Capitolo 1: Paige

La stanza sembra restringersi, pesante dell'odore di fumo stantio e del tanfo pungente della tensione. Sei uomini siedono attorno al lungo tavolo sfregiato, ognuno una molla pronta a scattare. Tre del Circolo Cremisi, tre dei Sangrientos, una delle gang che tiene in pugno la zona sud di Alderstone da che ho memoria.

E io, intrappolata nel mezzo, l'unica cosa che si frappone tra due bombe a orologeria.

Il capo dei Sangrientos, Raul Martinez, si sporge in avanti, la sua voce un ringhio basso e velenoso mentre sputa una sfilza di parole che conosco fin troppo bene. Vuole il sangue del Circolo Cremisi in cambio del suo ostaggio, un soldato del Circolo catturato. Ma vuole più di un semplice scambio alla pari. Vuole vendetta, un risarcimento, potere. Mentre parla, la mano gli scatta verso la pistola, una minaccia a malapena contenuta.

Di fronte a lui siede mio padre, il viso calmo, l'espressione dura come la pietra. Non si piega. Non lo fa mai. È per questo che siamo qui, in questo retrobottega soffocante e poco illuminato della zona sud di Alderstone, a cercare di trovare una soluzione "civile" prima che qualcuno ci resti secco. Ma ogni parola che esce dalla bocca di Raul erode quel sottile filo di autocontrollo che li tiene tutti al loro posto.

Sento il polso martellarmi in gola mentre le urla aumentano, le loro voci che riempiono la stanza con promesse di violenza. Entrambe le parti sono armate, le dita fremono, i muscoli sono tesi. Conosco bene questo momento: il punto di rottura un attimo prima che si scateni l'inferno. E so cosa succederà se non agisco.

Faccio un respiro, indosso la mia maschera di indifferenza e mi faccio avanti, la mia voce che fende il rumore. «Raul», dico, il mio spagnolo chiaro e calmo, nonostante lo stomaco mi si attorcigli per la paura. «Sai cosa succederà se tiri fuori una pistola in questa stanza. Nessuno uscirà di qui vivo. È questo che vuoi davvero?»

I suoi occhi scuri scattano su di me, l'espressione che si indurisce. Non gli piace che io parli senza permesso, tanto meno che lo sfidi. Ma ascolta. Deve farlo.

«Di' a tuo padre che il rispetto bisogna guadagnarselo», sbotta, la voce intrisa di disprezzo.

Mi volto verso mio padre, traducendo ogni parola, ogni sillaba attentamente neutrale. «Raul vuole delle garanzie», dico, anche se so che mio padre non ha alcuna intenzione di dargliene. «Se gli restituiamo il suo uomo, si aspetta che non ci siano ulteriori… conseguenze».

Gli occhi di mio padre incontrano i miei, e nel suo sguardo vedo la sua fiducia, e le sue aspettative. Sta a me evitare che questa situazione degeneri in un bagno di sangue. E conosco bene il peso del fallimento; se le cose andassero male, darebbero la colpa a me. Come sempre.

Faccio un respiro profondo e continuo, mediando ogni minaccia, ogni richiesta, avanti e indietro, smussando gli spigoli vivi con calma diplomazia. Trovo un sentiero stretto in mezzo alla rabbia, elaborando un compromesso che dia a entrambi qualcosa, quel tanto che basta a placare la furia che ribolle sotto le loro parole.

La stanza piomba nel silenzio, denso del peso della mia proposta. Raul fissa mio padre; mio padre ricambia lo sguardo. Ma lentamente, a malincuore, entrambi annuiscono, ognuno lanciandomi un'occhiata con qualcosa di simile al rispetto, e forse solo un pizzico di risentimento.

Gli uomini dei Sangrientos si alzano, lanciando un'ultima occhiata torva al Circolo Cremisi prima di sparire oltre la porta, i loro passi che echeggiano nel corridoio. Non mi concedo di rilassarmi. Non ancora. Sento ancora i loro occhi addosso, quelli di mio padre e degli altri, che osservano, che aspettano. Annuisco a mia volta, l'espressione attentamente controllata, la maschera ancora perfettamente al suo posto.

Solo quando sono sola nel bagno in fondo al corridoio mi permetto di respirare. Le gambe mi tremano mentre mi chino sul lavandino, le mani che tremano, il respiro che mi esce in rantoli brevi e irregolari. Lo stomaco mi si contorce, si stringe, e prima che possa fermarmi, vomito, lo stress che finalmente trabocca da me in ondate di nausea.

Quando è finita, fisso il mio riflesso nello specchio, osservando il mio viso pallido, lo sguardo vuoto. Non riconosco la ragazza che mi fissa, la ragazza che continua a mettere in scena questa farsa, fingendo di essere forte, fingendo di essere tagliata per questa vita.

