CAPITOLO DUE
Mamma mi trascinò dentro l’edificio e una cosa che potevo riconoscere a questi alieni era il loro progresso architettonico. Quel posto era enorme, ma non appariva affatto spoglio. Ogni cosa era progettata con complessità, tenendo a mente bellezza e funzionalità, senza badare a spese. L’ingresso era una grande sala dove diverse ragazze venivano esaminate e smistate in stanze diverse, e non appena intravidi i suoi splendidi dread, corsi verso di lei. Rosa, la mia migliore amica, disgustata da tutta quella faccenda quanto me, aveva delle strisce di lacrime secche sul viso.
«Roe, che succede?» le chiesi, ignorando le occhiate strane di tutti.
Appena si accorse che ero io, mi abbracciò forte e scoppiò di nuovo a piangere.
«Tess, sono così crudeli! Come dovremmo riuscire a vivere con questi per un anno? Già tre alieni mi hanno trattata dall’alto in basso perché sono nera e nessuno può farci niente. È frustrante e vorrei potermi unire alla rivoluzione, ma a mia madre verrebbe un infarto» si sfogò, e mi si spezzò il cuore per lei.
Quando erano arrivati, gli alieni avevano preso tutti i nostri problemi sociali e li avevano amplificati cento volte. Le guerre di genere, il razzismo, il classismo economico e tante altre orribili ideologie erano diventati il loro modo di valutarci. Loro non avevano nulla di tutto ciò da dove venivano, e avevano deciso di adottare la parte più forte del dibattito; per questo ci ritrovavamo in condizioni simili.
«Roe, fidati di me. Sopravviveremo. Devi solo farti forza, non lasciare che pensino che sei debole, d’accordo? Al massimo tra due anni saremo fuori di qui e apriremo quella caffetteria con libreria per cui risparmiamo da quando ne avevamo sette, ok?» la rassicurai, ma prima che potesse rispondermi, sentii un suono stridente provenire dagli altoparlanti, seguito dall’annuncio di un’aliena.
Le loro voci li distinguevano sempre da tutti noi. Gli alieni originali. Avevano un aspetto spaventoso, ma erano loro a prendere ogni decisione sul nostro pianeta e nessuno, a oggi, sapeva come ci avessero conquistati, specialmente con tutte le testate nucleari che possedevamo.
«Genitori e tutori tutti, lasciare immediatamente l’edificio! La preparazione per l’asta sta per iniziare!» urlò l’aliena.
C’erano poche femmine nel loro numero originale e ricoprivano posizioni molto alte nella loro società. Semplicemente, non apprezzavano molto le donne umane, a giudicare da come ci trattavano, come bestiame.
A quell’annuncio, tutti cominciarono ad abbracciare le proprie figlie e io cercai l’abbraccio di mamma, dato che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista per i prossimi uno o due anni. Odiavo quanto mi fosse difficile piangere; avevo il petto pieno di emozioni, ma nessun modo per sfogarle.
La strinsi comunque forte e, mentre piangeva, disse una preghiera per me. Per quella volta glielo permisi. Se ci trovava conforto, non sarei stata io a fermarla.
«Mi raccomando, stai attenta, evita qualsiasi scontro non necessario, Tess. Ti prego, torna da noi, ok? Io e tuo padre ti vogliamo tanto bene. Anche tua sorella ha bisogno di te, ti prego» mi mormorò, e a ogni parola le lacrime le scendevano dagli occhi.
«Mamma, tornerò, ok? Non devi avere paura. Prenditi cura di Anna e non preoccuparti, si tratta solo di un Natale o due e sarò di nuovo qui. Pensa che sia come se andassi al college di cui mi parlavi sempre, d’accordo?»
«Oh, mia preziosa figlia.» Mi abbracciò di nuovo, prima che gli alieni XYZ incaricati di mantenere l'ordine cominciassero a riversarsi fuori dalle varie porte del corridoio. Tutti capirono che era il momento di filarsela, o sarebbero stati cacciati con la forza. E credetemi, non volete che quegli stronzi frustrati mettano le mani addosso ai vostri genitori, così diedi una piccola spinta alla mamma perché se ne andasse in fretta.
Rimanemmo lì insieme, io e Rosa, lei con la testa sulla mia spalla mentre ci assegnavano dei numeri e ci dicevano in quali stanze andare per essere “preparate” per l'asta. Non sapevo bene cosa significasse, ma immaginavo che ci avrebbero tirate a lucido e agghindate perché gli alieni ci scegliessero.
Questi XYZ dipendevano dal successo di ogni evento SOS per potersi nutrire come si deve. Era l'evento più importante del mondo e ogni località aveva il suo centro, per cui qualche centinaio di loro veniva impiegato per scopi diversi.
Per esempio, il tizio con un abito di due taglie più grande nella vita di tutti i giorni faceva il presentatore televisivo con uno stipendio misero, ma questo evento gli dava l'opportunità di guadagnare un sacco di soldi con le offerte dell'asta. Perciò, ovviamente, ci stava mettendo tutta la sua energia, sudando in una stanza piena di condizionatori.
«Tutti quelli in questa fila, in stanza uno! Questa fila, stanza due!...» E così via.
«Roe, stammi dietro così ci mandano nella stessa stanza, ok?» dissi a Rosa, e lei annuì. Sentivo la paura nel suo corpo, mentre a entrambe passava per la testa il pensiero di rimanere da sole con quella gente.
Per tutta la nostra infanzia, li avevamo osservati solo da lontano, con i nostri genitori che si prendevano il peso della loro crudeltà. La maggior parte delle famiglie ricche si era ritrovata all'improvviso a dover fare mille lavoretti per riuscire a mangiare, e tutti erano diventati uomini d'affari. Ma poi, chi comprava?
Solo l'agricoltura poteva darti un reddito un minimo stabile e, per qualche motivo, era stata lasciata ai neri. Odiavo il modo in cui avevano strutturato il nostro mondo, dando la colpa a noi. Ogni volta che un gruppo di persone trovava il coraggio di lamentarsi di qualcosa, riceveva sempre la stessa risposta.
«Vi abbiamo trovati così e stiamo solo cercando di darvi una versione migliore del vostro mondo, quindi state zitti.»
La rivoluzione di cui parlava Rosa era stata un totale fallimento, perché non riuscivano mai a mettersi d'accordo su una cosa. A volte erano popolari e un minuto dopo tutti li odiavano per una ragione o per l'altra. Immagino fossimo solo un ammasso di confusione e loro ne approfittassero per controllarci. Le nostre differenze avevano creato una falla nel sistema e loro ci trattavano come oggetti inanimati.
Quando arrivò il nostro turno, percorremmo il corridoio a destra ed entrammo nella stanza a noi destinata, che era solo l'ingresso di un'area più grande. C'erano porte ovunque e mi chiesi cosa fosse quel posto.
Un paio di truccatori stavano sistemando la loro attrezzatura e tanti altri XYZ correvano avanti e indietro per sbrigare una cosa o l'altra. In poche parole, era un caos totale.
Ma non appena ci videro tutte lì impalate come galline smarrite, si diedero una mezza regolata.
«Perché state tutte lì a fissarci come se aveste visto un fantasma? Prendete una borsa e andate in bagno. Lavatevi, mettetevi i vestiti e poi tornate qui per il trucco. Muovete il culo, gente! Non abbiamo tutto il giorno!» ci urlò uno di loro, la coda che sferzava l'aria mentre tirava fuori delle cose da un borsone. La paura nella sua voce ci mandò tutte nel panico.
Presi una borsa, Roe fece lo stesso e scendemmo lungo il corridoio, entrando in bagni separati.
