ferro sembravano nere contro la neve, lo stemma della famiglia Vance brillava sotto le luci di sicurezza.
Pagai l’autista con le mani tremanti e scesi nel freddo.
Il maggiordomo rispose al mio squillo: occhi gentili e un’espressione preoccupata.
«Signorina Cross.» Aprì subito il cancello. «Grazie per essere venuta. Lady Vance la sta aspettando.» Esitò, poi aggiunse a voce più bassa: «È rimasto nella camera d’argento per quattro ore. È stato… difficile.»
Lo stomaco mi si strinse. «È ferito gravemente?»
«Non fisicamente.» Lo sguardo del servitore guizzò sul mio, con qualcosa d’illeggibile dentro. «Ma la lady è molto scossa. Sarà felice che lei sia qui.»
Mi condusse attraverso l’atrio d’ingresso: tutto marmo, lampadari di cristallo e ritratti dei Vance Alfa del passato in forma di lupo, denti scoperti, occhi che brillavano di potere. Quella casa era sempre sembrata più un museo che un’abitazione: fredda, grandiosa, completamente priva di calore.
Non come il posto di Caleb, sussurrò perfidamente la mia mente. Non come l’aria che sa di pino e le luci soffuse e una cucina che profuma di caffè.
Ricacciai giù quel pensiero.
Le porte del salotto erano spalancate. Dentro, un fuoco crepitava nell’enorme camino, eppure in qualche modo la stanza sembrava gelida. Nell’aria aleggiava un lieve sentore metallico — ioni d’argento, che risalivano dalle camere sotterranee. Il mio lupo indietreggiò d’istinto, inquieto.
Isabella sedeva sul bordo di un divano di velluto, le mani intrecciate con tanta forza che le nocche le erano diventate bianche. Alzò lo sguardo quando entrai, e il sollievo le inondò i lineamenti perfetti.
«Elena.» Si alzò in fretta, attraversò la stanza e mi prese le mani. «Oh, grazie a Dio. Lo sapevo che saresti venuta.»
«Dov’è?» chiesi piano.
«Ancora di sotto. Marcus è furioso. Non può uscire prima delle nove.» La bocca di Isabella si tese. «È inaccettabile, Elena. La Divisione di Sorveglianza ha dovuto insabbiare dei testimoni.»
«La Divisione ha dovuto cancellare la memoria a quasi venti persone,» continuò Isabella. «Venti testimoni, Elena. Solo il costo—» Si premette le dita alle tempie. «Ma più di tutto, l’umiliazione. Ormai lo sanno tutti nella leadership del branco. Dicono che è sconsiderato. Inadatto. Che non sa controllarsi.»
Si interruppe, scuotendo la testa. «Perché Damon si è trasformato?»
La bugia mi si formò sulla lingua prima ancora che potessi pensare. Memoria muscolare, anni di addestramento su come essere brava, come aiutare, come coprire gli errori di Damon.
Mi sentii dire: «È stata colpa mia. Mi stava proteggendo dalle molestie di altri rogue.»
Isabella lasciò uscire un lungo respiro, e vidi la tensione allentarsi appena sulle sue spalle. «Grazie a Dio. Almeno questo ha senso. Se stava proteggendo la sua futura compagna, è… è onorevole. Anche se avventato.»
Mi strinse le mani un’ultima volta, poi le lasciò, appoggiandosi allo schienale. «Ma Elena.» Il suo tono cambiò, affilato in un modo che non le avevo mai sentito. «Sono delusa.»
Sbatté le palpebre. «Cosa?»
«Non avresti dovuto essere in un posto del genere.» L’espressione di Isabella si era fatta severa, quasi fredda. «Il Neon Den è il ritrovo di canaglie e vagabondi. È pericoloso. Caotico. Di certo non adatto a qualcuno nella tua posizione.»
Mi si accesero le guance. «Mi dispiace, io—»
«Damon è… irruento,» proseguì Isabella, con voce tagliente. «Lo è sempre stato. L’ho assecondato, forse troppo. Ma speravo che tu avresti avuto su di lui un effetto stabilizzante. È anche per questo che è stato combinato questo accordo, Elena. Tu sei calma. Assennata. Obbediente.»
Quelle parole mi colpirono come uno schiaffo.
«Ho bisogno che tu lo aiuti a diventare l’Alpha che è destinato a essere,» disse. «Non che incoraggi la sua sconsideratezza seguendolo in locali sotterranei. È chiaro?»
Annuii in silenzio, con l’amarezza che mi si raccoglieva sulla lingua.
«Una futura Luna non prende parte alle sciocchezze del proprio compagno.» Lo sguardo di Isabella mi perforò. «Lo guida lontano da esse. È la sua coscienza, la sua ancora. Puoi farlo?»
«Sì,» sussurrai. «Mi dispiace.»
«Bene.» Si alzò di scatto, lisciandosi la gonna. «Vado a controllare Marcus. Tu aspetta qui Damon. Quando sale, per favore… prova a fargli entrare un po’ di buonsenso in testa.»
Uscì dalla stanza senza aggiungere altro, lasciandomi sola con il crepitio del fuoco e il lieve odore d’argento nell’aria.
Rimasi seduta in quell’enorme salone, con le unghie conficcate nei palmi finché non sentii il bruciore della pelle che si rompeva.
Avevo appena mentito. Di nuovo. Per lui.
E stavolta non era nemmeno per una sciocchezza. Stavolta avevo mentito su un’altra donna. Sul fatto di essere io il motivo, la scusa, quando la verità era che mi aveva abbandonata in mezzo a una bufera di neve mentre lui se ne andava in macchina con qualcun’altra.
Crede che io sia la sua futura compagna, pensai intontita. Si fida di me perché lo aggiusti. Per renderlo migliore.
Ma io non volevo aggiustarlo.
Non volevo niente di tutto questo.
Da qualche parte, più in basso, sentii il pesante stridio metallico della porta della camera d’argento che si apriva. Poi un suono che mi serrò lo stomaco: un gemito basso, soffocato, di dolore.
Passi sulle scale. Lenti. Irregolari.
La porta del salone si spalancò.
Entrò Damon, e mi si mozzò il respiro. La camicia era stropicciata e sbottonata a metà, i capelli dorati arruffati. Ma furono i polsi a inchiodarmi lo sguardo: ustioni rosso vivo li cerchiavano come marchi, la pelle vescicata e viva là dove i ceppi d’argento avevano toccato.
Mi vide e si fermò di colpo, un’autentica sorpresa che gli attraversò il volto.
«Elena?» Batté le palpebre. «Che ci fai qui?»
«Tua madre ha chiamato la mia,» dissi piano. «Stai bene?»
«Sto bene. Ormai ci sono abituato.»
«Dovrei andare,» dissi, dopo essermi assicurata che stesse bene, desiderando solo andarmene in fretta.
«Aspetta.» Colmò la distanza tra noi in tre passi rapidi. La sua mano si chiuse attorno al mio polso, trattenendomi.
Mi immobilizzai.
«Tu stai bene?» Nella sua voce c’era una premura arrivata in ritardo. «Ti ha trattata male?»
