Capitolo 1 Sull'orlo della disperazione
Punto di vista di Gen
«Mamma, voglio lo zucchero filato!»
Quella parola mi colpì come un pugno. Rimasi impietrita ai margini della giostra del luna park, a guardare il volto del mio bambino di cinque anni illuminarsi mentre chiamava un’altra donna «mamma».
Non me. Isla.
La segretaria di mio marito teneva Sebastian su uno dei cavalli dipinti, le braccia strette intorno a lui come se le appartenesse. Dominic era accanto a loro, la mano posata con fare possessivo sulla sua schiena. Sembravano una famiglia.
Una famiglia perfetta che non includeva me.
«Dominic!» Mi lanciai verso di loro, i tacchi che ticchettavano freneticamente sul selciato. Le dita mi si conficcarono nel suo braccio. «Che cos’è questa storia? Spiegamelo!»
Il sorriso di Sebastian svanì. Si strinse alle gambe di Isla, il faccino che si raggrinziva per la paura. «Papà, lei fa paura. Falle andare via.»
Il terreno mi si inclinò sotto i piedi.
«Non c’è niente da spiegare», disse Dominic, staccando la mia mano dal suo braccio come se fossi qualcosa di sgradevole. «Questa è la realtà, Genevieve. Dovresti andartene.»
Isla raccolse Sebastian tra le braccia, l’espressione perfettamente compassionevole. «Signora, per favore non spaventi nostro figlio.»
Nostro figlio.
Mi lasciai cadere in ginocchio davanti a Sebastian, protendendomi verso di lui con le mani tremanti. «Amore, sono io. Sono la tua mamma. Ti ricordi?»
«No!» Mi respinse le mani con una forza sorprendente. «Tu non sei la mia mamma! La mia mamma è Isla! Non ti voglio!»
La musica della giostra suonava allegra mentre il mio mondo finiva.
Ora, ore dopo, le luci della città di Oakhaven si confondevano in strisce d’oro e di bianco mentre barcollavo lungo la strada deserta. Le undici di notte. Le dita serrate intorno al collo di una bottiglia di vino vuota, la terza che avevo scolato da quando avevo lasciato quel parco.
Indossavo ancora il completo color crema che mi ero messa stamattina — quando pensavo ancora che oggi potesse essere diverso. Adesso il tessuto mi aderiva alla pelle, macchiato di vino e striato di fango da quando ero caduta fuori da quel bar, tre isolati più indietro.
I miei capelli castani mi pendevano sul viso in ciocche annodate. Quando incrociai il mio riflesso nella vetrina spenta di un negozio, a malapena riconobbi la donna che mi fissava. Quegli occhi viola profondi che Dominic diceva gli ricordassero il crepuscolo ora sembravano vuoti. Cavi.
Passai davanti alla Sterling Tower, la facciata di vetro protesa verso il cielo. Avevo camminato davanti a quell’edificio mille volte durante gli anni del college all’Oakhaven Institute of Technology, quando credevo che la mia laurea in finanza mi avrebbe cambiato la vita.
Sei anni fa avevo sposato Dominic per un accordo tra le nostre famiglie. Mi ero buttata ad aiutarlo a gestire la Whitmore Development Group, ristrutturando il loro portafoglio d’investimenti in perdita, assicurando partnership che nel giro di due anni triplicarono i ricavi.
Quello era il problema. Ero stata troppo brava.
Il consiglio d’amministrazione cominciò ad ascoltare me invece di lui. I clienti chiedevano di me per nome. E Dominic — Alfa, erede, l’uomo che avrebbe dovuto imporre rispetto — non riusciva a sopportare che sua moglie lo oscurasse.
Così mi tolse tutto. Mi strappò il ruolo. Disse a tutti che volevo concentrarmi sulla famiglia. Mi gettò da parte in un angolo dimenticato della tenuta mentre si prendeva il merito di ogni strategia che avevo costruito.
Avrei dovuto capirlo già allora.
Un cane randagio spelacchiato sbucò dal vicolo davanti a me, le costole in vista sotto il pelo infeltrito. Si fermò quando mi vide, il pelo del dorso irto. Poi cominciò ad abbaiare — suoni secchi e aggressivi che rimbombarono contro gli edifici.
