Capitolo 7: Paige
Jaxon Steele. Solo il suo nome è sufficiente a far rabbrividire, e le storie che ho sentito mi fanno rivoltare lo stomaco. Dicono che sia più un’arma che un uomo, uno che non batte ciglio, non esita, noto per uccidere a mani nude se è il modo più rapido per portare a termine un lavoro. Gli uomini del Circolo Cremisi ne parlano sottovoce, per lo più con toni bassi e cupi, come si parlerebbe di un mito o di una maledizione. Sostengono che abbia ucciso i suoi stessi genitori. Spietato, senza cuore: è così che lo descrivono. Un uomo capace di uccidere chiunque si trovi sul suo cammino, compreso il suo stesso sangue, pur di soddisfare la fredda ambizione che gli scorre nelle vene.
Lo osservo dall'altro lato del tavolo, un quieto disgusto che ribolle sotto la mia maschera di indifferenza. Il mio rapporto con mio padre è teso, persino tossico, ma non riesco a immaginare di essere così vuota, così completamente priva di umanità da non dare importanza alla mia stessa famiglia.
Jaxon è seduto a qualche sedia di distanza, le spalle larghe e rigide mentre si appoggia allo schienale. Per un istante, mi sembra che il suo sguardo si posi su di me, i suoi occhi di un grigio penetrante e indecifrabile. Sta osservando tutto, ogni minimo movimento, ogni respiro. Mi costringo a sostenere il suo sguardo, a mantenere il viso impassibile mentre lui mi scruta con un'espressione dura e priva di emozioni.
La stanza vibra di tensione quando entrambe le fazioni finalmente si siedono, prendendo posto attorno al tavolo. Tobias, capo delle Vipere e padre adottivo di Jaxon, parla per primo. La sua voce è bassa e calma, ma con una nota tagliente che aleggia appena sotto la superficie. «Siamo qui per parlare della zona nord di Alderstone. Cerchiamo di fare in fretta e di essere… civili».
Dall'altra parte del tavolo, Marcus, il capo del Circolo Cremisi, si sporge in avanti, un sorriso compiaciuto che gli si allarga sul volto. «Civili? Detto dalle Vipere, questa è bella».
La tensione nella stanza è quasi palpabile, ogni secondo più pesante del precedente. Gli uomini del Circolo di fronte a me indossano la rabbia come una seconda pelle; ogni loro occhiataccia o ghigno rivolto alle Vipere è una minaccia a malapena trattenuta. Le Vipere, ovviamente, ricambiano l'energia con freddo divertimento, rispondendo a ogni insulto con un sorrisetto o una risata bassa e beffarda. Sento le dita fremere per il bisogno di intervenire, di fermare questi idioti prima che la situazione degeneri.
Marcus è già proteso in avanti, i denti stretti, mentre si rivolge a Tobias. «Pensi che il Circolo Cremisi resterà a guardare mentre vi fate strada nel nostro territorio? La zona nord è nostra, e non ho intenzione di lasciare che i tuoi scagnozzi…»
Faccio un passo avanti, schiarendomi la gola, e nella pausa che segue, tutte le teste al tavolo si girano verso di me. Gli occhi degli uomini sono duri, spenti, disinteressati, ma non mi scompongo. Ci sono abituata. Mantengo lo sguardo fisso mentre parlo, sforzandomi di usare un tono calmo e ragionevole.
«Entrambe le parti trarrebbero vantaggio se evitassimo un conflitto inutile», dico, rivolgendomi direttamente a Tobias e Silas. «Ci sono modi per gestire la zona nord che permetterebbero a ciascuno di noi di avere la propria parte, senza mettere a rischio le risorse o rischiare spargimenti di sangue».
La stanza piomba nel silenzio, poi qualche risatina soffocata si leva tra le Vipere, il loro divertimento palese. Uno di loro, un uomo con una cicatrice che gli attraversa la guancia, mi rivolge un sorrisetto indolente, appoggiandosi allo schienale della sedia. «Davvero, tesoro?» dice con voce strascicata. «Pensi che la zona nord sia tua da spartire come una torta di compleanno?».
Un'altra risata, questa volta più forte, serpeggia per il tavolo, e persino alcuni uomini del Circolo si muovono a disagio, lanciandomi occhiate dubbiose.
Serro la mascella ma non mi tiro indietro, facendo scorrere lentamente lo sguardo su ogni uomo, sfidandoli a continuare. Mi concentro di nuovo su Tobias e Silas, mantenendo la voce ferma. «La zona nord può essere pattugliata e gestita come un territorio condiviso tra il Circolo Cremisi e le Vipere, senza che nessuna delle due parti perda terreno».
Silas solleva un sopracciglio, la bocca piegata in un sorrisetto. «Fa sul serio», dice, quasi sorpreso.
Marcus, seduto accanto a me, sbuffa e borbotta: «Una perdita di tempo». Ma io mantengo lo sguardo fermo, ignorando la sua mancanza di supporto.
Gli occhi di Tobias si assottigliano, un lampo di qualcosa di pericoloso gli attraversa il volto, ma poi annuisce, facendomi cenno di continuare. «L'ascoltiamo, signorina Taylor», dice, con un tono quasi beffardo ma temperato da un minimo accenno di rispetto.
Prendo un respiro profondo per calmarmi, sentendo ogni sguardo su di me, che osserva, in attesa di un mio cedimento. «Proponiamo che le Vipere monitorino la zona nord, con le risorse del Circolo disponibili come supporto. Avremmo accesso ai vostri rapporti, alle vostre scoperte sull'area… piena trasparenza», dico, rivolgendo le ultime parole a Tobias. «In questo modo, la stabilità della zona diventa un vantaggio reciproco e l'equilibrio di potere rimane intatto».