Mi aggrappo al bordo del lavandino, le nocche bianche, e mi costringo a respirare. Non c’è via d’uscita. Nessuna via di fuga per la traduttrice del Circolo Cremisi, la ragazza che parla ogni lingua ma non ha più nessun posto dove scappare.

Mi pulisco la bocca, regolarizzo il respiro e rimetto a posto la maschera.

Quando esco, l’aria pungente della notte mi colpisce il viso, fredda e rinvigorente dopo il caldo soffocante della sala riunioni. Cammino verso la berlina nera in attesa, i finestrini oscurati che nascondono la figura all’interno. Mentre apro la portiera e scivolo sul sedile posteriore, sento lo sguardo di mio padre posarsi su di me, pesante e inquisitore.

Siede accanto a me, il volto imperscrutabile, gli occhi scuri che riflettono il debole bagliore dei lampioni che sfrecciano oltre il finestrino. «Hai fatto un buon lavoro» dice, con voce misurata. Ma so bene che non devo rilassarmi ai suoi elogi; con lui c’è sempre un “ma”. «Però la prossima volta non lasciare che la tirino per le lunghe. Ci hai fatto perdere tempo, Paige. Tempo prezioso. Avrebbero dovuto accettare le condizioni in dieci minuti.»

Il rimprovero mi lacera, freddo e tagliente, ma soffoco l’impulso di ribattere. «Mi dispiace» dico a bassa voce, con il tono obbediente che si aspetta. Ma la verità mi resta bloccata in gola, amara: non mi dispiace affatto. Odio queste riunioni, questi giochi di potere a cui sono costretta a partecipare. È tutta opera di mio padre, che mi ha plasmata per diventare lo strumento di cui ha bisogno, una pedina per addolcire i suoi affari brutali con fascino e parole gentili.

Mi volto a guardare fuori dal finestrino, osservando Alderstone sfilare via come una scia di luci al neon e vicoli in ombra. Le persone sui marciapiedi sono immerse nelle proprie vite, ignare dell’oscurità che ribolle sotto la superficie di questa città. Sono fortunati, penso. Così beatamente inconsapevoli.

Mentre l’auto rallenta a un semaforo rosso, mi costringo a chiedere: «Puoi lasciarmi qui?». Non aggiungo che ho bisogno di spazio per respirare, che ogni secondo in questa macchina con lui mi sta soffocando.

Mio padre annuisce, un lampo d’impazienza sul volto. «Va bene. Porta Jacob con te.» Fa un cenno col mento verso il sedile anteriore, dove una delle sue guardie mi sta già osservando dallo specchietto retrovisore, in attesa di ordini. Non c’è scampo alla sua protezione, non in questa vita.

L’auto accosta e io scendo, con Jacob che mi segue a rispettosa distanza mentre cammino per la strada. I piedi mi portano verso una piccola caffetteria incastonata tra i palazzi, da cui si riversa una luce calda. Apro la porta e l’odore di caffè e pasticcini mi inonda i sensi, riportandomi con i piedi per terra. Questo posto sembra sicuro, isolato, a miglia di distanza dal mondo oscuro in cui sono costretta a vivere.

Ordino un caffè e lo porto a un tavolino vicino alla finestra, mettendomi comoda mentre osservo la gente di Alderstone vivere la propria vita. Coppie che si tengono per mano, genitori che si trascinano dietro i figli, amici che ridono passando. Sono tutti così normali. Così ignari. Non sanno cosa significhi portare il peso dei peccati della propria famiglia, essere incatenati a una vita che non hanno mai scelto.

Sorseggio il caffè, sentendo il calore diffondersi dentro di me, e mi concedo di sognare — solo per un istante — di poter essere una di loro. Di poter vivere una vita libera dalle ombre, libera dai segreti, libera da questa maschera che è diventata parte di me.

Ma anche nelle mie fantasie, dove mi permetto di fingere — giusto per un momento fugace e rubato — di essere qualcun altro, una persona libera, senza fardelli, non toccata dal passato che mi si aggrappa addosso come un’ombra, riesco ancora a sentire il peso dello sguardo di Jacob che mi preme addosso dall’altra parte del locale. È pesante, implacabile, come un’ancora che mi lega a una realtà da cui non posso fuggire, un promemoria silenzioso che, per quanto io lasci vagare la mente, per quanto sogni una vita che non è la mia, sarò sempre legata a questa. E in quella soffocante certezza, realizzo la verità più dura di tutte: non esisterà mai una versione di me senza di lui, senza tutto questo, senza le catene delle aspettative e le mura di un mondo che non ho mai scelto.

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