Rimasi lì, barcollando appena, e fissai l’animale.
Persino un cane affamato mi stava rifiutando.
Qualcosa dentro di me si spezzò.
Scagliai la bottiglia di vino contro il marciapiede, vicino alle zampe del cane. Il vetro esplose sul cemento in una pioggia di schegge luccicanti. Il cane guaì e schizzò via, inghiottito di nuovo dal buio.
«Così si fa!» gli urlai dietro. «Scappa! Scappano tutti da me! Persino quei maledetti randagi!»
Sull’ultima parola la voce mi si ruppe. Le ginocchia mi cedettero e sbatterono sull’asfalto, con il vetro che scricchiolava sotto di me.
«Neanche loro mi vogliono», sussurrai alla strada deserta.
Rovesciai la testa all’indietro e urlai al cielo. Una coppia di passaggio affrettò il passo, e la donna mi lanciò occhiate impaurite voltandosi.
«Perché?!» gridai alla luna, grossa e piena sopra la città. «Perché mi hai fatto questo?!»
Non arrivò nessuna risposta.
Sentii il cambiamento montare dentro di me, quel richiamo primordiale che ogni lupo mannaro imparava a controllare. Ma io non volevo più controllo. Volevo correre.
Le ossa cominciarono a schioccare e a rimodellarsi. Il mio tailleur color crema si lacerò mentre il corpo si contorceva, la stoffa che si strappava via. La trasformazione fece più male di quanto avrebbe dovuto: la stavo combattendo e, nello stesso tempo, mi ci stavo arrendendo.
Quando finalmente mi ritrovai su quattro zampe, il mio riflesso in una pozzanghera mostrò un lupo magro, grigio-bruno, dal pelo spento e con occhi che contenevano troppa disperazione umana.
Corsi. Per le strade, oltre gli ultimi edifici ai margini della città, nella boscaglia brulla oltre la periferia. Le zampe battevano il terreno a ritmo con il cuore impazzito. La luna restava davanti a me come una promessa, e io la inseguivo senza pensare, correndo soltanto verso quella luce d’argento.
Non mi accorsi di quando il terreno cominciò a salire. Non registrai il rumore delle onde che si infrangevano laggiù. Il corpo stava cedendo, ma continuai a correre finché, all’improvviso, non ci fu più nessun posto dove correre.
Il bordo della scogliera mi apparve davanti. Inchiodai, scivolando, e i sassolini rotolarono oltre il ciglio, sparendo nel buio.
Senza volerlo tornai alla forma umana, troppo esausta per mantenere quella del lupo. Crollai nuda sulla pietra gelida, la pelle segnata da sottili crepe che stillavano sangue per via del cambiamento forzato.
«Non riesco a raggiungerti», sussurrai, con la voce roca. «Non ti raggiungerò mai. Non sarò mai abbastanza. Non sarò mai desiderata.»
«Quello era mio marito», dissi al cielo muto, la voce che si spezzava. «Mio figlio. Me li hai dati e poi hai permesso che me li portassero via.»
Le lacrime mi rigarono il viso. «Perché? Che cosa ho fatto per meritarmi questo?»
Le nuvole scivolarono davanti al volto della luna. Non arrivò nessuna risposta.
Risi, ma stavolta il suono era amaro. «Certo. Silenzio.»
Le gambe mi tremavano mentre mi rimettevo in piedi e mi avvicinavo al bordo. Il vento mi frustava i capelli sul viso, portando con sé l’odore salmastro dell’oceano sotto di me. Aprii le braccia.
«Genevieve», sussurrai. «Vuol dire “libera”, vero? Nata libera.»
Chiusi gli occhi e mi inclinai in avanti.
Il ruggito che squarciò la notte fu così forte, così colmo di rabbia, che per un istante credetti che la luna avesse finalmente risposto. Spalancai gli occhi mentre il corpo precipitava, il suolo che spariva sotto di me.
Poi lo sentii: pino e aria fredda di montagna, selvaggia e pulita.
Qualcosa di enorme e caldo mi afferrò a mezz’aria, i suoi artigli potenti che si conficcavano nella parete della scogliera per arrestare la nostra discesa mortale. Una voce — profonda, assoluta — mi piombò nella mente come un tuono.
«Non osare morire! Ti ordino di vivere!»