La stanza piomba di nuovo nel silenzio, ma stavolta non ci sono risate. Solo un silenzio pesante e gelido che grava sull'aria tra di noi. Tobias mi osserva, i suoi occhi scuri e calcolatori, e in essi si accende un debole barlume di approvazione. Si appoggia allo schienale, annuendo mentre valuta le mie parole.
Ma prima che possa rispondere, uno schianto fragoroso lacera l'aria.
Uno sparo.
L'uomo seduto due posti più in là si accascia in avanti, con gli occhi vitrei, mentre il sangue già si allarga sul tavolo. Il suo corpo senza vita sbatte contro il legno e sento la contrazione istintiva dei muscoli che si tendono, il polso che accelera. Riesco a soffocare quasi subito la reazione, mantenendo il viso impassibile, ma mi sfugge un leggero sussulto. Alzo lo sguardo e incrocio quello di Jaxon dall'altra parte del tavolo. Mi sta osservando, i suoi occhi grigi fissi sul mio volto, appena socchiusi mentre valuta il mio movimento, scrutandomi come un predatore in attesa di un passo falso.
Ma reggo il suo sguardo, serrando i denti per reprimere la reazione. Non posso mostrare alcuna debolezza. Non qui. Non ora.
Poi, un altro sparo risuona, assordante, tagliando l'aria come una lama. Vedo il lampo prima di ogni altra cosa: la pistola ancora sollevata nella mano di uno degli uomini delle Vipere, un sorriso crudele che gli si allarga sul volto mentre guarda un uomo del Circolo Cremisi accartocciarsi a terra, con il sangue che si spande intorno a lui.
La stanza esplode. Basta un secondo perché parta un altro colpo, stavolta da un uomo del Circolo, e l'uomo delle Vipere che aveva sparato crolla a sua volta, il suo sorriso contorto che svanisce mentre tocca il suolo. Il panico si impadronisce di me mentre il tavolo si rovescia, le sedie vengono spinte indietro e il caos erompe intorno a me. Lame balenano, vengono estratte altre pistole, i pugni volano mentre gli uomini di entrambe le fazioni si lanciano gli uni contro gli altri, la rabbia che trabocca e si riversa in sangue.
Indietreggio barcollando, realizzando a malapena che del sangue caldo mi è schizzato sul viso, mentre l'odore metallico e nauseante mi riempie i polmoni. Il cuore mi martella nel petto, un battito frenetico contro le costole mentre cerco di orientarmi in quella confusione. È inutile. Gli uomini cadono intorno a me, sangue e furia si mescolano nell'aria, una tempesta mortale da cui non posso fuggire.
In mezzo al caos, scorgo Jaxon Steele, ancora seduto, le dita appoggiate sotto il mento mentre osserva la carneficina con fredda indifferenza, una lieve piega di disinteresse sulle labbra. Non sussulta, non si muove. Si limita a guardare, completamente impassibile mentre gli uomini si fanno a pezzi intorno a lui.
Lo stomaco mi si rivolta a quella vista. Per lui non è niente. Solo un'altra rissa, un'altra serata. Lo stesso sguardo spietato negli occhi, la stessa calma distaccata con cui osserva la distruzione come se fosse uno spettacolo allestito solo per lui.
Ma poi sento una presa brutale sul braccio che mi strattona all'indietro, sbattendomi contro il muro. L'impatto mi scuote da capo a piedi, togliendomi il fiato, mentre una mano mi si serra intorno alla gola, stringendo abbastanza da farmi annebbiare la vista.
Alzo lo sguardo, ansimando, e incrocio gli occhi di una Vipera. Ha lo sguardo feroce, le labbra contratte in una smorfia. «Tutti quanti! Indietro, o la ragazza è morta!» urla, la sua voce roca che rimbomba sopra il caos. Ma nessuno si ferma. Nessuno ci degna di uno sguardo, troppo impegnati nelle proprie lotte, a versare il proprio sangue.
La presa dell'uomo si fa più stretta e lui ride cupamente, chinandosi verso di me, il suo alito caldo che mi sfiora l'orecchio. «Mi dispiace, tesoro» sogghigna, con voce bassa e beffarda. «A quanto pare, a nessuno importa se vivi o muori».
Annaspo alla ricerca d'aria, aggrappandomi alla sua mano mentre le sue dita mi affondano nella gola e la stanza inizia a girare vorticosamente. Il panico mi assale, ma lotto per mantenere la calma, per pensare, per trovare una via d'uscita. Non riesco a urlare, non riesco a respirare, ogni suono intorno a me svanisce, coperto dal pulsare del sangue nelle orecchie.
Lui stringe ancora e sento che sto per cedere, sempre più vicina al limite. La vista mi si offusca, il corpo si indebolisce, ma in quell'istante, qualcosa di freddo e duro cattura il mio sguardo.
Jaxon.
I suoi occhi grigi si spostano su di me. È ancora seduto, del tutto immune al caos, eppure giurerei di cogliere un debolissimo lampo di interesse nel suo sguardo, come se avesse finalmente trovato un motivo per alzarsi. Vedo le sue dita tamburellare sul tavolo, un movimento quasi impercettibile, e mentre la presa del mio aggressore si fa ancora più forte, quello è l'unico appiglio che mi resta nell'oscurità che mi sta avvolgendo.
Un attimo prima che la vista mi abbandoni del tutto, vedo Jaxon Steele alzarsi, con lo sguardo fisso dritto su di me.
