Capitolo 4: Jaxon

L'ufficio è lussuoso, ogni centimetro trasuda ricchezza e potere, di quel tipo che esige attenzione. Le poltrone in pelle scura, il tavolo di mogano tirato a lucido, le finiture dorate: tutto puzza di un lusso studiato per intimidire. Sparse per la stanza ci sono donne in abiti succinti che si muovono tra gli uomini con disinvoltura consumata, offrendo vassoi di drink, accendendo sigari e posando piatti di cibo costoso. Sorridono a ogni uomo che incrociano, ridono alle loro battute volgari, versano il whiskey con mani perfette e fanno scivolare sigari accesi tra le loro dita con un cenno obbediente del capo.

Le guardo a malapena, la loro presenza è più che altro parte della scenografia. È la solita routine. Le donne, l'alcol, l'arroganza indolente di uomini che si credono intoccabili. Ho già visto tutto, ci vivo in mezzo da che ho memoria.

Silas è seduto qualche posto più in là, e trasuda la sua solita pigra arroganza mentre se ne sta spaparanzato accanto a suo padre, Tobias. È Tobias il vero potere qui: l'uomo che mi ha accolto tanti anni fa e mi ha forgiato in quello che sono adesso. La sua voce fende le risate nella stanza, calma ma abbastanza tagliente da imporre attenzione, mentre parla di territorio, di potere, di ciò che è dovuto alle Vipere. «Dobbiamo fare questa mossa in modo pulito», dice, con tono basso e calcolatore. «C'è una zona del lato nord che è pronta per essere presa. Significherà spazzare via alcune roccaforti del Circolo Cremisi».

Alla menzione del Circolo Cremisi, qualcosa mi punge dentro. Mi raddrizzo appena, quel tanto che basta per far sedimentare le parole. Sono loro che mi hanno reso orfano, che mi hanno trasformato nell'arma fredda e vuota di Tobias. E ora sono seduti su un territorio che Tobias vuole.

Gli uomini attorno al tavolo annuiscono, con espressioni compiaciute mentre tracannano i loro drink e mormorano il loro assenso. Uno di loro, anziano e smanioso di fare colpo, alza il bicchiere in un brindisi beffardo. «Il Circolo Cremisi non avrebbe scampo. Ci prendiamo quello che vogliamo, facciamo fuori gli uomini e portiamo donne e bambini alle Vipere». Ghigna, con gli occhi che brillano di una cupa soddisfazione. «Li facciamo nostri».

Non batto ciglio, ma il disgusto mi pesa dentro, mescolandosi alla debole soddisfazione per ciò che attende il Circolo. Questo è il genere di uomini da cui sono circondato. Quelli che parlano di vite come se fossero monete nelle loro tasche, pronte a essere spese come meglio credono.

Silas interviene, con tono mellifluo, riportando la stanza all'ordine. «Non vogliamo un'altra guerra tra le mani, signori. Non se è evitabile. Possiamo prenderci ciò che vogliamo senza spargere sangue inutilmente».

«Ma perché negoziare?», dice un'altra voce, con una punta di arroganza. «Non meritano il nostro tempo. Possiamo prenderci tutto, costringerli a sottomettersi. Perché diavolo dovremmo incontrarli?».

Lo sguardo di Tobias si fa affilato mentre interviene. «Perché non ci serve una guerra tra bande su vasta scala. Un incontro dimostra forza, non debolezza. E se le cose non dovessero andare come previsto, faremo in modo di essere preparati».

I mormorii di dissenso serpeggiano per la stanza, ma Tobias non degna nessuno di un secondo sguardo. I suoi occhi scattano verso di me, e ne colgo la scintilla. «Jaxon sarà lì, per ogni evenienza».

Cala il silenzio, denso e pesante. Vedo la tensione increspare i volti attorno al tavolo, i loro sguardi di disapprovazione puntati dritti su di me. Uno di loro, il vecchio che ha fatto il brindisi, sbuffa apertamente. «Lui?», sputa. «Non è nemmeno una vera Vipera. Non porta il nome».

Incontro il suo sguardo, del tutto impassibile. Non mi serve la loro approvazione, e non mi serve il nome delle Vipere. Non lo voglio.

Ma questo incontro, questa possibilità di sedermi di fronte ai responsabili della morte dei miei genitori, di vederli e sapere che sono nel palmo della mia mano... questo è qualcosa che mi prenderò.

Tobias mette a tacere i brontolii con un gesto della mano. «Jaxon farà quello che sa fare meglio. E sarà esattamente dove voglio che sia». La sua voce è ferma, definitiva. Non importa cosa pensino di me; conosco il mio ruolo in questo posto.

Mi concedo un sorrisetto, appena accennato, abbastanza perché il vecchio lo noti, abbastanza per fargli sapere che, se fosse necessario, lo farei fuori allo stesso modo di qualsiasi altra minaccia. Alla mia reputazione non interessano nomi o titoli. Sono stato cresciuto per essere qualcosa che tutti loro temono, qualcosa su cui fanno affidamento ma di cui non si fidano mai completamente.

