CAPITOLO UNO

Il 25 aprile 2155 fu il giorno peggiore della mia vita.

E di giorni terribili ne ho avuti, a dire il vero ho avuto una vita terribile in generale, ma oggi sarebbe stato piantato l'ultimo chiodo sulla mia metaforica bara, e non potevo farci assolutamente niente.

Vi starete chiedendo perché. Be', da quando gli alieni sono arrivati sul nostro pianeta e ci hanno conquistati senza il minimo sforzo, hanno creato il sistema di "Sincronizzazione delle Specie", in cui le ragazze dai 18 ai 20 anni vengono accoppiate con uomini alieni per la procreazione. Organizzano questo folle evento dove le giovani vengono messe all'asta per alieni di ogni ceto, a eccezione di quelli più bassi.

Sei costretta ad avere un figlio e a svezzarlo prima di poter tornare a casa. Se l'alieno decide di tenerti, paga alla tua famiglia un'enorme somma di denaro, molto più di quella che avresti ricevuto tornando indietro, e finisce lì. Diventi la sua schiava sessuale per il resto della vita.

Così, mentre mia madre e mia sorella minore si affannavano nella stanza, cercando di vestirmi per non farmi sembrare orribile quanto mi sentivo, tutto ciò che provavo era un odio profondo per il fatto che sarei stata costretta a perdere una parte importante della mia vita e che a questi alieni non importava nulla della nostra opinione.

«Tess, devi smetterla di piangere. Non cambierà niente e ti stai rovinando il trucco!» esclamò mia madre, visibilmente stressata.

«Scusa, mamma» mi scusai, prendendo una salvietta per rimediare al danno.

«Devi essere presentabile, ok? Chi lo sa? Magari ti accoppiano con uno gentile. E poi abbiamo davvero bisogno di soldi, l'operazione di tuo padre è molto costosa, quindi consideralo un sacrificio per la famiglia. E una volta tornata, ti riprenderai la tua vita. Sarà come se non te ne fossi mai andata» disse, nel tentativo di far sentire meglio me, o forse se stessa.

Tutto ciò che sapevo era che non gliel'avrei resa facile. Chiunque fosse stato accoppiato con me se ne sarebbe pentito. Non mi sarei arresa senza lottare con tutte le mie forze.

«Tess, pensi che uno di loro potrebbe innamorarsi di te?» chiese mia sorella, Anna, portandomi la borsa piena di beni di prima necessità e nient'altro, perché ci avrebbero fornito tutto il necessario per l'intero anno.

«Spero di no. E comunque, ho intenzione di essere più terrificante possibile. Non mi spezzeranno» dichiarai, regalandole un sorriso finto. Non volevo che si preoccupasse per me durante la mia assenza. Aveva ancora qualche anno davanti a sé ed era meglio che li passasse a fare cose che la rendevano felice, viste le risorse limitate.

«Ti prego, sii prudente, figlia mia. Non voglio perderti per colpa della loro crudeltà» disse mio padre, entrando sulla sedia a rotelle in quella che, per il prossimo futuro, non sarebbe più stata la mia stanza.

Feci dei respiri profondi per calmarmi, trattenendo a stento le lacrime che minacciavano di scendere.

«Grazie, papà. Tornerò presto, quindi vedi di sentire tanto la mia mancanza» dissi, abbracciandolo.

«Andiamo, Tessa. È meglio andare da sole che avere quelle orribili creature in casa nostra» disse mia madre, e io annuii d'accordo.

L'ultima volta che erano venuti qui, avevo perso mio fratello e da allora, come famiglia, non siamo più stati gli stessi.

Gli alieni erano crudeli in un modo che dimostrava la loro totale incapacità di provare sentimenti, sempre come automi. Odiavano il modo in cui gli umani amavano ed erano capaci di fare sacrifici per i propri cari.

Tutta questa situazione era nata dal loro desiderio di poter provare emozioni anche loro.

E ogni tanto, si sentiva la storia di qualcuno di loro che si era innamorato, e la loro gente organizzava una grande festa. C'era un altro evento, trasmesso su tutte le reti televisive, e noi eravamo costretti a guardare alcune delle nostre ragazze sfilare come segno di progresso e integrazione ma, a guardarle bene, si vedeva quanto fossero infelici.

Da quello che sapevamo, non volevano solo colonizzarci, volevano cancellare la nostra esistenza, conservando però quella parte di noi che era "buona". E fino a oggi, nessuno sapeva come ci stessero riuscendo.

Scacciai quei pensieri terribili e mi concentrai sul presente.

«Ann, vieni qui» chiamai mia sorella, che stava piangendo sulla soglia.

Mi corse incontro e io la strinsi come se la mia vita dipendesse da quell'abbraccio.

«Torno presto, Anna. Non essere triste e non far venire altri capelli bianchi alla mamma, ok?» Le diedi un bacio sulla guancia e ci salutammo con la mano mentre salivo sul furgone scassato che usavamo per l'attività di famiglia.

Mia madre, a causa dell'ansia, guidava sempre in modo insolitamente veloce, ma oggi sembrava non volere che l'auto si muovesse.