Silas mi osserva, un lampo divertito negli occhi, ma lo ignoro. La conversazione cambia, le voci si fanno più basse mentre gli uomini si rilassano, sprofondando nelle sedie e facendo un cenno alle donne seminude che svolazzano intorno al tavolo per riempire i loro bicchieri e accendere i sigari.

Sono già stufo di questa stanza, dell'arroganza, dell'opulenza, di questi giochi patetici. Ma quella scintilla di interesse non si è spenta. A quella riunione ci sarò, in un modo o nell'altro. E quando mi troverò faccia a faccia con il Circolo Cremisi, sarò un passo più vicino a guardare finalmente in faccia il mio passato.

Mentre finisco l'ultimo sorso del mio drink, do un'altra occhiata al tavolo: le risate sprezzanti, i sorrisi indolenti. Sento riaffiorare la solita ondata di disprezzo. Non hanno idea di cosa li aspetti.


Quando la riunione si scioglie e gli uomini se ne vanno alla deriva tra sigari e risate, restiamo solo io, Tobias e Silas. La stanza sembra più silenziosa, il peso della conversazione precedente ancora sospeso nell'aria. Silas è sprofondato sulla sedia, rilassato come sempre, ma riesco a scorgere una scintilla nei suoi occhi. Adesso non si tratta più di chiacchiere.

Tobias fa scivolare una cartellina verso di me sul tavolo. «Parliamo di dettagli. Tu ci sarai a questa riunione, Jaxon. Queste sono le persone che devi conoscere.»

Apro la cartellina e una pila di foto mi fissa. Dieci volti che non riconosco, ma che mi stanno subito antipatici. Tobias indica il primo, un uomo con la barba e una cicatrice lungo la mascella. «Lui è Oscar Alvarez. È nel Circolo Cremisi da quasi tanto tempo quanto io sono a capo delle Vipere. È bravo con la logistica: contrabbando, traffico d'armi, il solito. Ma è un vigliacco. Non muove un dito senza un'approvazione.»

Va avanti, presentandomi gli altri: Victor Morales, il loro secondo in comando, calvo e grosso come un armadio; Edgar Soto, uno dei loro migliori sicari, con occhi duri e spenti. Mentre passo in rassegna i loro volti, mi chiedo quale di questi uomini, se mai ce ne fosse uno, possa essere stato quello che ha premuto il grilletto quella notte. Quello che mi ha lasciato seduto in una pozza di sangue, stringendo il corpo di mia madre. Il ricordo è confuso, immagini spezzate e offuscate dal tempo, ma la rabbia è rimasta nitida come allora.

Mantengo un'espressione neutra, passando alla foto successiva. Questo è Marcus Taylor. Tobias ne parla con particolare disprezzo. «Marcus è il manipolatore prediletto del Circolo. È il loro modo di tenerselo stretto. Un vero pezzo di merda.» Annuisco, memorizzando i dettagli. Taylor potrebbe essere chiunque in quel ricordo buio. Potrebbero esserlo tutti. È un pensiero che mi graffia la mente, inquietante.

Poi arrivo all'ultima foto.

Una ragazza bionda con lunghi capelli lisci che le cadono oltre le spalle, qualche ciuffo ribelle a incorniciarle il viso. Ha le labbra piene, di un rosa intenso, e gli occhi verdi, penetranti, con qualcosa di quasi triste dietro lo sguardo. Sembra fuori posto, come se non c'entrasse nulla con le persone in questa cartellina.

Alzo un sopracciglio, guardando Tobias e Silas. «È finita nel mazzo sbagliato?»

La domanda strappa una risata a entrambi. Silas sorride, un ghigno che gli spunta all'angolo della bocca. «In effetti sembra che potrebbe servire ad altri scopi, no?» ridacchia. «Ma no, è la loro traduttrice.»

Sgrano gli occhi. «Traduttrice?» ripeto, lasciando la parola in sospeso, in attesa del resto della spiegazione.

Tobias annuisce, come se fosse la cosa più logica del mondo. «Protocollo del Circolo Cremisi. Paige Taylor. Traduce per loro da anni. È abile con le lingue e nelle negoziazioni, brava a mantenere un'atmosfera civile.» Arriccia leggermente il labbro, per nulla impressionato. «Una bella faccina, ma nient'altro che una pedina.»

Silas scuote la testa, chiaramente divertito. «La usano per ogni grosso affare. Il Circolo Cremisi insiste per averla sempre intorno. È... la loro arma segreta, suppongo.»

Studio la sua foto. Gli uomini nelle altre immagini hanno tutti un senso. Pericolosi, induriti, il tipo di persona disposta a tutto. Ma lei? È solo un viso. Un bel viso, forse, ma fragile in un modo che non torna. Non mi serve una traduttrice per trattare con il Circolo Cremisi: devo eliminarli, porre fine alla loro stirpe. E se questo significa includere anche lei, che sia.

Se è lì, ne fa parte, e questo la rende una giocatrice, che se ne renda conto o no.

Chiudo la cartellina e alzo lo sguardo su Tobias. «Altro?»

Tobias scuote seccamente la testa. «Presentati, ascolta, osserva. Se tentano qualcosa, sai cosa fare.»

Annuisco, infilandomi la cartellina sotto il braccio mentre mi alzo. «Ricevuto.»

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