La guardai in viso e vidi quanto si stesse sforzando di rimanere forte e di non scoppiare in lacrime. Credo di non averlo mai detto, ma un sacco di ragazze morivano durante questi eventi, e alcune, una volta scelte, subivano violenze sessuali. Nessuno faceva mai niente, perché ci consideravano creature inferiori. La loro intera ideologia si basava sul fatto che fossimo solo strumenti da usare per far progredire la loro specie, e il concetto di umanità si era perso completamente nel processo.

Perciò capivo la guida esitante di mamma e mi rifiutai di farglielo notare. Se voleva che la vedessi solo nel suo stato di forza, per me andava bene. Era la madre migliore che avrei mai potuto desiderare e non l'avrei scambiata per nulla al mondo.

Ma quando finalmente arrivammo alla sede dell'evento, non riuscì più a trattenere le lacrime.

«Tess, tesoro mio» singhiozzò, stringendomi forte come se temesse che, lasciandomi andare, sarei potuta esplodere.

«Mamma, non preoccuparti. Starò bene e tornerò prestissimo» la rassicurai, anche se non ne ero affatto sicura.

«Mi raccomando, figlia mia. Non lasciare che il sistema ti inghiotta o ti cambi, e non innamorarti dei nostri nemici. Devi sopravvivere e tornare da tua madre, hai capito?» disse, e io annuii prima di scendere dalla macchina.

«Ehi! Sposta quel rottame dalla strada, stronza!» gridò un ibrido alieno.

Dovete sapere che c'erano diverse classi tra i nostri rapitori, a seconda di quanta parte aliena o umana avesse una persona. Una volta che i bambini nati raggiungevano i diciotto anni, venivano testati e inseriti in diverse categorie.

Quelli molto alieni ma con emozioni umane erano i superiori; il mix perfetto erano cittadini normali con privilegi speciali, come un lavoro fisso e l'accesso ad alcuni luoghi di lusso; gli ultimi, infine, erano considerati esperimenti falliti. Come quello che, in quel momento, stava urlando a squarciagola contro mia madre, parcheggiata nell'area riservata agli umani. Per colpa sua, avremmo dovuto fare un bel pezzo a piedi per entrare nell'edificio.

Immagino che il parcheggio per gli esperimenti falliti fosse pieno e che lui pensasse di potersi mettere qui, ma noi eravamo in un posto a noi riservato, e non avrei tollerato che urlasse in quel modo a mia madre. Così gli risposi.

«Se hai finito di sgolarti come un frustrato, sposta tu quel rottame da lì.»

«Ma come ti permetti? Di' a quella stronza di tua madre di levare quell'affare di lì, ne ho più diritto di voi!» urlò, con le vene del collo che gli pulsavano fuori dal finestrino.

«Almeno io ce l'ho, una madre. La tua dov'è?» E questo lo fece davvero incazzare.

Mia mamma scese dalla macchina, scuotendo la testa, e io feci lo stesso. Ma prima che potessimo raggiungerci, sentii uno stridere di gomme e il rumore di lamiere che si accartocciavano ci fece urlare.

Quel tizio aveva avuto il coraggio di colpire il nostro furgone per un capriccio.

Per nostra fortuna, un superiore stava uscendo dall'ingresso principale e vide tutta la scena.

Fischiò, e tutti rivolgemmo l'attenzione a lui. Io stavo fumando di rabbia.

«Qual è il problema, XYZ?» chiese, riferendosi allo status inferiore del tizio, cosa abbastanza normale, ma immagino che in quella situazione gli ricordò chi era, e il suo volto verde si incupì.

«Non volevano lasciarmi il posto per parcheggiare, Padrone» disse lui, chinando la testa.

«Ma questo è il loro parcheggio. O sei stato promosso di grado di recente?» domandò il superiore, avvicinandosi a noi.

«Certo che no, Signore, sono sempre il suo umile servo. Ho solo pensato che, essendo loro in fondo alla catena alimentare, io fossi superiore» esclamò, cercando di difendersi, ma io stavo ribollendo.

«Amico, sei letteralmente un esperimento fallito. Tutti noi siamo più utili di te» gli urlai contro, anche se odiavo ammetterlo. Almeno loro avrebbero potuto vivere una vita normale, se solo smettessero di essere così pieni d'odio.

«Tess, calmati!» mi sussurrò mia mamma. Odiava attirare l'attenzione, così tornai da lei per evitare di far arrabbiare anche il superiore. Immaginavo fosse già irritato con me, ma per quanto mi riguardava potevano andare tutti all'inferno. Non volevo solo che mia madre si facesse male in alcun modo.

«Umane, sono certo che siate qui per l'evento SOS, quindi non vi tratterrò oltre. Andate pure dentro. E lei, signora, quando torna indietro, vada a casa. La sua auto le verrà consegnata domattina in perfette condizioni presso la sua attività.»

«Aspetti, vuole che torni a casa a piedi?» chiesi, allarmata dalla sua proposta.

«Tess! La ignori, mio Signore, la prego. Chiederò un passaggio a qualcuno. Adesso, signorina, andiamo. Siamo già in ritardo» rispose lei, trascinandomi dentro l'enorme edificio dove ci avrebbero strappato l'umanità per darla a bambini che non avremmo mai cresciuto né conosciuto.

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